Sahrawi
Memorie di Libertà
di Umberto Romano - 1999
foto di Giorgio Fornoni
Diario di viaggio
Formato 17X24 - 96 pagine, Euro 10,00
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Il commosso racconto di un viaggio nelle tendopoli del deserto di Tindouf, in Algeria, dove da più di vent’anni vivono i profughi Saharawi cacciati dalla loro terra, il Sahara Occidentale, invaso e occupato dall’esercito del Marocco. Gli uomini, i bambini, le donne saharawi, la loro ospitalità, il calore della loro amicizia, lo straordinario paesaggio di uno dei deserti più inospitali del pianeta, visti con gli occhi del poeta e narrati con la passione del militante solidale con la causa dell’autodeterminazione e dell’indipendenza di un popolo nobile, gentile e generoso.
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(Alcuni brani tratti dal libro "Sahrawi Memorie di Libertà")
Ero ritornato dai Saharawi dopo un anno. Rimasto prigioniero tra le pagine dell’ultimo mio romanzo Oltre i veli del silenzio, dei suoi personaggi, della giovane Jammilla,. Il mio esistere, il pensare a questo popolo, spesso si confondeva tra la realtà e la fantasia. Mi sembrava di vivere la scena di un lungo fantastico e triste film. A questo si prestava la storia dei saharawi. Era stata la voglia di scrutare tra la gente, per ritrovare gli occhi neri, lunghi capelli avvolti nel velo, il corpo fasciato tra i lunghi vestiti colorati tra il rosso e il giallo, lo sguardo fiero dei bambini..
Il bisogno di vedere mi aveva condotto tra questa gente, una prima volta nel dicembre del 1996, tra le tendopoli di El Aiun, Smara e Dora. Un esperienza sconvolgente, emozioni indescrivibili, immagini quasi irreali. Tutto questo mi aveva rubato al mio tempo, al mio esistere consumistico, trasmettendomi una dolce tristezza, quasi un dolore non percepibile “ il mal d’Africa” in questo caso “ il mal dei Saharawi , era così che lo chiamavano. Qualunque persona di cuore, artista, fotografo, poeta, scrittore, pittore, ne era investito dal Nord al Sud del grande continente nero. Una febbre non misurabile in gradi, ma che mi portavo dentro. Avevo così scritto in dieci mesi due opere: il primo Il ladro delle Stelle, raccolta di poesie ispirate al popolo dei Saharawi, opera bilingue in italiano e spagnolo (in modo che essi potessero leggere nella loro seconda lingua, le mie emozioni nei loro confronti); il secondo Oltre i veli del silenzio, era un romanzo, che concludeva l’avventura di Jammilla, iniziata nel primo, I guardiani delle Scimmie ( 1995).
Il mal d’Africa mi era rimasto dentro, e ormai da più di un anno. Come l’untore della peste a Milano avevo coinvolto sin dal primo viaggio altre persone, affinchè potessero sentire direttamente le vicende di questa gente. Tra questi, mia figlia Roberta come regalo per i suoi diciotto anni appena compiuti.
Per Roberta, giovane sognatrice rivoluzionaria degli anni 90’, questo viaggio significava molto., voleva dire vedere con occhi e toccare con mano il vero significato dei bisogni, in una società non consumistica..
Quel 4 gennaio alle due del mattino nella tenda di Rabuni ( sede del governo della R.A.S.D ), avevo l’impressione che quanto avevo iniziato a vivere sin dal pomeriggio in aeroporto, e poi a tarda notte in quella parte del Sahara, raccolto nel mio sacco a pelo, non era altro che la recita del copione, racchiuso nelle ultime pagine del romanzo Oltre i Veli del Silenzio.
Alle tre , nonostante mi fossi ripassato la scena dell’arrivo a Rabuni, tanto per dirla con chi è alla vigilia di un film, ero ancora non completamente addormentato. Il mio sonno era disturbato dal sibilo del vento che spingeva la tela della tenda fino a sfiorare la mia testa, riparata dal passa- montagna di lana, a causa della temperatura rigida sopraggiunta nella notte.
Me ne stavo con gli occhi chiusi , ed al posto di contare le pecore, per tentare di addormentarmi, mi ero rituffato, con la mente, tra le pagine del libro, Oltre i veli del silenzio, rileggendo la parte che narrava l’arrivo ai campi di una delle protagoniste, Sara. Era l’altro personaggio femminile protagonista, inventato, ma che poteva somigliare realmente a tante altre ragazze che si erano recate ai campi profughi.
La scena nel libro era la seguente:
“ Era arrivata prima degli altri, si era seduta nella sala d'aspetto, per fare le operazioni d'imbarco, doveva aspettare il resto della comitiva. Il suo punto di riferimento era Abdul, un giovane Saharawi, che l'aveva aiutata ad avere il visto algerino, ed includerla nella lista del volo Roma-Tindouf, che l'avrebbe portata ai campi profughi dei Saharawì. Era triste, la notizia della scomparsa di Marco e Jammilla l'aveva stravolta. Aveva appreso la notizia dalla stampa, con un dispaccio diramato dall'agenzia ANSA, questa era la notizia:
" Scomparsi in una tempesta di sabbia, gruppo di turisti Italo-Spagnoli." Maggiori particolari li aveva appresi, da un reportage del quotidiano dove aveva lavorato Marco. Alcuni suoi colleghi erano andati fino al villaggio di Tafraout, per ricostruire gli ultimi movimenti, avevano solo potuto avere notizie, per il resto nessuna traccia, automezzo e corpi si erano come volatilizzati. I Saharawì appresa la notizia avevano, tramite i pastori Berberi loro amici cui si erano uniti i saharawì clandestini aldiquà del muro, eseguito per giorni numerose ricerche ma avevano trovato solo dune di sabbia. Sara, all'oscuro di quanto era successo nel deserto, i primi giorni aveva pianto tanto, decidendo di tornarsene con il suo dolore a casa dalla nonna, ignara degli avvenimenti che avevano colpito la nipote.
Poi, incoraggiata dagli amici, aveva accettato l'invito di partecipare al volo umanitario e recarsi presso le tendopoli dei saharawì dove, per l'occasione, si sarebbe tenuta la commemorazione di Jammilla e degli altri. Sara, anche se non ne aveva voglia, si sentiva obbligata, in fondo se era ancora viva, lo doveva a loro.
Era la prima volta che si recava in quella parte dell'Africa del Nord. Che strano destino il suo! Doveva andarci la prima volta con il padre, la seconda con Jammilla e Marco, invece, adesso, andava da sola, senza nessuno di loro.
All'arrivo, Sara ed il resto del convoglio furono caricati sui camion sui pullman, donati ai Saharawì dalle diverse associazioni di volontariato Italo-Spagnolo, si capiva dalle insegne su di essi riportate. La prima notte dimorarono a Rabuni ( Rubinetto d'acqua) sede dei principali ministeri governativi della RASD. La mattina dopo, appena si levò l'alba, furono portati per gruppi stabiliti, nei diversi villaggi, che li avrebbe ospitati presso le famiglie. Sara, appena arrivata aveva dovuto comprare, nel piccolo ed unico spaccio esistente a Rabuni, uno scialle per avvolgere la testa e ripararla dal freddo della notte. In quel periodo di notte la temperatura scendeva a zero gradi. Inoltre si riparava dalla sabbia sollevata dal vento.
Per uno stano caso del destino fu portata al wilaya di El Ayoun, nome della città dove era nata Jammilla, ma mentre Jammilla aveva conosciuto la vera città posta sull’Oceano Atlantico, Sara si era trovata di fronte ad un immensa distesa di tendopoli in mezzo al deserto arido dell'Hammada…….. “
( Tratto dal romanzo: Oltre i veli del silenzio)
E trasportato dal pensiero, fra la realtà e l’immaginazione, la stanchezza fisica mi portò nello stato dormiente.
Non erano passate che poche ore e già alle sette, quando fuori ancora era buio, il rumore roboante del motore dei camion mi aveva svegliato. Non mi ero ancora reso conto del luogo in cui mi trovavo, considerato che il mattino prima ero in un soffice letto a casa mia. Ma, non ci misi molto a capire dov’ero, quando sentii le prime voci provenienti dall’esterno, una lingua non comprensibile, era il caso di dirlo: “ era proprio arabo”.
“ Sveglia ! Bisogna fare colazione subito, e poi si parte per Dahla”
Era stato uno dei compagni di viaggio a riportarmi alla realtà, entrando nella fredda tenda, e mentre gridava aveva acceso la luce.
Eravamo tutti stesi a terra sui materassi rannicchiati nel sacco a pelo, infreddoliti. Era stata la prima notte nel deserto di Tindouf a Rabuni, penso che fuori la temperatura fosse stata non superiore ai 2°.
Prima di partire ci portarono a fare colazione, la temperatura era ancora fredda, mentre i primi raggi di sole si stavano affacciando sulle mura del piccolo insediamento di Rabuni, sede della residenza del governo della RASD. Qui, in questa zona di Tindouf, vi era uno dei pochi piccoli insediamenti fatti in muratura, e gli altri distanti a pochi chilometri, erano adibiti a scuole ed ospedali. I restanti insediamenti, dove viveva il glorioso popolo dei Saharawi, quella parte che era riuscita a scampare all’aggressione dei marocchini, insieme alla nuova generazione nata in esilio, abitavano nell’immensa distesa di tendopoli delle villayas.
Da come si presentava, l’insediamento, si capiva subito che era un ex fortino, circondato da mura di argilla secca, alto tre metri. All’interno era stata organizzata la cucina e la sala mensa in una grande camerata, altre erano adibite per ospitare le delegazioni che venivano per incontrare i rappresentanti dei Saharawi. La cosa che colpiva, l’occhio non abituato erano le due grandi tende nere posizionate al centro, sembravano due piccoli crateri, venivano usate per le manifestazioni, e per bere il tè offerto dalle donne saharawi, servivano anche per ripararsi dal sole tra una sosta e l’altra. Era come una grande piazza, luogo di ritrovo di noi tutti all’arrivo ed alla partenza. Qui, oltre che in aereo, si facevano i primi incontri, tra i componenti delle delegazioni, e con i primi saharawi che gestivano il fortino.
Una delle prime persone che incontrai entrando nella sala mensa fu Maurizio Marani, l’avevo conosciuto nel volo precedente dell’anno prima. Persona simpaticissima, parlava con accento marcato romano. Maurizio lavora a Tele Montecarlo, e anche responsabile dell’Associazione di solidarietà laziale a favore dei Saharawi. Dopo esserci salutati mi fece conoscere subito Carlo Leoni, Deputato al Parlamento Italiano, componente della Commissione Esteri. Leoni è uno dei maggiori sostenitori della causa dei Saharawi nello scenario politico Italiano.
Il programma del mattino prevedeva, la raccolta di tutti i partecipanti al volo. Eravamo 250, una buona parte cittadini comuni che andavano a trovare i bambini, ospitati nei mesi estivi durante la permanenza in Italia. Gli altri erano in rappresentanza di Enti Pubblici, per gemellarsi con le Willayas Saharawi, e di Associazioni di volontariato, il Presidente Nazionale dell’ARCI.
Ci divisero in due gruppi, per essere destinati ai campi. Un primo gruppo di cento persone, fummo destinati a Dahla, per un tragitto di cinque ore di viaggio. Gli altri, erano diretti alle willayas più vicine,
( El Aiun, Smara, Dora ecc..), appena a un ora circa di viaggio.
. Eravamo una carovana di cinque camion più un sesto dove erano stati caricati i bagagli e due jeep. Su una delle due vienne ospitato Giorgio Fornoni
( fotoreporter internazionale ) con i suoi due amici giornalisti, venuti apposta per fare un servizio sui Saharawi.
Ci sistemammo, in numero di 25, a bordo del nostro camion, seduti l’uno di fronte all’altro, ci scrutavamo, studiandoci per capire la provenienza, o il motivo del viaggio. Di tutte le età, ad iniziare da Roberta e Dodo, diciottenni, alle signore quarantenni ai più anziani di sessant’anni. Ma la nostra differenza non era caratterizzata, solo dall’età, ma anche dai luoghi di provenienza. Fu così, che dopo esserci presentati, scoprimmo che eravamo: calabresi, campani, lucani, marchigiani, emiliani. Era questo un l’altro avvenimento che si verificava in questi posti, eravamo venuti per conoscere i Saharawi, succedeva invece che si faceva amicizia, prima di ogni altra cosa, tra di noi Italiani, superavamo le nostre differenze territoriali, politiche, sociali, culturali.
Ci legava un obiettivo comune: “ Cosa fare per aiutare i Saharawi”.
C’era chi già conosceva la loro storia, chi invece aveva sete di sapere.
Ma chi erano ieri, e chi sono oggi i saharawi?
" Essi derivano dalla fusione di tribù berbere e beduine autoctone e di elementi arabo -yemeniti arrivati nel Magreb fino al 1300. La lingua parlata è l'hassanya, dialetto arabo tipico di molte popolazioni del Magreb.
Vivevano, in una striscia di terra, del Sahara Occidentale che si affaccia sull'Oceano Atlantico, tra il Marocco e la Mauritania. Alla fine della denominazione spagnola, nel 1975, i Saharawi hanno subito l'aggressione di questi due paesi. Parte di loro ha trovato rifugio nel deserto algerino . Dopo anni di guerra la Mauritania ha rinunciato, mentre il Marocco attratto dai ricchi giacimenti di fosfati e dalle coste molto pescose , non intende mollare, nonostante l'opera di mediazione dell'ONU. In tutti questi anni la gente sta vivendo in un arido deserto, sopravvivendo soprattutto grazie agli aiuti di solidarietà dei popoli. Le tendopoli le hanno organizzato ad immagine delle loro città abbandonate con la stessa determinazione con la quale hanno sfidato il deserto, non desiderano che di ritornare nella loro terra.
A causa della lunga assenza degli uomini impegnati nella sanguinosa lotta di liberazione che dura ormai da quindici anni, il ruolo della donna è cresciuto, non solo per quanto attiene alla maternità ma anche per la funzione di unica educatrice dei figli. Molte sono le donne inserite attivamente nell'amministrazione delle tendopoli.
E’ impartito anche l'insegnamento della lingua spagnola, a conferma di utilizzare positivamente l'eredità coloniale. La religione è islamica, vissuta in maniera tollerante e ben lontana da ogni fondamentalismo. Nell'esilio si è dato vita ad una delle esperienze organizzative e di progresso sociale e civile più straordinarie della storia moderna in uno dei deserti più impervi ed inospitali della terra quello dell' Hammada di Tindouf, dove la temperatura in luglio e agosto supera 60° e di inverno cala sotto lo zero.
Dopo i primi anni di enorme difficoltà il Fronte del POLISARIO è riuscito a realizzare il modello organizzativo, di quello che sarà il loro Stato futuro, dopo che saranno ritornati liberi nelle loro terre. La popolazione degli accampamenti è divisa in quattro wilayas ( provincie). Ognuna di queste comprende sei dairas, i comuni, tranne la willaya di Dakhla che è composta da sette comuni. Le wilayas e le dairas portano i nomi di località del Sahara Occidentale attualmente occupate dalle truppe marocchine. Questo per sottolineare lo stretto legame con la propria terra d'origine .
Le wilayas sono quelle di El Aiun ( comprende le dairas di Haugunia, Teera, Amgala, Dora, Guelta e Bou Craa);
Ausserd ( con i comuni di Bir Genduz, Zug, Miyek, Tichla, Aguenit e La Guera), Smara ( dairas di Mahbes, Farsia, Tifariti, Bir Lehlu, Gderia, Hausa) e Dakhla ( comuni di Argub, Bir Enzaran, Ain Beda, Glabat al Fula, Oumdreiga, Boujdour e Zarefia).
Ogni comune, diviso in quattro quartieri, conta circa 10.000 abitanti in gran parte donne, anziani e bambini, considerato che gli uomini sono al fronte. Esistono poi delle istituzioni di rilevanza nazionale che si sono sviluppate in modo tale, per la presenza delle persone che vi lavorano e dei loro familiari, da acquisire una notevole importanza per numero di abitanti: sono i casi dell' Istituto professionale per donne "27 febbraio", delle scuole nazionali " 9 giugno" e "12 ottobre" e dell'ospedale nazionale. Questi istituti portano i nomi di date storiche per i Saharawi: il " 27 febbraio" ricorda la proclamazione della RASD, il "9 giugno" rievoca il martirio del fondatore del Fronte del POLISARIO, "El Uali Mustafa Sayed" e il " 12 ottobre" fa riferimento alla riunione di Ain Bin Tili nel 1975 dove la nuova generazione, rappresentata dal Fronte Polisario, si incontrò con i tradizionali leaders saharawi riuscendo a raggiungere l'unità nazionale per l'indipendenza ed il progresso del paese. “
Ma ritornando al viaggio verso Dahla.
Mentre i camion avanzavano, addentrandosi in un paesaggio che cambiava di volta in volta, alternandosi dal deserto immenso e pianeggiante, con un orizzonte infinito, un pò roccioso, a dune di sabbia fine di colore arancione.
I mezzi, piuttosto veloci, segnano la strada con i pneumatici, che subito dopo viene cancellata dal vento, così che si ha l’impressione che sia sempre la prima volta che gli automezzi transitino in quella parte di deserto dell’Hammada.
Alla prima sosta ci accorgemmo che una delle nostre difficoltà era di orinare senza essere visti. Appena scesi, dopo esserci sgranchite le ossa, ci eravamo guardati negli occhi, come per dire: “E adesso?”.
Solo i più intraprendenti, allontanatosi di almeno cento metri dagli automezzi, si chinarono. Gli altri, eravamo rimasti a guardare, ed a pensare al modo come farlo, senza essere visti, in vista della sosta successiva, senza allontanarsi molto. Il bisogno l'avevamo un po’ tutti a causa dello sballottamento dei camion, che stimolava, non poco, la vescica. A togliere, noi uomini, dall'imbarazzo ci pensò uno dei saharawi che faceva parte del convoglio. Questo allontanatosi di circa trenta metri si era inginocchiato e poggiato le mani in avanti, sembrava che pregasse, invece si era messo ad orinare, lasciandoci tutti di stucco.
Dopo un pò, eravamo tutti nella sua posizione, sembrava una preghiera di massa, ad Allah.
Le donne, avevano trovato un’altra soluzione. Allontanandosi a gruppi di due o tre, in modo che mentre una si piegava, le altre si mettevano davanti.
Avevamo, così, ripreso il viaggio più leggeri e meno sofferenti.
Intanto, lo spettacolo del paesaggio intorno si faceva sempre più spettacolare, mentre avanzavamo. Eravamo circondati da montagne di sabbia, che a tratti si colorava di rosso, a secondo del riflesso dei raggi del sole, morbida, modellate a curve perfette, come i fianchi di una bella donna, il vento le aveva, così, create.
La voglia comune era quella di correrci sopra per affondare i nostri piedi, o di rotolarci sopra, sarebbe stata una bella esperienza, al momento rinviata, a causa del resto del viaggio, ancora lungo, che ci aspettava, ci confortava la speranza del dopo, qualcuno a bordo l’aveva detto, che intorno al villaggio di Dahla vi era pieno di dune grandi come montagne.
Dopo quattro ore di viaggio la stanchezza ed il disagio avevano cominciato a farsi sentire. Specialmente per le persone che erano sedute dietro, in corrispondenza delle ruote posteriori alcune volte erano quasi scaraventati a circa mezzo metro d'altezza del sedile, per poi ripiombarvi sopra: ci sembrava di non arrivare più.
Intanto il paesaggio era cambiato. Avevamo rallentato l'andatura. Stavamo attraversando delle montagne rocciose, di colore quasi nero, di origine vulcanica. Sembrava uno di quei paesaggi africani descritti dal giornalista Piero Angela, sulla teoria delle origini della terra e sulla presenza dei primi umani, pare che questa parte del Sahara sia molto antico.
Intanto la carovana si era fermata, per un ultima sosta. Qualcuno di noi era sceso a sgranchirsi le gambe, altri erano rimasti a bordo a fumarsi una sigaretta, o in piedi a fotografare , lo strano paesaggio molto diverso dagli altri attraversati prima.
Io ero stato uno di quelli che era rimasto a bordo, avevo socchiuso gli occhi, con la testa rivolta ai raggi caldi del sole per abbronzare il viso. Non sembrava, ma erano almeno 20 gradi, ed eravamo agli inizi del mese di gennaio, in pieno inverno. Ad un tratto, quando aprii gli occhi, mi accorsi che erano scesi tutti dai camion e arrampicati sulle montagne nere circostanti, stavano con la testa in giù avanzando piano, piano come se stessero cercando qualcosa, una pratica che dalle mie parti in Calabria si usa per cercare i funghi nelle montagne della Sila. Mosso dalla curiosità scesi anche io ed avvicinatomi agli altri mi accorsi con meraviglia che le montagne circostanti erano piene di fossili. Questa era la testimonianza, che in quei posti un tempo vi era stato un paesaggio ben diverso da oggi, le pietre costituite da ammassi di conchiglie, testimoniavano la presenza del mare, ed il nero delle pietre laviche , la presenza di vulcani, inoltre vi era pieno di pietre particolari, di cui alcune con i fossili ancora attaccati. Era passata un ora, e stavamo continuando a cercare, nessuno di noi aveva voglia di risalire sugli automezzi per continuare la marcia. Ci pensarono i saharawi, responsabili della carovana, ad invitarci a salire a bordo, alla fine ognuno di noi aveva le tasche piene di pietre modellate e di fossili.