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di Umberto Romano - 1997
Romanzo –Saggio
176 pagine, Euro 15,00
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Ci piace l’immagine del velo presente, in questo nuovo romanzo di Umberto Romano. Essa ci fa pensare al velo di Maja delle religioni orientali, che separano apparenza e realtà. E, infatti, Romano lacera questo velo, sconfessa il mondo virtuale, creato dai mass-media e presentato come un paradiso ormai libero dal Male, rappresentato dal comunismo, secondo l’ormai famosa immagine reganiana. Ci presenta il vero volto della realtà e il vero significato della “globalizzazione”, della “mondializzazione” dell’economia, funzionale al neoliberismo.
Ci presenta un mondo dilaniato da feroci conflitti, dominato dallo sfruttamento del Nord opulente nei confronti del Sud, dal tentativo di eliminazione fisica di interi popoli, che si oppongono all’omologazione al modello neocapitalista. Il popolo Saharawi, al quale è dedicata l’attenzione costante di Umberto Romano, come scrittore e come volontario al servizio dei più deboli, è tra questi. Si tratta di un popolo senza terra, che, di conseguenza, rischia di non essere più tale; di un popolo che non trova pace.
La soluzione del suo dramma sembra avvicinarsi (attualmente c’è la prospettiva del referendum per l’autodeterminazione) per poi allontanarsi di colpo, come per una maledizione. Una specie di giuoco del gatto col topo. Il merito di Umberto Romano è quello di aver rotto la congiura del silenzio ordita nei confronti del dramma del popolo saharawì, ma anche quello di aver dato un contributo importante per il superamento dell’ “eurocentrismo letterario”, attualmente dominante e caratterizzato dall’attenzione del mondo culturale per il Vecchio Continente, per i suoi interessi, senza gettare neppure uno sguardo al resto del pianeta. Un’operazione politica-nel senso buono del termine-e, nel contempo, un operazione culturale, che merita di essere imitata da altri scrittori, purtroppo vittime della letteratura come “macchina di parole”, secondo la felice definizione montaliana.
(Critico letterario)
(Alcuni brani tratti dal libro "Oltre i Veli del Silenzio")
"Ci vediamo tra dieci minuti in camera mia, il tempo di fare una doccia."
Disse Jammilla mentre stavamo entrando in albergo. Annuii con lo sguardo, per rassicurarla che sarei andato.
Aveva i capelli leggermente bagnati e sciolti, sembrava un' altra, senza le sue trecce legate dietro la nuca, indossava una lunga camicia da notte in seta, di colore azzurro, ricamata a mano, da dove trasparivano le splendide forme del suo corpo. E se non era per la sua espressione molto seria e preoccupata, sembrava che stesse lì, aggiustata in quel modo per sedurmi.
" Siediti su quel divano , io preferisco stare in piedi, mentre ti parlo" Esordì con voce un po’ tremante ." Ti prego soltanto di non farmi domande, se non alla fine. Sappi comunque, che qualsiasi decisione prenderai dopo il mio racconto, per me va bene."
Mi ero sdraiato mettendo le mani dietro la nuca. Era la posizione che preferivo, quando dovevo ascoltare con attenzione.
" Sai cosa è il muro del Sahara ? E' qualcosa lungo 2000 km. Costituito da terrapieni e pietrisco che il governo Marocchino ha innalzato nella parte occidentale del Sahara, contro le rivendicazioni degli "uomini del deserto" cacciati dalla loro patria, un tempo colonia spagnola, oggi occupata militarmente dal Marocco. Un popolo espropriato della loro terra, che dalle rive ricche e pescose dell' oceano atlantico si spinge fino all'impietoso deserto del Tiris.
Un occasione, che per il Marocco comporta, tra l'altro, la possibilità di sfruttare le risorse di Bou Craa, uno dei più grossi giacimenti di fosfato del mondo. Da una parte del muro vi sono i territori liberati dalla guerriglia del Polisario, il Fronte di liberazione del Sahara, dall'altra, la repressione, le sistematiche violazioni dei diritti umani, dove avvengono quotidianamente violenze ed orrori. Ragazze violentate, bambini torturati davanti ai genitori. Galere dove la gente entra e sparisce, galere speciali.
A questo punto Jammilla si fermò, perché le lacrime le avevano raggiunto le labbra e, dopo averle asciugate, riprese a raccontare.
" Stiamo aspettando il referendum approvato dal consiglio di sicurezza dall'ONU, che dovrebbe con un libero voto permettere ai saharawi di scegliere tra l'integrazione al Marocco o l'indipendenza. Ma il referendum sembra un miraggio impossibile da raggiungere, proprio come l'acqua che si vede tremolare lontano all'orizzonte nella sabbia. La data fissata più volte non è mai stata rispettata. Mio padre con i miei fratelli vivono in tende costruite con materiale fornito dall'Alto Commissario per i Rifugiati dall'ONU. Di un colore sbiadito, verde pallido. Affiancate da case che non sono altro che minuscole costruzione con piccole stanze che servono per ripararsi durante le ore dall'afa che ristagna sotto i teloni. I muri sono precari, gialli in mezzo a un mare di terra gialla, uno spettacolo che riassume bene le nostre condizioni di vita. Non siamo più nomadi" Continuò Jammila con rabbia.
" Siamo costretti ad essere sedentari. a causa della guerra che impedisce qualsiasi spostamento, che permette di muoversi solo ai militari.
A tutti gli uomini che non vivono nei campi, che ritornano solo ogni tre mesi per un breve congedo. Nei campi sono rimaste solo le donne , i vecchi gli invalidi di guerra ed i bambini, e questa situazione ormai si protrae da vent'anni. Siamo un popolo in lotta, eppure siamo gente pacifica, ospitale, libera. Una società in cui non si conoscono omicidi o rapine e che ricorre alla polizia solo per comporre litigi, subiamo la necessità della guerra ma ne rifiutiamo il mito."
Si fermò di nuovo con le lacrime agli occhi, e riprese singhiozzando.
D' istinto mi alzai , la strinsi, e lei pose la testa sulle mie spalle e piangendo continuò:
" Non possiamo fare altrimenti ! Sappiamo che per noi non c'è più scampo. Ci vogliono sterminare tutti. Ci vogliono far scomparire. Non abbiamo mai usato l'arma del terrorismo, e forse è per questo che non facciamo notizia sulla stampa occidentale."
Le cose stavano realmente come le raccontava Jammilla?
Era la domanda che mi ero posto mentre lei parlava. Io non avevo letto molto di loro, conoscevo ben poco , quel poco letto su qualche reportage realizzato da giornalisti europei più coraggiosi. Avevo letto che era molto difficile attraversare il muro del deserto , in parte era minato ed in parte piantonato da militari con l'ordine di sparare a vista a qualsiasi sconosciuto o abitante del Sahara che volesse scappare al di qua del muro.
Leggevo che purtroppo le capacità di resistere e sperare non bastano a rendere meno pesante la vita. Qui non si produce, non si può produrre, in questo deserto assetato e crudele. I profughi vivono di un'economia totalmente assistita. Tutto viene dall'ONU, tutto dipende dagli aiuti internazionali. Arrivano, non arrivano. E' duro affidare la propria sorte e la vita stessa dei figli alla solidarietà internazionale. Si beve latte in polvere, si mangiano prodotti della comunità europea. I grandi "orti nazionali" come li chiamano, gli ortaggi e la frutta faticosamente strappata all'aridità della terra servono per rifornire le scuole e gli ospedali. Intanto Jammilla si era un po’ calmata e continuando disse:
" Devo dirti un'altra cosa. Sai ,penso che da più giorni siamo seguiti non so se da amici o nemici. Sono molto preoccupata perché in questi giorni devo incontrarmi con mio padre, che è uno dei capi della rivolta, in un villaggio tra le montagne dell' Ourika, dove vivono in un villaggio berbero da più di vent'anni abitanti saharawì. Mio padre non lo vedo da quando avevo l'età di quindici anni, quando alla fine del colonialismo spagnolo mi affidò a degli amici francesi per farmi studiare ed educare alla vita Europea, e ritornare alla fine delle ostilità, dopo il referendum per l'indipendenza.
Questo per me è un momento importante. Dipenderà da quello che avrà da dirmi che tipo di aiuto posso dare per accelerare il corso. Sai, il mio vero nome non è quello che tu conosci. Questo è solo un nome di adozione che mi è servito per poter avere la cittadinanza francese."
A questo punto Jammilla con sguardo molto serio, e fissandomi negli occhi, mi disse:
" Ora conosci tutto di me, che cosa intendi fare?"
Avevo due scelte, o partire il giorno dopo dimenticando Jammilla e tutta la sua storia, oppure restare, cosciente dei rischi che ci potevano essere . Naturalmente avrei dovuto trovare una scusa per mandare via Carmine, e farlo ritornare in Italia.
"Se decido di aiutarti, che devo fare?"
Con questa risposta inconsciamente avevo deciso di restare, con il pericolo che non sarei più tornato in Italia. Jammilla senza parlare mi si avvicinò e cingendomi le braccia intorno al collo pose le sue labbra sulle mie. Avvertii subito la morbidezza delle sue labbra carnose che davano un senso di freschezza quasi volessero dissetarmi, trasmettendo brividi che attraversavano la schiena, un'emozione che non sentivo ormai da anni. Come se mi fossi messo in moto per ripartire, come risposta posi la mia lingua sulla sua . Le nostre mani cominciarono ad accarezzare i nostri corpi.
Lei si muoveva in modo fremente, avvertivo le forme del suo corpo sul mio. Intanto mi aveva sfilato la camicia e piegandosi aveva cominciato a baciarmi il corpo trasmettendomi piccole scosse elettriche.
Ero completamente in sua balia, e senza che me ne accorgessi,
per il fatto che mi sentivo stordito, Jammilla mi aveva steso sul letto e, spenta la luce, si era spogliata, la stessa cosa aveva fatto con me sfilandomi i pantaloni, e quant’altro c'era sotto.
Dopo, in modo coordinato, come se stesse eseguendo un rito, riprese a baciarmi dovunque senza alcuna inibizione, soffermandosi laddove il mio corpo avvertiva maggior piacere. Poi a tratti interrompeva e si sdraiava sopra per accarezzarmi con il suo seno, e con tutto il resto del corpo, andando su e giù.
Mi sentivo la testa scoppiare come un vulcano e toccai l'apice del piacere quando, salitami sopra, sentii che stavo affondando in un vortice morbido .
Non so quante volte avevo goduto. Quante volte Jammilla aveva ricominciato. Non mi accorsi di niente perchè ero passato dal piacere al sonno. Avrebbe potuto essere anche il sonno del non risveglio. In fondo era anche questo uno dei modi in cui avrei preferito morire.
Furono i raggi del sole, che filtrarono dalla fessura che c'era tra la finestra e la grossa tenda, a svegliarmi , non sentivo più il braccio destro, a causa della testa di Jammilla poggiata sopra. Stavo lentamente sfilandolo, ma bastò questo lieve movimento a svegliare anche lei.
Era bellissima , aveva gli occhi che con il riflesso del sole le luccicavano dando al viso quel tocco in più che ci voleva perché potesse apparire affascinante e misteriosa, mi guardava in silenzio, poi senza parlare pose le sue labbra sulle mie, come per suggellare un patto d'amore.
" Qualsiasi decisione tu abbia preso, per me va bene" Esordì Jammilla , rompendo il silenzio. " Ti prego soltanto di tenere per te quanto ti ho raccontato, ne va della mia vita e delle persone che mi stanno vicino. Devi sapere che il pericolo principale non è il governo marocchino, sta a cuore anche a loro risolvere prima possibile la questione. Costa soldi e sacrifici per tutti questa guerra. Ma dietro a questo conflitto ci sono altre forze. Ci sono i "padroni delle guerre", venditori di armi che acuiscono lo scontro interno nei paesi dove ci sono problemi. Provocando incidenti diplomatici ed organizzando attentati in ambedue le fazioni, traggono dalla divisione degli altri i propri tornaconti, raggranellando le poche risorse che riescono a mettere da parte, provenienti dalla rinuncia di costruire una scuola o un ospedale, o limitando il cibo ai popoli, cosiddetti del terzo mondo, in cambio di armi."
"Ne è un esempio la terribile guerra che si sta abbattendo sul popolo dell'Iraq con tutte le conseguenze che potrebbe portare. Vogliono distruggere la storia, in nome di qualche barile di petrolio in più."
Erano bastate queste ultime parole di Jammilla a fugare in me ogni dubbio, anche se ne avevo ben pochi. Avevo già deciso la sera prima. Avevo deciso di restare.
"Sono con te, dimmi cosa dobbiamo fare. E che Dio ce la mandi buona."
Avevo affidato di nuovo nelle mani di Dio la mia sorte. Negli ultimi tempi non avevo avuto un buon rapporto con Lui, avevo sperato fino all'ultimo in un suo miracolo per evitare la tragedia che si era abbattuta sulla mia famiglia. Ma in confronto alla tragedia continua di questa gente ,forse la mia era stata meno dolorosa.
" Se non sarà necessario le nostre vite non saranno messe a repentaglio" Disse, rispondendomi, Jammilla. E continuando proseguì:
"La prima cosa che devo verificare questa mattina è capire chi sono quelli che ci seguono. Se quando saremo fuori saranno ancora in giro, ti prego di lasciarmi da sola, tenendomi però d'occhio in caso dovesse succedermi qualcosa e se questo dovesse accadere, invia una lettera a quest'indirizzo."
Mi porse un biglietto con l'indirizzo dei genitori adottivi che vivevano in Francia.
" Loro capiranno che è successo qualcosa di grave e si metteranno in contatto con la mia famiglia."
Intanto Carmine mi aveva telefonato nella stanza in albergo e non mi aveva trovato, così aveva telefonato nella stanza di Jammilla, comunicandoci che era in portineria e che doveva parlarmi con urgenza.
" Che cosa è successo?" Dissi, rivolgendomi a Carmine appena scesi.
" Devo rientrare subito, sto aspettando che dall’aeroporto mi confermino se c'è un posto libero sull'aereo delle 13,00 che fa Marrakech-Roma. Ieri sera sul tardi mi ha telefonato mia moglie comunicandomi che Monica si deve operare con urgenza di appendicite."
Monica era la figlia piccola di Carmine aveva 12 anni, lui le era molto affezionato, dalle occhiaie che Carmine aveva in viso si era capito che nell’ultima ore aveva dormito poco.
" Ti prego di scusarmi. Ci tenevo molto a fare con voi almeno l'escursione , ed avere cosi la possibilità di trovare qualche pietra con dei fossili dentro, spero che farai questo anche per me. Non ti chiedo di venire via con me. Resta qualche altra settimana, l'aria del Marocco e di Jammilla ti fanno bene, ti vedo più rilassato."
Era stato il destino a decidere per Carmine, sarebbe stato difficile trascinarlo in questa avventura senza spiegargli niente. Le nostre strade si stavano dividendo. Lo vedevo molto nervoso ma nello stesso tempo tranquillo, sapeva che in serata sarebbe arrivato già a casa.
" Ti accompagno all'aereo" Dissi con voce balbuziente. " Abbraccia per me mia figlia, dille che ritornerò presto, dille che le voglio bene, dille.."
M'interruppe Carmine, perchè il portiere disse che c'era in linea l’aeroporto, e mentre era al telefono mi fece cenno con la mano,
come per dirmi: "Parto, ritorno a casa."
"Non c'è bisogno che tu mi accompagni, prendo un taxi appena saranno pronte le valigie, e poi è meglio che non vieni, saresti capace d'intristirti e salire sull'aereo. No, è meglio di no. E poi è meglio se resti, così non lasci da sola Jammilla, penso che abbia qualche problema, non so cosa, ma è meglio starle vicino, ho avuto l' impressione sin da quando abbiamo messo piede a terra in Marocco, di essere seguiti. Stai attento, e telefonami spesso in caso tu abbia bisogno di qualcosa."
A Carmine, come al solito, non era sfuggito nulla, lui era fatto così, diceva le cose solo quando capiva che ce n'era bisogno. Intanto era scesa Jammilla ed andò subito a salutare Carmine.
Carmine, dopo aver dato spiegazioni a Jammilla si rivolse a me , dicendomi che doveva lasciarci per andare a mettere a posto le valige, poiché il tempo che restava per la partenza era poco.
Dopo, con aria sorridente, abbracciò prima Jammilla salutandola, e dopo si diresse verso di me, guardandomi in modo paterno. E mentre mi abbracciava mi sussurrò all'orecchio nella nostra lingua dialettale:
" Statt' attend, marraccomand." ( Stai attento mi raccomando)
Il mattino dopo prima che lei uscisse l'abbracciai sfiorandole le labbra, sentii subito il profumo della sua pelle, e lasciandola andare le sussurrai: " Ti voglio bene, stai attenta e sii prudente."
Non avevamo ancora fatto che poche centinaia di metri e vidi che uscivano da un bar i due uomini che ci avevano seguito fin dal giorno prima, i quali si avvicinarono, e rivolgendosi a Jammilla in lingua araba, dissero delle cose, per me arabo, (per dirla a modo in uso in Italia, quando non si capiva una lingua).
" Messier Maurizio De Felice è uno scrittore Italiano, mio amico e persona di fiducia.” Disse Jammilla appena finì di parlare, mentre mi presentava ai due uomini.
"Invece loro sono amici di mio padre , amici del popolo del Sahara, che mantengono i contatti tra i saharawi del deserto e quelli sparsi in giro per il Marocco, mi stavano seguendo perchè avevano da darmi notizie di mio padre, non si avvicinavano perchè non sapevano chi foste tu e Carmine." Continuò Jammilla mentre si rivolgeva a me, aggiungendo che come segno di riconoscimento le avevano mostrato una copia del medaglione che portava al collo, coniato direttamente dal padre
e del quale esistevano solo due copie.
"Mi hanno riconosciuta dal medaglione, e ci stavano seguendo sin da quando siamo arrivati in Marocco, avevano avuto mie notizie dai signori con cui vivo in Francia, mi stavano cercando da un mese."
Intanto il cameriere aveva portato quattro tè alla menta, con alcuni pasticcini secchi misti, francesi e marocchini, a base di cocco e alle mandorle con miele, molto buoni.
"Vostro padre arriverà in questi giorni, in una località segreta sulle montagne dell'Ourika, nel villaggio di mio zio, che è di origine saharawi, viene per incontrarvi. Non sappiamo il giorno esatto, forse tra cinque o dieci giorni. Io ho ricevuto l'ordine di accompagnarvi sul posto e di proteggervi, ufficialmente per la polizia, se saremo fermati, sono un vostro amico turista spagnolo conosciuto a Marrakech, che vi farà da guida per un escursione che organizzeremo domani, mentre Pedro, aspetterà l'arrivo di vostro padre, per poi accompagnarlo sul luogo convenuto per l'incontro."
Si chiamava Alì e sarebbe stato il nostro compagno di avventura, era Marocchino, amico del "Polisario", aveva i documenti con la cittadinanza spagnola, faceva parte dei servizi segreti amici degli uomini del Sahara. L'altro compagno di nome Pedro invece era spagnolo, ed anche lui ufficiosamente era in Marocco come turista. L'incontro tra Jammilla e suo padre era stato programmato da mesi, l'organizzazione era stata molto scrupolosa.
" Sveglia Maurizio, abbiamo solo dieci minuti di tempo, l'appuntamento con Alì è alle 7,30 sotto l'albergo. Dai! sveglia dormiglione."
Mentre parlava, Jammilla mi scuoteva. Avevo ancora il suo odore addosso, la sera prima, dopo avere fatto l'amore, mi ero addormentato nel suo letto, senza rientrare nella mia stanza. Per la seconda volta mi ero svegliato con lei accanto, era dolce e bella con i suoi lunghi capelli che si strofinavano sul mio petto. I suoi occhi, con quell'aria misteriosa mi scrutavano, mentre le sue labbra si stavano posando sulle mie. Risentii subito il suo sapore in bocca, e attirandola a me la stesi sul letto.