La Meridiana di Qumran

  


 

La Meridiana di Qumran

 

(storia delle origini degli uomini del deserto

sin dai tempi degli eroi di Masada 70 d.C.) -

 

di Umberto Romano

Genere: Romanzo Storico

Giugno 2000 - Pag. 144 – Euro 13,00

 

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Forse non tutti i luoghi di cui ci parla Umberto Romano appaiono così familiari al lettore italiano medio: Qumran, Masada, Herodium sia come nomi, sia come località, possono risuonare un po’ ostici. Ma altri stanno certamente dentro di noi, di tutti noi, per ragioni storiche e religiose o semplicemente culturali, fanno parte del nostro “vissuto” intimo, del bagaglio delle nostre fantasie o delle nostre credenze più profonde: Gerico, Gerusalemme, il Giordano.

E la stessa cosa vale per i suoi personaggi: si mescolano quelli storici come Eleazar Ben Jair o Giuseppe Flavio (per tralasciarne altri il cui posto nella storia o, nella religione è tuttora immenso) a quelli che dovremmo supporre di fantasia: come Ruth, Joshua, Hannan, Menahem o Gabael. Ma chi può dire davvero dove inizia la storia e dove termina la fantasia, qual è il limite tra la narrazione cronachistica ed il volo poetico? E questo specialmente con uno scrittore come Umberto, che già ci ha abituati alla stessa contaminazione nelle sue opere sul Sahara!

Così succede che leggendo il suo “La Meridiana di Qumran” ci si senta davvero “presi per incantesimo” e ci si ritrovi a calcare il deserto torrido, o a riposare sulle frondose rive del Giordano, o a passeggiare per alcune delle città più vecchie del mondo, o a immergere una mano nelle fresche acque del lago di Tiberiade o in quelle untose e dense del Mar Morto.

Magia di chi, scrivendo, sa esprimere tutto il suo amore per luoghi genti, situazioni, cioè per al vita nel suo senso più generale, e sa far riconoscere agli altri, dentro di loro, lo stesso amore, magari ancora inconscio, fino a quel momento.

 

GIANFRANCO BRUSASCO

 

 

 


 

(alcuni brani tratti dal libro -cap. III)

 

 

 

1950 scavi nella località di Qumran

 

 

Era stato colto da un temporale. Il cielo si era oscurato, avvolto da nuvole nere che si addensavano velocemente. L’acqua, che aveva iniziato a scendere dal cielo dapprima lentamente, aveva aumentato la sua intensità  rimbalzando a terra, a tratti il paesaggio s'illuminava di lampi  cui facevano seguito assordanti  tuoni. Padre Roland de Vaux, dell’ordine dei domenicani, avvolto nel suo saio appesantito dall’acqua che gli stava cadendo addosso, si arrampicava su per la montagna insieme al giovane assistente, frate novizio dello stesso ordine, di nazionalità ebrea, conoscitore di quei luoghi. Non era facile proseguire lungo il crinale dell’enorme roccia, pertanto erano costretti ad arrampicarsi a quattro zampe, come se fossero capre, cercando di raggiungere una delle grotte sulla parete per ripararsi dal temporale.

    Era il mese di  Dicembre del 1950 e padre Roland era stato incaricato dal  governo Giordano di effettuare ulteriori ricerche nella zona di  Qumran.

Tre anni prima, in quel luogo, nel 1947, un ragazzo arabo che stava badando al suo gregge nei pressi della ormai mitica località, si accorse che una delle pecore era scomparsa; decise di scalare la vici­na montagna alla ricerca dell'animale perduto. Durante la sua ricerca si trovò alla bocca di una caverna e pensò che potesse essersi nascosta li. Lancia un sasso all'interno della caverna, pensando di sentire il rumore della pietra che colpiva la roccia ma, invece, sentì un rumore come se la pietra avesse colpito un vaso di terracotta. Cominciò a fantasticare: pensò che forse era inciampato in un tesoro. Il mattino dopo tornò alla cava e, aiutato da un amico, entrò. Invece del tesoro trovarono diverse giare di creta in mezzo a pezzi di vasellame rotto. Ne portarono una al campo dove vivevano ed il loro disappunto fu grande quando scoprirono che tutto quello che avevano erano dei rotoli di pelle maleodoranti. Li srotolarono e trovarono che erano così lunghi da andare da un lato all'altro della tenda. Era uno di quei rotoli che, successivamente, fu venduto per duecentocinquantamila dollari. Lo vendettero per qualche centesimo ad un cristiano siriano di nome Kando. Questi era un ciabattino ed era solo interessato alla pelle per risuolare vecchie scarpe. Tuttavia, Kando aveva notato che sulla pelle c'erano delle iscrizioni in caratteri a lui sconosciuti. Dopo aver osservato la pelle con più attenzione, decise di mostrarle al metropolita siriano del monastero di S. Marco di Gerusalemme. Questi due tristi figuri trasportarono i rotoli da un paese all'al­tro nella speranza di ricavarne denaro.

L’Istituto Orientale Americano di Giordania scoprì che il rotolo era la copia conosciuta più antica del libro di Isaia del Vecchio Testamento. Sette anni più tardi i rotoli furono posti nel Reliquiario del Libro in Gerusalemme dal governo d'Israele”.

 

    «Presto aggrappati alla mia mano, prima che scivoli in basso con il rischio di sfracellarti!» gridò padre Roland al ragazzo. Le mani infangate si congiunsero strette come per suggellare un patto di aiuto, che in quel momento valeva una vita.

     Intanto, in breve tempo, si erano formati i primi rivoli d’acqua, che man mano diventavano ruscelli; scorrendo lungo la montagna, la terra di colore rosso si era infangata,  i due erano entrambi imbrattati di fango. Sembrava non si arrivasse mai all’entrata della tanto sospirata   grotta.

 

«Sia ringraziato Dio: siamo al riparo!» esclamò l’anziano appena varcò l’ingresso, e ansimando, si lasciò cadere a terra. Il ragazzo lo imitò sedendosi di fianco.  C’era buio nella grotta ed i malcapitati si tolsero di dosso gli indumenti bagnati  e, aspettando che smettesse di piovere, si erano incamminati verso l’interno. Il ragazzo inciampò in qualcosa: caduto a terra,  allungò la mano per capire dove aveva urtato.

 

     «Che cosa è successo?» gridò  Padre Roland.

 

     «Sono inciampato su questa pietra»  rispose il ragazzo mentre la porgeva al superiore.

       Padre Roland con la poca luce che c’era all’interno della grotta cominciò a scrutarla.

    «Che cosa può essere?» chiese dopo po’ il giovane al suo superiore, che era intento a scrutare attentamente la pietra dalla strana forma.

   «E’ una pietra circolare, solcata da un disegno concentrico  forata nel mezzo, sembra molto antica, assomiglia nella curvatura e nel diametro a una scodella di minestra» rispose padre Roland, mentre continuava a studiare lo strano oggetto.

 

Si trattava  in realtà di uno strumento di precisione, una sorta di meridiana, che un tempo serviva  a scandire il tempo nella piccola comunità di Qumran, che aveva abitato un tempo quei luoghi, dove dal 1947 ad oggi sono stati  trovati circa 700 manoscritti che fanno parte di una straordinaria biblioteca di testi biblici, vecchi di almeno duemila anni, e che rappresentano la più preziosa testimonianza originale sull'ebraismo antico e sui primi anni del Cristianesimo in Palestina. Un bel rompicapo: ci sono circa seicento grotte disseminate sulle col­line che sovrastano le sponde del fiume Giordano. In quelle grotte vivevano gli Esseni, una comunità di persone che avevano rinunciato alla vita mondana perché un vero ebreo non poteva vivere se non sotto la sovranità di Yahweh e non gli era permesso di obbedire a qualsiasi altra autorità. Così, secondo la loro opinione, qualunque ebreo che vivesse sottoposto all'autorità dell'imperatore romano e lo riconoscesse come sovrano aveva commesso un peccato.

Stanchi  dell'ostentazione del mondo e sopraffatti dalle sue forze incontrollabili che portavano inevitabilmente al conflitto ed all'autodistruzione, cercarono rifugio nel silenzio delle colline che sovrastavano le rive del Mar Morto. si ritirarono nella solitudine delle grotte delle montagne per concentrarsi e vivere in purezza per raggiungere la salvezza. A differenza di molti Ebrei del Tempio, non potevano usare l'Antico Testamento per fare soldi ma cercarono di vivere secondo i suoi insegnamenti. Conducendo questo tipo di vita speravano di raggiungere la perfezione e la santità. Il loro scopo era quello di porsi da modello per tutti gli Ebrei ed indicare loro il modo per fuggire dalla strada che portava alla distruzione che essi sapevano si stava avvicinando a grandi passi, a meno che gli Ebrei non avessero seguita la Parola di Dio.

Scrissero dei componimenti gnostici che devono aver emozionato i cuori della gente così profondamente da non poterlo descrivere a parole. Una canzone dice: “La vita dello gnostico è come una nave nella tempesta”. In un'altra lo gnostico è paragonato ad un viaggiatore in una foresta piena leoni ognuno dei quali ha una lingua come una spada. All'inizio del sentiero lo gnostico prova un'angoscia simile a quella di una donna al primo bambino che ha doglie: se egli riesce a sopportare questo dolore, verrà illuminato dalla Luce perfetta di Dio. Poi egli comprende che l'uomo è una vana, vuota creatura, plasmata dall'argilla e impastata con l'acqua. Dopo essere passato per il crogiuolo della sofferenza ed aver resistito ai limiti del dubbio e della disperazione egli aggiunge la pace nel tumulto, la gioia nel dolore, felicità nella sofferenza. Poi trova se stesso aggrappato all'amore di Dio. E a questo livello, con l'umile ringraziamento, che egli comprende che è stato strappato dall'abisso e posto su un altopiano. Camminando li, nella luce di Dio, egli è in posizione eretta, non inchi­nato davanti alla forza bruta del mondo.

Prima della scoperta dei Rotoli del Mar Morto molto poco si sapeva degli Esseni: Plinio e Giuseppe Flavio li menzionano ma gli storici successivi li ignorano quasi del tutto. Plinio li descrive come una razza a parte, il cui valore era superiore a qualsiasi altra al mondo:

“Non hanno donne, rifiutano l'amore sessuale, non hanno denaro.  I loro adepti sono in costante crescita perché un gran numero di persone sono attratte dal loro modo di vita... in questo modo la loro razza è durata per migliaia di anni, sebbene tra loro non avvengano delle nuove nascite”.

 

Giuseppe Flavio, che cominciò a vivere da esseno, scrive che gli Esseni “Credono che l’animo (ruach) sia immortale: e' un regalo di Dio. Dio purificò alcu­ni per Sé Stesso, rimuovendo ogni imperfezione della carne. La persona, così perfezionata raggiunge una Santità libera da ogni impurità”.

 

Questi “abitanti delle caverne” continuarono a condurre la loro vita senza essere turbati dalle ondate dei conquistatori che distrussero il Tempio e conquistarono gli Ebrei tante volte. La loro vita lontano dalla società civile non era una fuga dalla responsabilità di ogni Ebreo di combattere per la purezza della sua religione e per liberare la Giudea dall'aggressione straniera. Insieme alla preghiera ed allo studio delle Scritture, alcuni di loro venivano istruiti nella pratica delle armi, in efficienti forze che non solo predicavano gli insegnamenti di Mosè  ma erano anche pronte a combattere per la libertà di vivere nella maniera indicata dai suoi ammaestramenti. Così, la loro lotta poteva esse­re solo al servizio di Dio e non per ottenere potere o per ogni qualsiasi altra considerazione. I membri di queste forze combattenti erano chiamati dal nemi­co “Zeloti” . Erano organizzati sotto una sola bandiera ed ogni tribù aveva il suo proprio vessillo. Gli Zeloti erano divisi in quattro divisioni, ognuna delle quali aveva un comandante: in questo modo le dodici tribù ebraiche erano organizza­te sotto una sola bandiera. Il comandante doveva essere un levita; egli non solo era un capo militare ma anche un insegnante della Legge. Ogni divisione aveva la sua propria midrash (scuola) ed il levita, oltre ad adempiere ad i suoi doveri di comandante militare, doveva dare regolari darsh (lezioni) nella scuola.

 

Così, vivendo nella solitudine in queste caverne, gli Esseni sfuggirono alla mentalità ricorrente della ricerca dei piaceri e disdegnarono il vincolo matrimo­niale e le ricchezze. Formarono una società segreta ed i loro segreti non furono divulgati se non agli adepti. I Romani sapevano della loro esistenza ma non pote­rono penetrare la maschera di riserbo che li circondava. Il sogno di ogni ebreo dotato di spirito di avventura era di diventare membro di questa società in quan­to era il solo modo a sua disposizione per combattere l'invasore straniero. [1])

 

Dagli ultimi studi fatti, si è appreso che i membri della comunità di Qumran vivevano asceticamente, come dei veri monaci, in insediamenti comunitari sparsi per tutta la Palestina. Quella che è stata scoperta è  la biblioteca di un gruppo dissidente ritiratasi in questo posto, un tempo forse monastero,  per attendere l'arrivo del Messia, regolando accuratamente il proprio ritmo di vita secondo l'ora del giorno. Ma la durata di ogni singola ora, rispettando la tradizione ebraica, era diversa, a seconda delle stagioni. Nella cultura ebraica la durata dell'ora non dipendeva da un tempo convenzionale predeterminato, ma dalla divisione in dodici parti dei periodi che intercorrono fra l'alba e il tramonto e fra il tramonto e l'alba, ovviamente più o meno lunghi. Al momento del solstizio d'estate, le ore del giorno avevano la massima lunghezza e quelle della notte erano molto brevi, mentre la situazione si capovolge,  al solstizio d'inverno. Quindi si può dedurre che  la meridiana di Qumran,  registrando i movimenti del sole era capace di contraddistinguere anche le stagioni mediante gli intagli e una serie di solchi circolari. Gli abitanti di quei luoghi, a quel tempo, erano barboni afflitti dalla mania della pulizia personale, a giudicare dalla frequenza con cui bagnavano i loro corpi. Esperti nel creare un ingegnoso sistema di climatizzazione nelle grotte scavate fra un misto di calcare, gesso e sabbia, gli Esseni hanno indirettamente contribuito, con questa loro propensione a portare accorgimenti sofisticati nella zona pressoché desertica del Mar Guasto, già oltre duemila anni fa anche alla conservazione dei manoscritti (su papiro e pergamena) della loro biblioteca, che costituiscono il tesoro più prezioso pervenutoci dalla loro esperienza.

    Un tempo le grotte di Qumran erano utilizzate come abitazioni nei pressi del centro comunitario, dove i membri della setta prendevano assieme i pasti e i bagni rituali.

   Le caverne, scavate dagli stessi adepti, costituivano il sistema migliore per sopravvivere al clima soffocante del deserto, perché le rocce calcaree foderate di argilla filtravano l'umidità e servivano da fresco riparo contro il vento e le tempeste di sabbia.

     Gli uomini di Qumran non erano dei cavernicoli trogloditi, ma piuttosto una popolazione di intellettuali molto sofisticati, che aveva capito come rendere abitabile la regione ben prima della scoperta dell'aria condizionata.

   La comunità sopravvisse effettivamente fino all'anno 68 dalla nascita di Cristo, quando fu annientata dai soldati romani .

 

E da quel periodo che la meridiana, come se girasse all’incontrario, che segna il tempo della nostra storia…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

II

Mese di Issar,  dell’anno 68 d.C.

 

 

  Mentre il tempo scandiva il mese ebraico di Issar, il secondo dell’anno 68 d.C. (era cristiana), su in cima  a Masada, la pioggia continuava a cadere da più giorni, un temporale inarrestabile. Nella valle l’esercito dei Kittim (nome con cui venivano chiamati i Romani) si era rifugiato  nelle tende dell’accampamento, con il rischio che le acque che scendevano dalla montagna si tramutassero in tanti ruscelli, dando origine ad un grande lago che li avrebbe annegati tutti. Era il sogno dei ribelli di Masada, la roccaforte della libertà, l’ultimo baluardo rimasto a resistere all’invasione dell’esercito dei romani.

 

     Per lui, il grande condottiero esseno-zelota,  Eleazar Ben Jair, sembrava che non esistesse alcun temporale. Aveva radunato la sua gente , un migliaio circa, appena era cominciato a piovere invitandola a pregare il grande padre «EL», il Dio dei nomadi del deserto, affinché folgorasse con i lampi ed i tuoni il nemico del popolo d’Israele. E mentre gridava a squarciagola,  agitava le braccia. Recitava le sacre scritture riportate sui rotoli dei manoscritti di Qumran:

 «Brani di guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre», portati da Qumran a Masada dopo che i Kittim, avevano distrutto i villaggi della comunità del deserto:

“All'inizio dell'azione dei figli della luce, essi partiranno con­tro la schiera dei figli delle tenebre, l'esercito di Beliai, contro le truppe di Edom e Moab e i figli di Ammon contro il popolo di Filistea e contro le truppe dei Kittim d'Assiria, i quali han­no come cooperatori i violatori dell'Alleanza. I figli di len', i figli di Giuda e i figli di Beniamino, gli esuli del deserto, com­batteranno contro di essi e le loro forze con tutte le proprie truppe quando coloro fra i figli della luce che sono esuli ri­torneranno dal deserto delle genti per accamparsi nel deserto di Gerusalemme…” [2])

 

«Quando finirà questo diluvio? Sono giorni, ormai, che le mie vesti colano acqua,  ho freddo e paura, spero che sia solo un brutto sogno» Disse la giovane Ruth, rivolgendosi al suo futuro sposo Shem, che le stava di fianco in mezzo alla rumorosa folla.

 

«Non bestemmiare donna! o EL ci punirà ancora, dobbiamo aver fiducia nei suoi confronti.  Meglio un pò d’acqua purificatrice che cadere schiavi di quei mangiaporci incirconcisi» rispose il giovane, mentre guardava con rimprovero la giovane donna.  Così dicendo aveva ripreso ad ascoltare colui che stava con le braccia  alzate al cielo e con le mani aperte accarezzava l’acqua che scendeva giù. I capelli lunghi e la barba folta lo rendevano ancora più portentoso mentre gridava:

 

«I capi dei sacerdoti si schiereranno in fila dietro il sommo sacerdote e dopo di lui, dodici capi che dovranno officiare sen­za interruzione al cospetto di Dio. Ventisei capi a ciò designati dovranno compiere i loro uffici; e dopo di loro i capi dei Leviti, dodici di numero, uno per tribù, saranno presenti ai loro posti; e i capi designati ciascuno secondo il suo grado provvederan­no alle loro funzioni. I capi delle tribù e i padri della congre­gazione saranno sempre ai loro posti vicino alle porte del san­tuario; e i capi designati assieme ai loro ufficiali saranno ai loro posti nei periodi stabiliti, i noviluni, i sabati e  tutti i giorni dell'anno...»

 

      «Mamma ho freddo, non sento quasi e non vedo  più i miei piedi», sussurrò per non farsi sentire il piccolo David , figlio di Eleazar, mentre con la mano le tirava la veste. L’acqua aveva reso la terra tutta melmosa ed i piedi  del giovane vi erano, quasi, affogati dentro. Il nome della donna era  Hannan, era  bellissima, moglie devota dell’ultimo Re, baluardo della stirpe di Davide. Era incantata mentre ascoltava il marito che leggeva profetizzando. Per lei, lui era l’inviato che doveva liberare gli ultimi superstiti dalla tirannia dello straniero.

     «Mamma ho…»

     «David! Non vedi che tua madre è intenta ad ascoltare tuo padre. E poi che cos’è questa storia del freddo ? Un futuro guerriero  non può lasciarsi andare a queste umane sofferenze, non ti è stata ancora insegnata la sopportazione dei mali fisici, che viene tramandata, di generazione in generazione, dai maestri Esseni?»

    

Era stata Tamar, la bella di Masada, amica carissima di Hannan e sorella di Joshua amico di Shem, a rimproverare il ragazzo. Intanto avevano ripreso ad ascoltare Eleazar:

“Gli schieramenti di battaglia, e le trombe dell'adunanza quando le porte della guerra si apriranno perché i campioni di guerra avanzino, le trombe che eccitano alla strage, le trom­be della carica, le trombe d'inseguimento quando il nemico è abbattuto, e le trombe di adunata quando la battaglia è cessata. Sulle trombe dell'assemblea della congregazione si scriverà:

"I Chiamati da Dio”;

sulle trombe dell'assemblea dei comandanti si scriverà:

"I Principi di Dio”;

sulle trombe delle squadre di collegamento si scriverà:

 "La Schiera di Dio”;

sulle trombe de­gli uomini famosi si scriverà:

 "I Capi dei Padri della Congre­gazione.”

Quando essi si riuniranno nella casa del concilio si scriverà:

"Le Testimonianze di Dio per il Santo Concilio.”

Sulle trombe degli accampamenti si scriverà:

 "La Pace di Dio nei Suoi Santi Accampamenti”;

Sulle trombe delle loro sortite si scriverà:

"La potenza di Dio, per disperdere il nemico e mettere in fuga coloro che odiano la Giustizia e allontanare ogni Misericordia da coloro che odiano Dio”.

Sulle trombe degli schieramenti di battaglia si scriverà:

"Gli Schieramenti delle Bandiere di Dio per la Vendetta della sua ira contro Tutti i Figli delle Tenebre. […]”

 

   E mentre l’acqua continuava a cadere con più violenza, la voce dell’uomo riecheggiava fino a valle. Dal basso la fortezza  pareva raggiungibile solo a volo d’aquila. Era stata costruita da Alessandro Gianneo, in pieno deserto di Giudea, poco distante dalla sponda dal Mar Guasto ( Mar Morto).

Il nome Ma­sada  (fortezza del monte) si adattava bene alla sua struttura, singolare ubicazione, tuttavia fu  Erode il Grande, morto nel 4 a.C., a sistemarla come residenza,  una citta­dina fortificata con case, villa reale, acquedotto, terme, luoghi di ritrovo. Si diceva, e la notizia doveva corrispondere alla realtà, che Masada potesse resistere a un eventuale assedio per decenni in quanto l'acqua piovana riempiva annualmente le cister­ne capaci di dissetare gli abitanti. Tra le possenti mura rinforzate da 37 torri, Erode aveva lasciato uno spiazzo libero perché si trattava di terra capace di ogni tipo di ortaggio. Il motivo che aveva spinto il discusso re dei giudei a conservare in questa fortezza armi sufficienti per migliaia di uomini, enormi quantità di conserve e tutto ciò che potesse esaudire le pretese di un re  e dei suoi soldati. Il timore di una vendetta, da parte del popolo ebreo da lui tradito, l’aveva invitato a costruire la città.

   Masada si sarebbe prestata come un rifugio immediato e sicuro; era davvero  una fortezza costruita in un posto invidiabile.

  Costruita su un largo spiazzo alla sommità di un torrione roccioso, Masada era raggiungibile percorrendo due sentie­ri. Il primo, chiamato il Serpente, saliva da oriente; l’altro era una mulattiera proveniente dal Mar Guasto, che si snodava tra spuntoni di roccia e burroni che facevano paura.

 

Da quel tempo ne erano passati anni, ora era Eleazar il trascinatore, l’eroe incontrastato che parlava alla sua gente:

 

«Sette volte ed essi ritorneranno alle loro posizioni. E dopo di loro tre truppe di campioni di guerra usciranno e si collocheranno negli schieramenti. La prima truppa scaglierà sullo schieramento nemico sette giavellotti. Sulla lama del giavellotto si scriverà:

“Il Fulmine di una Lancia per la Potenza di Dio”;

 e sulla seconda arma si scriverà:

"Getti di Sangue che farà Cadere gli Uccisi nell'Ira di Dio”;

 e sul terzo dardo si scriverà:

"Balenio di Una Spada che Consuma l'Iniquo Caduto nel Giu­dizio di Dio E tutti costoro scaglieranno sette volte, poi ritor­neranno alle loro posizioni. Poi due truppe di campioni di guer­ra usciranno e si porranno fra i due schieramenti, la prima truppa, reggendo lancia e scudo, e la seconda truppa, reggendo scudo e giavellotto per abbattere i caduti nel giudizio di Dio e falciare lo schieramento del nemico con la potenza di Dio, per far pagare il fio della loro empietà ad ogni nazione di vanità. E il Dio d'Israele regnerà; e in mezzo ai santi del Suo popolo Egli manifesterà la Sua potenza…”

 

   «Quando parlerai a tuo marito della mia idea?» sussurrò con tono serio Tamar a Hannan, mentre ne illuminava il viso con la torcia che reggeva in mano.

  «Penso che se continuerà questo nubifragio non c’è ne sarà bisogno, annegheranno tutti, questo è il castigo di EL e in ogni modo penso che sia molto rischioso, tuo fratello non è d’accordo. Mi ha riferito che ha solo te come suo unico parente in vita. Conosco il motivo del tuo risentimento, ma non lo condivido. E’ forse scritto di  odiare il tuo nemico?»

  «Fai presto tu a parlare… li hanno sgozzati nel sonno, buttandomeli addosso. Io e mio fratello siamo vivi per miracolo e questo grazie al mantello con cui mia madre ci coprì per nasconderci. Ricordo ancora la voce di chi ordinò di sterminarci tutti. Era lui, allora giovane comandante, Silva!»

 Alla pronuncia del nome, gli occhi della donna avevano cambiato colore. Rendendola nervosa. La rabbia le aveva reso i lineamenti  più belli. avvolta nei suoi lunghi capelli neri che le accarezzavano le spalle. Intanto avevano ripreso ad ascoltare Eleazar:

 

«Gli uomini di prima linea avranno un'età tra i quaranta e i cinquant'anni; e coloro che governano l'accampamento avran­no un età fra i cinquant'anni e i sessant'anni, anche gli ufficiali saranno fra i quaranta e i cinquant'anni. E tutti coloro che spogliano i caduti e coloro che raccolgono il bottino e coloro che purificano il terreno e coloro che tengono in custodia le armi e colui che distribuisce il cibo,  tutti costoro fra i venticinque e i trent'anni. E nessun giovinetto e nessuna donna entrerà nei loro accampamenti, quando essi lasciano Gerusalemme per an­dare in battaglia, fino a che essi ritornino. Nessuno storpio o cieco o zoppo, o uno nella cui carne sia impressa una tara per­manente, o un uomo afflitto dall'impurità della sua carne nessuno di costoro li accompagnerà in battaglia; ma saranno tutti volontari per la guerra, senza macchia nello spirito e nella carne, e pronti per il giorno della vendetta. E nessun uomo la cui origine non sia pura andrà con loro il giorno della battaglia; infatti, gli angeli santi sono con i loro eserciti. E si lascerà uno spazio fra tutti i loro accampamenti per il posto della mano, di circa duemila cubiti. E nessun’indecente, cattiva cosa si vedrà nella vicinanza di qualcuno dei vostri accampamenti...»

 

  La voce di Eleazar, aveva un tono portentoso, nonostante la pioggia, faceva eco tra le mura delle case intorno alla piazza. Appoggiati a ridosso di un muro, c’erano due personaggi che ascoltavano con attenzione le parole, da come vestivano e portavano i capelli, si capiva che non facevano parte del resto della Comunità del villaggio, sembrava impossibile, ma uno dei due sotto il «sufi» potava una tunica rossa, stavano parlando tra di loro:   «Sarà una brutta storia quella che dovrò un giorno scrivere, più passano i giorni e i mesi e più mi accorgo che Eleazar comincia a non tenere più i piedi per terra. Ci sono più di 6000 uomini laggiù, che non appena finiranno di costruire il terrapieno, sferreranno l’attacco finale e dalla torre di Masada scorreranno solo fiumi di sangue» disse Giuseppe Flavio lo storico, studioso di testi antichi, amico di Eleazar ai tempi di Gerusalemme e Qumran, prima che queste fossero state distrutte dalle truppe di Tito,  rivolgendosi al legionario,  ambasciatore dell’esercito dei romani, guidati da Flavio Silva.

    I due erano ospiti a Masada, da due giorni, in veste di inviati speciali, con l’ordine di  convincere Eleazar ed il suo seguito alla resa.

 

    «Sta recitando in una lingua che non comprendo»,  rispose il centurione romano rivolgendosi a Giuseppe Flavio.

     «E’ l’antica lingua dei figli d’Israele, sta recitando i brani di guerra della storia dei tempi, pensa che gli saranno d’auspicio. Che Dio abbia pietà di lui, e salvi lui e la sua gente, sperano in un intervento divino che si manifesterà con l’invio sulla  terra dal cielo degli angeli giustizieri» detto questo l’uomo zittì, poiché i suoi occhi avevano incrociato quelli di Eleazar che aveva aumentato il tono di voce, mentre le centinaia di persone che gli stavano intorno inneggiavano il suo nome.

 

«Infatti Tua è la battaglia, e dalla forza della Tua mano i loro cadaveri furono dispersi senza sepoltura. Golia il Gittita, un uomo possente valoroso, Tu lo consegnasti nella mano del Tuo servo Davide, poiché questi confidava nel Tuo gran nome e non nella spada e nella lancia, infatti Tua è la battaglia; ed egli soggiogò i Filistei molte volte nel Tuo santo nome. E an­cora, per mano dei nostri re più volte Tu ci salvasti, a motivo della Tua misericordia e non secondo le nostre opere, che ci persuasero ad agire malvagiamente, e gli iniqui atti del nostro peccare. Tua è la battaglia, e da Te viene la potenza, ed essa non è nostra; né la nostra forza e la possanza delle nostre mani hanno operato valorosamente, bensì la vittoria appartiene alla Tua forza e all'immensità della Tua potenza; come Tu ci desti a conoscere negli antichi tempi, dicendo: "Una stella avanza verso Giacobbe, e uno scettro sorgerà da Israele. che schiaccerà la fronte di Moab e sterminerà tutti i figli di Seth; ed egli discen­derà da Giacobbe e distruggerà ciò che resta di Seir, e il nemico sarà spogliato, e Israele combatterà valorosamente …»

 

     E mentre il volto s’illuminava con i bagliori dei lampi e l’acqua colava dalla sua barba bagnandogli il petto, proteso in avanti, come per dimostrare la sua forza e vigorosità,  Eleazar, aveva aumentato il tono della voce, gridando:

 

«Sorgi, o potente; imprigiona i tuoi prigionieri, o glorioso! Metti le mani sulla tua preda, tu che combatti con sommo sul collo dei tuoi nemici fa calare la mano  e il piede sui cumuli dei caduti. Abbatti le nazioni, tue nemiche, e fa che la tua spada consumi la fallibile carne! Riempi il tuo paese di gloria, il tuo retaggio di benedizioni! Sui tuoi domini brulichi il bestiame, d'argento e oro e pietre preziose rigurgitino i palazzi. Altamente rallegrati, o Sion esulta di grida festose, o Gerusalemme; ed esultate, voi o città di Giuda! Tieni le porte spalancate sempre, ché i tesori delle nazioni siano tratti in te; ché i loro re ti servano, e tutti quei che t'affissero, davanti a te s'inchinino per leccare la polvere ai tuoi piedi. O figlie del mio popolo, altamente gridate con voce contenta, adornatevi con magnifici ornamenti!

E i suoi confratelli, i sacerdoti e i Leviti, e tutti gli anziani della regola con lui; e ciascuno al proprio posto, benediranno il Dio d'Israele e tutte le Sue opere di verità, e lo sdegno che Egli ha diretto contro Belial e tutti gli spiriti della Sua schiera. Rispondendo, diranno:

 

 "Benedetto sia il Dio d'Israele con tutti i Suoi santi disegni e le Sue opere di verità. E benedetti siano tutti i Suoi eserciti di giustizia, che Lo conoscono per mezzo della fedeltà. Maledetto sia invece Belial e i suoi ostili disegni, e sia og­getto di sdegno nel suo reo dominio: e maledetti siano tutti gli spiriti della sua schiera nei loro iniqui propositi, e siano fatti oggetto di sdegno in tutta la loro impura opera di profanazione: perché essi sono la schiera delle tenebre, e invece la schiera di Dio appartiene all'eterna luce. Dopo che si saranno allontanati dalla strage per rientrare all'accampamento, canteranno, tutti, il salmo del ritorno. E al mattino laveranno le loro vesti  dal sangue degli empi cadaveri e ritorneranno alle loro posizioni dove s'erano schierati prima che cadessero i nemici. Qui benediranno, tutti, il Dio d'Israele ed esalteranno insieme il Suo nome con giubilo. E rispondendo diranno:

Benedetto sia il Dio d'Israele, che tiene fede alla Sua Alleanza e alle promesse di salvezza per il popolo che ha redento…”

     Poi, Eleazar, fermatosi per ripigliare fiato, guardò in direzione del gruppo degli osservatori romani vicini a Giuseppe Flavio, per vedere la loro reazione  e per cogliere un eventuale segno d’approvazione dall’uomo, un tempo suo amico, e mentre guardava riprese ad gridare:

 

«Oggi è il giorno stabilito per rovesciare e abbattere il princi­pe del regno della iniquità; ed Egli invierà eterno aiuto alla schiera che ha redento per mano dell' angelo da Lui coperto di gloria perché ne eserciti l'imperio, Michele, eterna luce, per  portare luce gioiosa ad Israele tutto, pace e benedizione alla schiera di Dio, per esaltare tra gli dei l'imperio di Michele e il dominio d'Israele su tutta la carne. La giustizia si rallegrerà negli alti luoghi, e tutti i figli della sua verità gioiranno nell'e­terna conoscenza. E voi, figli della sua alleanza, siate forti nel crogiolo di Dio fino a che Egli con un cenno di mano riempia i crogioli con i Suoi misteri affinché voi possiate resistere…»

 

Eleazar aveva smesso di gridare, poiché l’anziano rabbino Gabael, che gli stava a fianco a sua volta, stava gridando:

“Il signore ha messo le parole sulla sua bocca!  Benedetto sia Eleazar e tutta la sua stirpe, poiché lui ci darà la vittoria, scaccerà i figli delle tenebre e potremo tornare a ricostruire il sacro tempio di Gerusalemme, la casa del Signore; ritornare a pregare nel deserto, per portare la parola del Signore, con le nostre genti disperse: i sacerdoti, i Leviti e noi figli di Sadoc. Lodato sia EL che ci manderà il Messia”

Il Rabby, il saggio ottantenne, era stato  l’artefice dell’azione degli eroi di Masada, il padre spirituale. Si portava un terribile segreto addosso, quello di non avere rivelato, per paura di passare in secondo piano, quanto aveva ascoltato quarant’anni prima sulle rive del fiume Giordano. Per punizione ogni volta che alzava gli occhi al cielo, una voce gli riecheggiava nelle orecchie, così forte da fargli perdere conoscenza:

 

«Questi è il figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto»

 

Il Rabby non aveva creduto, non aveva voluto credere.  Il rimorso lo riportava a ricordare quanto era avvenuto,  tanti anni prima. Quarant’anni prima da quella fatidica notte, quando sul viso, dell’allora giovane Eleazar, non vi era la lunga e folta barba bianca che gocciolava acqua.

 

" La lunga colonna, costituita dai sacerdoti dai Leviti e dai figli di Sadoc, circa 200 persone tra giovani e adulti, tutti uomini, marciava come se fosse una grande processione. Erano i membri della comunità Essena di Qumran, avevano lasciato le tende prima che sorgesse l’alba e stavano attraversando il deserto. Capo tipico d'abbigliamento era una sorta di cappotto-mantella in lana, tutto d'un pezzo (burnùs); ai piedi indossavano sandali di pelle di cammello.

Era il sabato del mese detto d’Etanin il settimo dell’anno. Gli abitanti della piccola comunità monastica si stavano recando sulle rive del fiume per l’immersione battesimale e per tenere la cerimonia annuale, nella quale si sarebbero lette le Regole della Comunità, nelle quali si rinnovava l’alleanza con il padre EL.

Il giovane Eleazar Ben Jair, aveva appena compiuto il diciottesimo anno di età. Era impaziente: da pochi giorni aveva raggiunto suo padre Ezer e suo zio Menahem, e stava per entrare a far parte della comunità; prima però, doveva essere battezzato dal Maestro Giusto della Comunità Essena. Mentre camminavano, il paesaggio intorno, agli occhi di Eleazar, si faceva sempre più particolare. Erano circondati da montagne di sabbia, che a tratti si colorava di rosso, morbida, modellata a curve perfette, come i fianchi di una bella donna, il vento le aveva, così, create.

Intanto il sole si era alzato ed all’aria fredda della notte, tipica del deserto, stava sopraggiungendo quella calda del giorno.

In testa al corteo ogni tanto si levava un grido ed un suono di tromba. L’uomo, che camminava davanti a tutti, indossava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; intimava:

«Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Dio ha fatto grazia! Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»

«Padre Ezer, chi è costui che grida a squarciagola?» chiese Eleazar. «È Yohanan il Maestro Giusto della nostra comunità, tornato tra di noi dopo un anno vissuto da eremita nel deserto, sta profetizzando; alcuni dicono che il Signore dei cieli gli metta le parole in bocca. È considerato il simbolo degli asceti, per la sua vita trascorsa nel deserto; afferma che si compierà una profezia di Isaia e proclama che è ormai giunto il regno dei cieli, cioè il regno di colui che ha creato il mondo; annuncia la venuta del Regno e prepara gli uomini a riceverlo mediante il battesimo.

Domani sarà un grande giorno: ci ritroveremo con le nostre famiglie e accorreranno, nel luogo del raduno, abitanti di Gerusalemme, di tutta la Giudea e della zona adiacente al Giordano; confessando i loro peccati, si faranno battezzare immergendosi nel fiume.»

Per la storia, occorre un maggiore approfondimento su Giovanni il Battista e del suo legame agli uomini di Qumran. Come abbiamo visto dagli scritti di Plinio.

Gli Esseni disdegnavano il matri­monio ma adottavano i bambini di altri uomini quando erano ancora in un'età in cui i loro insegnamenti avrebbero potuto lasciar un grosso segno, accettandoli insieme ai loro familiari e plasmandoli secondo il loro modo di vita. Così, attra­verso i secoli, per quanto possa sembrare incredibile, la società degli Esseni era sopravvissuta, anche se non c'erano mai state nuove nascite. Così Zaccaria, il Massimo Sacerdote del Tempio di Salomone, quando ebbe un figlio nella senili­tà, lo manda dagli Esseni, lontano dai centri abitati, dove il figlio venne alleva­to: egli è conosciuto dalla storia come Giovanni Battista.

Con il suo squillo di tromba, Giovanni, era ritornato dopo essersi allontanato dalla società degli Esseni, aveva vissuto un lungo periodo, vivendo da solo in luoghi selvaggi.

“Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi. Il suo cibo erano locuste e miele selvatico” (Matteo 3 : 4).

Cominciò a predicare direttamente alle masse e non insistette sul lungo periodo di apprendistato che era necessario per una persona che desiderasse fare parte a piano titolo nella confraternita degli Esseni: il suo era, dunque, un movimento pubblico. Esortò tutti a volgersi verso Yahweh e assicurò che il Regno di Dio sarebbe stato presto stabilito.

In relazione con queste notizie è interessante leggere la storia, riporta­ta da Giuseppe Flavio, di un altro eremita del quale lo storico fu discepolo. Giuseppe Flavio aveva trascorso molti anni (circa tre) nel deserto vivendo da asceta. Durante questo periodo egli era sotto la guida di un eremita il cui nome era Bannus che si vestiva con quello che cresceva sugli alberi, mangiava solo cibi selvatici e si educava alla castità facendo costantemente bagni freddi. È ovvio, quindi, che Giovanni stesse seguendo la comune consuetudine degli eremiti.

Luoghi inabitati erano stati il rifugio di Davide e di altri Profeti (su loro tutti la pace) prima di lui: era un luogo nel quale gli Ebrei si potevano liberare dalla dominazione dei loro governanti stranieri e dall'influenza di falsi dei. Nella solitudine non c'era brama di conquistarsi il favore di dominatori pagani; in que­sta atmosfera ci poteva solo essere dipendenza dal Creatore ed adorazione di Lui solo: era la culla del monoteismo. La desolazione del deserto rimuoveva ogni falso senso di sicurezza e l'uomo imparava a fare affidamento sulla realtà sola.

"NelI'aridità del deserto ogni altro sostegno cade e si rimane "nudi” davanti al Dio Uni-personale, la potenza, la costante Fonte di ogni vita, la Radice di ogni sicurezza”…

 


 

 

[1]- da  Gesù, un profeta dell’Islam di Muhammad ‘ Ata ur-Rabin

(Traduzione di M. Abdullah Cavallaro) - pag.22,23

 

[2] Da “ Prima di Cristo” ( Brani di guerra dei figli della Luce contro i figli delle tenebre) di Millar Burrows- Ediz. Feltrinelli 1961