PALESTINA
pag. 140 – Euro 11,00
La Mongolfiera
Il libro di Umberto Romano “ Palestina-Diario di Guerra”, rappresenta una testimonianza delle atrocità commesse da Israele contro il popolo palestinese, dalla provocazione di Sharon, con la sua presenza nella spianata delle moschee, del 26 settembre 2000 fino ad oggi. L’attuale tragedia, costata finora centinaia di vittime e migliaia di feriti, non è un fatto isolato nell’ambito dell’aggressione israeliana contro il popolo palestinese, che ha già compiuto decine di massacri con mezzi terroristici per ottenere un obiettivo: quello di costringere il popolo palestinese o all’emigrazione o ad affrontare uno sterminio. E’ vero che oggi non siamo nel 1948, quando la catastrofe palestinese, la “makba”, è quasi passata sotto il silenzio internazionale, ma, dopo le centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, mai rispettate da parte di Israele, la domanda dei palestinesi, dei democratici e anche di Umberto Romano è la seguente: quando la Comunità Internazionale deciderà di dare giustizia al popolo palestinese, che non ha alcuna responsabilità storica dell’olocausto e cui la lotta non ha niente a che fare con l’antisemitismo? Il libro di Umberto Romano è un contributo alla conoscenza della tragica realtà della vita del popolo palestinese, vittima del peggior terrorismo di stato da parte di Israele, ma che, ironia della sorte, viene accusato sempre di terrorismo.
Nemer Hammad
(Delegato Generale Palestinese in Italia)
Umberto Romano, che molti conoscono come cantore del popolo sahrawi, questa volta ci porta all’estremità opposta del Mediterraneo, in quella “Terra Santa”, che è un intreccio quasi inestricabile di contraddizioni, di conflitti, di "diritti" rivendicati e violati, i quali si scontrano tra di loro, sostenuti da due parti, ciascuna forte della sua certezza assoluta e, perciò, poco o nulla disposta a pensare, ad accettare che “l’altra” possa avere le stesse certezze e, magari, lo stesso diritto, od un parallelo, speculare al proprio.
In fondo, era quanto intendeva sottolineare, una volta il compianto Itzakh Rabin, il primo ministro israeliano firmatario degli Accordi di Washington, quando mi disse, con un gioco di parole comprensibile, forse, solo in inglese: “Ci sono le terre del petrolio (oil lands), ma noi siamo “soltanto” la Terra Santa (holy land), per questo le cose da noi sono così difficili”.
E quanto lo siano, stanno lì a dimostrarlo quasi un secolo di scontri, cinquantacinque anni di guerre vere e proprie ed, ora, un anno e mezzo di Intifada- Al Aqsa, con le sue migliaia di morti e decine migliaia di feriti. Ma quanti siano, davvero, questi morti, rientra, a sua volta, nella propaganda contrapposta. Le pur sanguinose statistiche ufficiali, di fonte israeliana, normalmente utilizzate dai giornali in Europa e negli Stati Uniti, parlano nel momento in cui scriviamo di 1300 morti palestinesi e quasi quattrocento israeliani, ma con un escalation che, nel solo mese di febbraio sfiora le quattrocento perdite irreparabili. Però, a sua volta, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Yasser Arafat, in questi giorni, parlando con una delegazione italiana dell’Internazionale Socialista, che è riuscita, con difficoltà che lasciamo immaginare al lettore, a raggiungerlo a Ramallah, calcolava in duemila la cifra degli uccisi, tra i soli Arabi, perché, quanto meno, Israele occulterebbe le cifre o, quanto meno, non terrebbe conto dei deceduti in ospedale, qualche tempo dopo gli scontri in cui sono stati coinvolti, ospedali che spessissimo si trovano in Giordania o in Egitto.
Sia ben chiaro che, mentre ci attardiamo in questa macabra statistica, non intendiamo fare assolutamente distinzione tra una parte e l’altra: le vittime, comunque, da una parte e dall’altra, sono tante, sono troppe e sono tutte egualmente deprecabili ed ad esse va il nostro cordoglio.
Ma altrettanto, non v’è dubbio che, di fronte uno all’altro, stanno, da un lato, coloro che sono aggrediti e si difendono, dall’altro coloro che aggrediscono, invadono ed opprimono. E’ ora che si faccia ogni sforzo, da ogni parte, per mettere fine alla carneficina, scatenata e prolungata da chi non capisce che, specie da quelle parti, “sangue chiama sangue” e che è una folle illusione pensare di bloccare la spirale della violenza con più carri armati, più bombardamenti, più azioni militari, più vittime tra la parte avversa. Lo ha scritto persino Bill Clinton, e scusate se è poco!
Il lavoro di Umberto Romano ci fornisce una parziale (come quantità), ma emblematica testimonianza diretta di che cosa sta davvero accadendo, attingendo a materiale mandato direttamente, via e-mail a lui, dalle mailing list di questo o quel gruppo palestinese e ONG che ne sostengono la causa. Il materiale disponibile è immenso e qualche futuro storico, riteniamo, avrà molto lavoro da fare per recuperarlo, sistemarlo ed utilizzarlo. In questa selezione operata da Umberto Romano, necessariamente ridotta, può darsi che, nella mole del materiale disponibile, siano “saltati” dei pezzi significativi, che il nostro storico futuro reperirà e pubblicherà, ma certamente vengono esaltati due aspetti positivamente:
-l’emblematicità, in quanto ognuno degli episodi, delle situazioni, delle violenze, ma anche delle riflessioni qui riportate, è il simbolo di altre decine e decine di casi analoghi, cui basterebbe cambiare solo nomi, luogo, data, cifre;
-l’immediatezza di una cronaca, di una testimonianza “in diretta” di una situazione che, dopo un anno e mezzo, sembra ancora, come dicevamo senza speranza, e siccome a questa è sempre necessario, per continuare a vivere, offrire sempre un'altra chance ci auguriamo che la frenetica attività diplomatica internazionale in corso mentre scriviamo, possa creare le condizioni perché, da amara cronaca quotidiana, questo instant book possa diventare al più presto la testimonianza di una pagina di storia superata positivamente.
Gianfranco Brusasco – Resp. D.S. Dipartimento Esteri
Breve nota
Avrei voluto recarmi, così come ho fatto per il popolo Sahrawi, in Palestina per scrivere i fatti sul mio quaderno di viaggio, fotografare le scene con gli occhi e registrare la rabbia nel cuore la tragedia del popolo palestinese, ma non ho potuto. Mi sono invece incollato, ogni notte dal lontano settembre 2000, inizio della seconda intifada-Al Aqsa, al mio computers, registrando le e-mail inviatemi da Ahmed Benani e dall’ONG IOPA. Oggi, a distanza di quasi due anni, di una parte dall’archivio ne ho fatto un libro-denuncia, un diario di guerra.
Molte pagine sono volutamente anonime, buttate così come le ho ricevute via Internet, cogliendone l’immediatezza della notizia, alcune volte riportata al presente per coglierne il momento della denuncia, della rabbia, del dolore.
Ringrazio l’organizzazione internazionale IOPA (ONG, con sede a Ginevra che coordina il lavoro di quanti lavorano sui problemi della Palestina, pubblica notizie e articoli inviandole alle altre Associazioni distribuite per il mondo) e il politologo Ahmed Benani, grande sostenitore della causa palestinese, per avermi dato la possibilità di conoscere meglio e diffondere le notizie sulla tragedia della gente di Palestina.
"Lascia
che una bandiera di colore nero sventoli su ogni casa.
poiché, se il sangue rosso virtuoso e' seminato senza ragione, il mondo intero
deve vestire di nero".
Finché
ruscelli di sangue scorreranno quotidianamente dal corpo di uomini, donne e
bambini palestinesi.
Finché l'occupazione opprimerà e terrorizzerà.
Finché i martiri moriranno bramando libertà e dignità.
Finché i cittadini palestinesi, portati via dalle loro case, languiranno in
prigione.
Finché la coscienza internazionale se ne starà in silenzio.
Finché Sharon, il criminale, continuerà a cercare il suo ruolo nella storia.
Finché le leggi internazionali saranno soffocate dai poteri occulti.
Finché le decisioni delle Nazioni Unite saranno sottomesse agli Stati Uniti...
(da
"Palestina, diario di guerra, di Umberto Romano [Aisir Abdallah]")
... l'intifada vivrà
Forze di occupazione israeliana attaccano coloni Palestinesi, il risultato sono 8 morti e 120 feriti .
Conflitto a fuoco tra coloni Palestinesi e soldati israeliani stanno continuando per il quinto giorno consecutivo con i militari che usano munizioni e missili contro i palestinesi armati di sole pietre.
Gaza: Fahmi Abu Amune di 28 anni, del Campo dei Rifugiati di Al-Nusairat è morto a causa dello scoppio di un missile.
Omar Abdlerahim Sulieman di 20 anni del Campo dei Rifugiati di Jabalyia è morto con un colpo d'arma da fuoco alla testa. Un terzo colono palestinese non identificato è morto dopo essere stato sparato in faccia. Ismail Shehdeh è morto da una ferita del colpo d'arma da fuoco alla testa e Sharif Ashour Abdullah è stato dichiarato clinicamente morto dopo che è stato colpito da proiettili di mitra.
Hebron: Mohammed Younis Ayaish Mahmoud di 21 anni è morto a seguito delle ferite riportate venerdì, nell’occasione sono state ferite altre 60 gente a seguito di assalto di militari israeliani, tutti della città di Hebron.
Jenin: Khadra Salameh e Hussein Ahmad, di 57 anni, sono morti, rimasti vittime, cosparsi di benzina incendiaria.
Nablus: Oggi a seguito di una sparatoria 20 gente sono state ferite. L’assalto è avvenuto nella notte.
Tulkarem: Bader Ahmad Yousef 17 anni è stato ferito seriamente ad una mano e allo stomaco.
Ramallah: 15 gente sono state ferite oggi.
Betlemme: 50 civili sono state feriti durante le ultime dimostrazioni.
Nonostante i richiami internazionali, le forze di occupazione israeliana continuano le loro brutali azioni contro i palestinesi.
Questi i fatti:
- Le forze di occupazione israeliana stanno usando la loro forza militare contro i dimostranti palestinesi;
- L'eruzione di violenza è stata causata a seguito dalla visita provocatoria di Sharon ad Haram Al-Sharif (spianata delle Moschee);
- Il Governo israeliano è il solo responsabile di questo massacro e per la tensione scoppiata nei territori occupati.
A causa di quanto su esposto si chiede:
- Una cessazione totale dell'aggressione eseguita contro i residenti di Palestina;
- Un comitato internazionale che accerti i crimini che si stanno commettendo dalle autorità israeliane nei territori della Palestina;
- Richiamo della comunità internazionale affinchè faccia pressione sul governo israeliano. Si fa appello al Consiglio di Sicurezza dell'ONU per il rispetto delle decisioni, riferite alle risoluzioni 242 e 338.
- Si chiede la protezione internazionale contro le truppe dell'occupazione israeliana nei territori occupati.
11 Ottobre 2000
Da PMC (Palestina Media Center)
Soldati dell'Occupazione israeliana uccidono due palestinesi.
Oggi, 11 Ottobre 2000, forze israeliane hanno ucciso due palestinesi: Sammy Salame, 17 anni da Tulkarem è stato sparato al cuore e Karam Qanan, 19 anni da Can Yunis, è stato sparato al torace da un soldato israeliano del posto di blocco di Can Yunis.
Rispetto alla morte di Salame, è stato dichiarato da Hilal Rajab, che a mezzogiorno il giovane Sammy Salame stava camminando a piedi quando, a circa 50 metri, stavano passando due jeep israeliane. Un soldato, di una delle jeep, improvvisamente ha sparato dei colpi in aria mentre andava via. Alcuni minuti più tardi, un altra jeep militare israeliana venne sul luogo, alcune pietre lanciate da una fionda hanno colpito la carrozzeria, in risposta i soldati hanno sparato a Salame alla schiena. La pallottola le ha attraversato il cuore. Un testimone oculare ha affermato che i soldati si trovavano a 100 metri da Salame, e quindi le pietre non potevano essere state lanciate dal giovane.
Lui è il quarto giovane a essere stato ucciso dalle truppe israeliane a Tulkarem durante questi 13 giorni di aggressione israeliana contro i Palestinesi. Le altre tre sono, Hosam Hamshari di 16 anni con un colpo in testa il 2 Ottobre, Muhammed Faris 24 anni con un colpo nel torace il 4 Ottobre, e Tamam 17 anni con un colpo al cuore.
Le ultime uccisioni, portano il numero dei morti in Palestina a 85, in questi ultimi giorni, di cui 26 erano inferiore a 18 anni di età.
Lunedì 16 ottobre - elenco dei martiri uccisi dall'esercito israeliano durante il corso dell’intifada.
Nome, Età e Luogo di residenza.
-Bilal Ali Afana 26 anni di Abu Dis
-Mohammed Hussein Farah, Jerusalem
-Yahya Farraj 17 anni di Bait Safafa, Jerusalem
-Ossama Jadda 23 anni di Old City,Al Quds Al Maqassed Hospital
-Haitham Awayda 45 anni di Hay Thawri, Al Quds Al Maqassed Hospital
-Nizar Ashuweyki Nablus, Jerusalem
-Khaled Adli Bassem Al Bazayan 16 anni di Nablus
-Mohammed Mahmoud Al Qalq 23 anni di Tulkarem campo Nablus
-Mahmoud Hani Anbara 24 anni di Amman Nablus
-Zakaria Arsan Al Kylani 22 anni di Seerees Nablus
-Amjad Abdullah Abdul Fattah Maseeyed 23 anni di Tubass Nablus
-Nizar Aida 16 anni di Ramallah
-Mohammed Badiya Al Attli 25 anni di Gaza
-Mohammed Jamal Derr 12 anni di Gaza
-Bassam Al Balbissi 45 anni di Gaza
-Mahar Abeed 22 anni di Gaza
-Mustafa Hilme Ramadan 29 anni di Nablus Joseph's Tomb
-Jihad Mahmoud Al Aloul 23 anni di Nablus, Jerusalem
-Iyad al Khushashee 17 anni di Nablus
-Mohammed Ahmad Eid Jabareen 23 anni di Fahm
-Samer Tabanja 28 anni di Nablus
-Hossam Naeem Bakhiyat 19 anni di Nablus
-Imad Anati 29 anni di Al Amari Ramallah
-Salah Ibrahim Al Faqi 28 anni di Qatna Ramallah
-Mohammed Nabeel Daoud 12 anni di Al Bireh Ramallah
-Mohammed Jabour Radi 10 anni di Rafah Gaza
-Samer Fathi Taramsi 19 anni di Sheikh Radwan, Gaza
-Ibrahim Sameeh Nayef Barahmeh 27 anni di Jordan visiting Jericho
-Aqbet Jaber dei Refugee Camp
-Hatem Abdel Aziz Al Najjar 27 anni di Gaza Jericho
-Mohammed Amin As Sajadi 19 anni di Aqbet Jaber Refugee Camp, Jericho
-Mahmoud Ghazi Mohammed An Nabeeh 29 anni di Gaza Netzarim Junction,
-Salah Abdullah Al Abed Abu Kneis 19 anni di Gaza Netzarim Junction
-Wa'el Tayseer Qattaweh 14 anni di Balata, Refugee Camp, Nablus Joseph's Tomb,
-Rami Hatem Gharrah 22 anni
-Musleh Hussein Ibrahim Abu Jarrad 18 anni di Deir Al Balah, Gaza Um al Fahem
-Ahmad Ibrahim Siam 18 anni di al Fahem
-Aseel Hassan 'Asli 18 anni
- Arrabet Al Batouf, Galilee Arrabet Al Batouf,
-Ala Khalid Mansour Nassar 21 anni
-Imad Faraj Ghanayem 23 anni -Sakhnin, Galilee Sakhnin, Galilee
-Walid Abed Abu Saleh 20 anni - Sakhnin, Galilee Sakhnin, Galilee
-Sara Abdel Azeem Hassan 18 anni- Sarrah, Salfit Area Salfit Area
-Iyad Subhi Noubani 30 anni - Nazareth
-Ahmad Hassan Fayyad 23 anni-Ramallah
-Fahmi Abu Ammounah 30 anni - Nuseirat Refugee Camp, Gaza
-Khadrah Ahmad Husein Salamah 56 anni-Faqua, Jenin Jerusalem
-Ismail Shehdeh Ismail 27 anni -Gaza Ramallah
-Mohammed Younis Ayash Az Zama'ari 17 anni- Halhoul Hebron
-Ramez Ayyash Bushnaq 27 anni - Kufr Manda
-Ahmad Ali Ahmad (An Nabrisi) 27 anni - Refugee Camp Nablus
-Omar Mahmoud Abdel Rahman Suleiman 20 anni - Gaza
-Mohammed Fawzi Sarkhe 21 anni - Siwari, Al Quds Beitunia
-Mahmoud Al Amwassi 33 anni - Beitunia
-Mohammed Yousef Abu 'Assi 13 anni
-Ayman Deeb Al Louh 21 anni -Gaza Netzarim Junction
-Alaa Hassan Hussein Jaber Al-Barghothi 23 anni - 'Aboud village, Ramallah
-Mohammed Wadi' Faris Na'esi 22 anni - Deir Al Ghusun Tulkarem
-Sharif Farraj Abdullah 'Ashour 18 anni - Rafah Gaza
-Mohammed Ghaleb Khamayseh 20 anni - Kufr Qana
-Mahmoud Lutfi Massad 24 anni - Barqin, Jenin
-Arafat Abdul Jawwad Al Atrash 20 anni - Hebron
-Mahmoud Saleh Abu Sbeiteh, 25 anni - Shuja'iyeh, Gaza Netzarim Junction,
-Salameh Sleeman Zaidan Aqbet Jabar Refugee Camp near Jericho
-Mustafa Mohammed Farrarjeh 22 anni - Dheisheh refugee camp Beit Jala
-Jawdi Al 'Abeidi 11 anni - Jerusalem
-Dia Abdel Rahman Nayef 'Issa Ishteyeh 18 anni - Salem Village, near Nablus
-Mohammed Khalid Mahmoud Tammam 18 anni - Tulkarem
-Lou'ai Abdullah al Mikyed 20 anni - Jabalya Refugee Camp, Gaza
-Majdi Samir Maslamani 14 anni - Jerusalem
-Iyad Abdel Halim Ishteyeh 24 anni - Salem, near Nablus
-Marwan Abdel Razaq Shamlakh 25 anni - Sheikh Ijlin, Gaza Hanoun
-Saleh Issa Al Riyati 22 anni - Rafah Refugee camp Gaza Strip
-Rashad Ismail Hussein An Najjar 22 anni - Maghazi Refugee Camp Gaza Strip
-Wajid Mousa Abu Awwad 21 anni - Beni Suhaila, Khan Younis Gaza Strip
-Zuheir Riziq Darabyeh, Jabalya Refugee camp. Gaza Strip
30 Ottobre 2000
Da PMC (Palestina Media Center)
Cittadini Americani si pronunciano sul ruolo americano nel conflitto di Israele/Palestina.
Noi siamo cittadini americani che vivono a Gerusalemme occupata, nella parte ovest di Gaza, siamo preoccupati sulla strage che continua in Palestina che finora ha prodotto la morte di almeno 130 cittadini Palestinesi, 4 ufficiali della sicurezza Palestinese, un cittadino e 6 soldati israeliani. Il 30% delle vittime palestinesi sono bambini inferiori a 18 anni di età.
Noi deploriamo il fallimento del nostro governo nel condannare l'uso di armi letale, incluso missili lanciati da elicotteri, pallottole di acciaio rivestite di gomma, granate lanciate dalle truppe israeliane, contro i civili di Palestina. Molti di noi hanno visto gli elicotteri all'attacco mentre bombardavano cittadini palestinesi nelle aree residenziali incluso i nostri quartieri residenziali.
Noi condanniamo le azioni unilaterali e invitiamo il Congresso dell’Amministrazione americana ad intervenire, a non essere in contraddizione con false posizioni, come mediatori di pace. Noi denunciamo specificamente il mancato rispetto della Decisione 426, esprimendo il nostro biasimo per la violenza frequente sul comando di Palestina e i piani dell'Amministrazione Americana per gli aiuti militari supplementari a Israele.
Noi richiamiamo l'Amministrazione Americana sulle seguenti iniziative:
- protezione per i cittadini comuni palestinesi, in particolare nelle zone del conflitto;
- Indagine internazionale immediata sulle origini che hanno causato il conflitto, giusta Decisione 1322 dell’ONU;
- Aiuti umanitari, incluso approvvigionamenti di medicinali e generi alimentari per la gente di Palestina.
- Si riaffermi la volontà del Presidente Clinton a Gaza a sostenere il rispetto dei diritti umani per i palestinesi, nella stessa maniera con cui si è sostenuto recentemente la causa dei cittadini Kosovari nella loro lotta per la libertà;
- Si sospendano le spedizioni di armi a Israele da parte degli Stati Uniti, poiché vengono usati contro i cittadini palestinesi;
- Si arresti il trasferimento di soldi dei contribuenti Americani a Israele, attualmente ammontano a 6 miliardi di dollari all’anno, finché Israele non rispetta le decisioni dell'ONU.
Noi testimoniamo la violenza terribile che questa regione ha mai visto. Si stanno attaccando le nostre case, dai militari israeliani, quotidianamente. I nostri bambini vivono nel terrore. Gli Stati Uniti possono porre la fine immediata all'occupazione illegale israeliana. E’ venuto il tempo che gli Stati Uniti rendano giustizia facendo cessare 50 anni di conflitto. Noi ci aspettiamo che il nostro governo rappresenti la giustizia e la libertà per le gente a cui vengono calpestati i diritti umani.
Firmato :
Zaid Khali, Josina Manu, Maia Ramnath, Steve Quester, Kevin Neish, Jacob A. Mundy, Jordan Flaherty, Kristen Schurr, Liv Dillon, Joe Gessert.
Rapporti su attacchi di coloni israeliani su cittadini palestinesi durante la sollevazione dell'Al Aqsa-Intifada.
29 Ottobre:
Un colono palestinese, Abu Ahmad, del villaggio di Salem si era recato a lavorare la sua terra. Nel posto erano sopraggiunti alcuni coloni israeliani che lo hanno invitato ad andare via, al suo rifiuto, di abbandonare la propria terra, veniva attaccato con pietre, riportando gravi ferite.
Tareg Sadok 15 anni e Mahmoud Sadog 17 anni sono stati feriti a seguito di attacco alla loro macchina, mentre si recavano nel vicino villaggio al sud di Garyout di Nablus, a seguito di lancio di pietre che ha danneggiato il vetro anteriore.
Alle ore 10,00 di mattina, il villaggio fu attaccato da coloni che spararono in direzione delle case del villaggio ferendo tre palestinesi: Saleh Hasan Murad 20 anni, Muhsen Jaber 21 anni e ' Azeez Ahmad anziano 25 anni. L’attacco è avvenuto mentre i giovani si recavano ad approviggionarsi di acqua.
Alle cinque del pomeriggio, un veicolo di un colono israeliano arrivò all'ingresso principale dell’ospedale Augusta Victoria di Gerusalemme Est. Il colono è uscito della macchina con un'arma da fuoco automatica nelle mani, ha aperto il fuoco direttamente in direzione del palestinese che era presente, a ridosso del recinto. L’uomo era di guardia all'ospedale si chiamava Hazrallah Mahmoud Mousa 36 anni, fu ferito alla spalla.
30 Ottobre:
Coloni israeliani attaccano macchine di palestinesi sulla strada tra Ramallah e Nablus, danneggiando i vetri di molte macchine. Uno studente dell'Università di Najah, Salameh Kareem Waleed 20 anni, e stato ferito alla testa dal lancio di pietre gettate dai coloni. Lui fu trasportato a Al-Ittehad ricoverato in ospedale a Nablus, le sue condizioni di vita sono considerate molto serie.
In mattinata, tre coloni armati della zona di Itzhar fecero irruzione vicino ai campi Hawwareh e cominciarono a tagliare alberi. Quando un palestinese si avvicinò per tentare di fermarli i coloni aprirono il fuoco da una corta distanza e Sulaiman Hasan Tayseer di 46 anni rimase ferito al torace. Trasportato all’ospedale è morto in nottata.
Ziyad ' Aed Khulail 28 anni è stato ferito ad una mano dopo che un colono israeliano lo aveva sparato lungo la strada a Hebron.
1 Novembre:
Alle 14,00 del pomeriggio circa 100 coloni, armati con arme da fuoco, fermarono le loro macchine lungo la strada 60 ad ovest di Al – Khader, aprendo il fuoco in direzione delle case dei palestinesi localizzate vicino la strada, area C, con l’aiuto dell'esercito israeliano, specialmente nella zona sud della città. Come risultato di questo attacco 4 Palestinesi sono stati uccisi e almeno 20 feriti, 7 di loro seriamente. Nel conflitto sono rimasti anche uccisi 2 soldati israeliani e 3 furono feriti.
Coloni della zona vicino ad Itzhar Nablus, hanno aperto il fuoco su coltivatori del villaggio di Oreef mentre loro stavano raggruppando il loro raccolto di olive nei campi. Abd-Elhadi Sa'eed 18 anni fu ferito al collo e Mohammad Faleh 36 anni fu ferito alla gamba. Ricoverati in ospedale, secondo fonti mediche, le loro condizioni sono critiche.
2 Novembre:
Durante la notte, coloni israeliani sradicarono circa 100 alberi di olive nel villaggio di Beta. Questa azione non è la prima del suo genere, altri coltivatori furono attaccati dieci giorni prima, con la stessa operazione di sdradicamento di alberi.
Amarneh Ahmad Ma'ad 20 anni e Tu'ameh Hussein Ali 17 anni del villaggio vicino a Guffen Toulkarem furono attaccati lungo la strada principale del villaggio da sei coloni israeliani. Amarneh Ahmad Ma'ad ha riportando seri danni alla testa, in merito all’incidente ha dichiarato: “Mentre mi stavo dirigendo verso casa, dopo il lavoro di una giornata con Ali, una jeep israeliana si fermò nella mia direzione costringendomi a fermare la mia macchina. Poi quattro coloni lasciarono la jeep e si avvicinarono alla mia macchina invitandoci ad uscire della macchina, mentre ci puntavano armi automatiche addosso. Quando scendemmo dalla macchina, loro ci attaccarono colpendoci alla testa e in altre parti del corpo, finché non accorsero altri palestinesi, costringendo i militari ad andare via. Ma'ad e Ali, furono portati all'ospedale di Toulkarem.
Da PMC (Palestina Media Center)
Le Forze di Occupazione Israeliana continuano a uccidere cittadini civili di Palestina. nei Territori Occupati.
“Oggi, 17/12/2000 alle ore 12:30 circa, queste forze, senza alcuna giustificazione hanno aperto il fuoco su civili palestinesi disarmati di Salah Addeen vicino a Rafah. Come risultato, Mahmoud Hitler Libdah Abu di 25 anni residente di Rafah, è stato ferito seriamente alla spalla, dopo l’accaduto due Palestinesi si sono avvicinati a Mahmoud Hitler nel tentativo di soccorrerlo, i soldati israeliani come reazione hanno aperto il fuoco su loro provocandone la morte immediata.
Questi erano:
- Mohammad Mahmoud Iyad Dawoud fabbro ferraio di 27 anni residente a Rafah è stato sparato nell'addome.
- Aljaleel Abd Ahmad Alqassas di 38 anni - residente a Rafah è stato sparato nel torace.
Le Forze di occupazione israeliane hanno continuato ad attaccare i civili e le loro abitazioni in località Salah Addeen vicino a Rafah la notte scorsa (16/12/2000) alle ore 20,00 circa.
Nello stesso contesto, le Forze di occupazione israeliana hanno distrutto altre case localizzate in Beit Sahour quartiere di Azzaitoun in Hebron, la notte scorsa (16/12/2000) alle 21,30. quattro case localizzate a Beit Sahour e altre quattro localizzate ad Hebron. Nell’occasione è rimasto ferito un civile: Omar Ibraheem Khalid di Hebron con 3 pallottole.
Le Forze dell'Occupazione israeliana hanno anche distrutto con un bulldozer insediamenti agricoli dedite a Serre, ed altre culture. Durante gli attacchi sono stati distrutti alcuni sistemi d’irrigazione.
26 Dicembre 2000,
Campo dei rifugiati di DHEISHEH, zona Ovest
di Laura King,
Alcuni di loro hanno vecchie chiavi di ferro pesanti in memoria delle case distrutte tempo fa. Alcuni hanno sacchetti della loro terra. Altri hanno fotografie delle siepe. Un modo come un altro per avere un ricordo nella memoria per non dimenticare..
Nel campo di Dheisheh, un lavoratore Palestiese Aziz Hamash racconta che lui ha insegnato ai suoi cinque bambini che un giorno possono ritornare alla loro fattoria vicina alla città israeliana di Ramle, anche se sono un cumulo di rovine da oltre mezzo secolo, a seguito dell’invasione israeliana.
Sul muro del soggiorno vi è una fotografia in bianco e nero raffigurante un muro di pietra sgretolato e un prato erboso “E’ tutto quello che resta” dice Hamash “Era una casa comoda circondata da giardini e un boschetto di limoni.”
Hamash ogni tanto porta i suoi bambini a visitare il luogo dove c’è la loro terra. Poiché non hanno il permesso di attraversare Israele, devono viaggiare per 30 miglia per strade secondarie di campagna, qualche volta accompagnate con la macchina di un amico comprensivo che ha la licenza israeliana.
“Questa terra è nostra e voi la dovete sempre amare” dice Hamash ai propri figli quando arrivano sul luogo.
Durante una delle tante visite clandestine la famiglia Hamash fu presa e detenuta per ore dalla polizia israeliana. Il figlio Ziad di dieci anni, disse ad Hamash: “Papà, non ti preoccupare, un giorno o l'altro noi non dobbiamo più strisciare per ritornare alla nostra casa.”
Il problema dei rifugiati è cresciuto notevolmente, da circa 1 milione, secondo le Nazioni Unite, nel 1950 a quasi quattro volte oggi.
La famiglia di Hamash è uno dei tanti casi. Nel 1948 quando furono costretti a scappare erano: madre padre e due ragazze piccole. Ora loro sono un clan di 40 membri nel campo dei rifugiati di Dheisheh.
Israele ha sempre ha rifiutato di discutere il rimpatrio dei rifugiati palestinesi nelle loro terre .
“I miei fiori sono di plastica, non come quelli veri che crescerebbero nel mio giardino'' dice la moglie di Hamash, Miasr, gesticolando con il vaso in mano: “Quando saremo a casa, farò la casa bella, molto più bella di questa, perché sarà per sempre nostra”.
“Noi vogliamo la nostra terra. Noi non vogliamo soldi, e non vogliamo altra terra in Palestina o in qualunque altro posto” dice Hamash, il tono della sua voce è rabbioso. “Anche se il cielo è abbastanza io non voglio il cielo. Voglio la mia terra''.
Tra i rifugiati pesa una minaccia inarrestabile. Tutti i bambini nei campi sono potenziali guerrieri lanciatori di pietre, giovani che sfidano le truppe israeliane quasi quotidianamente. Molto spesso restano feriti o muoiono.
Hamash consiglia a suo figlio Zeiyd, di 15 anni di prendere un percorso diverso.
“Io gli dico che resterà ucciso gettando pietre, non può gettare via la sua vita. deve aspettare e crescere, finchè non avrà un arma, e sia addestrato a lottare. Arafat ora è debole, e deve accettare quello che gli americani gli dicono. Ma i miei figli saranno forti e lotteranno per ottenere indietro la nostra terra”.
Gerusalemme, 3 Gennaio 2001
Da PMC (Palestina Media Center)
Pace che assassina!
La polizia israeliana ha commesso un azione molto pericolosa, per il processo politico di pace, con l’assassinio del Dr. Thabet di 49 anni fuori di casa sua, domenica 31 Dicembre 2000.
Segretario Generale di Al Fatah per il suo distretto, il Dr. Thabet era un leader politico previdente e credibile. Fu il primo a sostenere il processo di pace lanciato a Madrid nel 1991. Il Dr. Thabet seguiva il processo di pace nel suo collegio elettorale. Lui era anche il fondatore di un movimento per la pace in Palestina chiamato “Comitato per il Dialogo e Coesistenza con le Gente Israeliane. Thabet è l’ultima vittima assassinata brutalmente dall'esercito israeliano.
Il suo assassinio, più di qualsiasi cosa, ha distrutto qualsiasi credibilità o fiducia nell’intero processo di pace. Ha generato un senso di rabbia fra i palestinesi, ha risuscitato la storia di Israele come uno stato che sistematicamente ricorre a uccisioni non punite. La polizia israeliana è diventata il braccio assassinio operativo per lo stato israeliano.
In seguito al terribile assassinio rivolgiamo alcune domande al Sig. Barak:
1. E’ stato ufficialmente adottata la polizia israeliana come forza di assassini?
2. Qual è l’elenco degli obiettivi che include figure politiche?
3. Il Ministro della Difesa pensa che dopo l'assassinio di Thabet, un leader più moderato lo sostituirà?
Sin dalla creazione dello stato di Israele, l’assassinio era un strumento continuo delle milizie ebree, più tardi divenire una polizia del governo israeliano. Dall'assassinio dei tre leader Palestinesi in Beirut (Kamal Nasser, Kamal Udwan, e Youssef Najjar) e l'assassinio a Tunisi dell'al-Wazir Khalil, (Abu Jihad) e più tardi di Abu Iyad e Hayel Abdel-Hamid, all'assassinio dei leader islamici come Yahya Ayyash e Fathi Shiqaqi gli ultimi assassini non sono una sorpresa per il popolo di Palestina. Quello che è sorprendente è mettere in dubbio che tale polizia possa assicurare la pace.
Gli esempi su esposti sono un piccolo esempio del comportamento della polizia israeliana contro i diritti umani del popolo palestinese. Le ramificazioni legali, morali, e politiche di violenza così sistematica e violazioni così orrende.
Ora quel Barak ha sposato apertamente il suo piano punitivo e razzista della separazione unilaterale combinato da un assedio multiplo dei territori di Palestina e un'intensificazione della forza militare, lui ha dato ordini di espandere le sue operazioni, includere leader politici e i membri del PNA nell’elenco delle gente da eliminare. Tentando di distruggere Fatah e il PNA, Barak sta distruggendo qualsiasi opportunità di pace con la Palestina.
Barak con la sua azione elimina i suoi interlocutori di pace. Così operando chi resterà dall’altra parte per poter trattare? Con l’eliminazione fisica dei dirigenti Palestinesi vi è il segnale della volontà politica della terminazione del processo di pace e qualsiasi altre prospettive per la pace.
15 Febbraio 2001
Lettera aperta ai membri di una sinagoga di Gerusalemme
Di Hanna Nasir, Presidente dell'Università di Birzeit
Lessi alcuni giorni fa sul giornale “Quds”, l’appello per la realizzazione della pace coi vicini di casa, i palestinesi. È senza dubbio necessario perché tutti noi chiediamo: pace. Non penso che ci sia qualcuno che non vuole vivere in pace e tranquillità. La più importante domanda ora è come ciascuno dei due lati interpreta questa pace.
La pace è come una fine al conflitto tra di noi, così facendo noi palestinesi guadagniamo i nostri diritti umani storici.
Sto dicendo queste cose perché credo che questo stato di conflitto continuerà anche dopo che noi guadagniamo i nostri diritti. Gli effetti dell'occupazione e la distruzione del territorio di Palestina da più di 50 anni non sono annullati facilmente da una riconciliazione nazionale, anche se questa riconciliazione è legittimata dall’intervento internazionale. La riconciliazione storica ha bisogno anche di posizioni etiche e d'appoggio. Non sto dicendo che questo complichi questioni ma piuttosto dalla mia percezione di vera pace e dalla prospettiva di finire permanentemente e pienamente il conflitto.
Apprezzo - tanto quanto un non-ebreo potrebbe apprezzare - l'estensione di quello che lei sopportò per la causa Nazista-Germanica e gli altri paesi europei. Questo era senza dubbio un crimine orrendo contro l’umanità. Così come veramente capisco il suo impegno continuo contro i criminali di guerra nazista e capisco quella Germania moderna che si scuserebbe e sopporterebbe responsabilità per quello che accadde. Naturalmente, questa scusa non annullerà gli effetti dei crimini ma allevia almeno la tragedia e apre la porta a una riconciliazione storica tra lei e la Germania.
Noi come palestinesi ci aspettiamo che Israele si scusi e assuma la responsabilità per quello che accadde dalla stessa prospettiva. Ero relativamente giovane durante la Guerra del 1948 ma ricordo ancora affettuosamente le città di Palestina dell'ovest, Jaffa, Safad e Ramleh. Ora queste città sono divenute parte di Israele. Ricordo ancora dolorosamente le città di Palestina che visitavo e che ora sono demolite completamente. Ricordo come nel 1948 vidi onde di deportati, dei rifugiati di Birzeit al crepuscolo, esausto e terrificato non trovare altro ricovero che non fosse il cielo e i rami dell'albero di ulivo. La mia esperienza è più o meno la stessa di tanti palestinesi.
E lei vuole dimenticare tutto questo o fingere di dimenticare? Lei vuole dimenticare quello che accadde alle gente di Palestina durante il corso dei 50 anni passati e come loro erano e ancora sono sottoposti a continui tentativi di distruzione delle loro infrastrutture e della loro esistenza?
Nonostante tutto questo, noi accettammo alcuni anni fa una soluzione conciliatrice prevalente per il governo israeliano dei territori occupati. Lei comprende senza dubbio che questa soluzione non accorda ai palestinesi più del 22 percento della storica Palestina. Comunque, i palestinesi desiderano la pace costretti ad accettare questa soluzione - anche se a malavoglia.
Poi, che accadde? Lei supponeva che le negoziazioni in ordine a perfezionare decisioni legittime e internazionali sviluppassero procedure infinite per completare l'occupazione. Si supponeva anche che una percezione della relazione tra i due popoli e ogni dettaglio di una riconciliazione storica fosse formulata. Sfortunatamente, sei anni e più sono passati e le forze israeliane hanno totalmente prelevato altro territorio. Gerusalemme est non è più la nostra. Occupazioni sequestri e costruzioni illegali di sistemazioni ebrei in Palestina sono continuati ad ovest di Gaza.
Ricordo come, dopo il 1967, gli israeliani stavano dicendo che se la Palestina avesse ammesso la legittimità del ritorno, Israele li avrebbe offerto molto più di quello che loro avevano immaginato. La Palestina offrì questo desiderato riconoscimento così come fecero gli altri paesi arabi. Ma nonostante tutto questo, le reazioni israeliane non scorsero su un livello di sincerità nel dare riscontri storici. Le soluzioni promesse non vennero mantenute. Al contrario, la gente israeliana divenne estrema e più ostinata che mai.
L'Intifada corrente è un risultato diretto e attuale di questa posizione israeliana. Nessuna persona accetterebbero di rimanere sotto occupazione eternamente. Noi consideriamo le posizioni correnti del governo israeliano un insulto perché si vanta di offrire più di qualsiasi altro governo. Comunque, ognuno sa che quello che il governo israeliano offrì sia molto di meno della soluzione conciliatrice che i palestinesi hanno accettato che è in acquiescenza con le decisioni legittime internazionali.
Il nuovo primo ministro eletto ha dichiarato pubblicamente che lui non accetterebbe mai le posizioni del precedente governo, questo già in partenza. Questo in se stesso blocca totalmente e paralizza il processo di pace.
L'Intifada non è un picnic per i palestinesi. Mediamente due su tre palestinesi sono uccisi. Ci piacerebbe che non venisse più versato il nostro e il vostro sangue. Lei chiama noi a considerare le negoziazioni come la base per arrivare a una soluzione. Lei dice che ciascun lato deve dare concessioni dolorose. Mi piacerebbe ricordare che noi accettammo concessioni storiche dolorose, poi firmammo accordi con leader israeliani. Ora, vuole lei, dopo tutto questo ancora una volta negoziare su quello che noi abbiamo già negoziato? Ci vuole lei concedere i nostri diritti umani storici? C'è una ragione per questo? C'è una ragione perché noi dovremmo concedere Gerusalemme Est? C'è una ragione perché noi dovremmo concedere la terra dei coloni. C'è una ragione perché noi non dovremmo rivendicare i diritti dei rifugiati per una sistemazione giusta per loro e la loro tragedia?
È facile chiedere all’altro di fare concessioni dolorose. Comunque una chiamata sincera deve essere accettata, nel rispetto delle decisioni internazionali legittime, come base per finire il conflitto, nonostante tutto se queste decisioni sono dolorose da un lato, lo devono essere anche per l’altro.
Allo stesso tempo lei sta indirizzando la sua chiamata verso le gente di Palestina, mi piacerebbe che lei le dirigesse anche verso la sua gente. Chieda che venga dichiarata la loro accettazione sulle decisioni legittime internazionali, senza ambiguità o malintesi e la loro buona volontà di liberare completamente i territori da loro occupati dal 1967, Gerusalemme Est inclusa. Chieda di trovare una soluzione giusta al problema dei rifugiati. Superare le difficoltà e trovare soluzioni pratiche in un periodo limitato di tempo. Se no, la lotta continuerà per la difesa dei diritti umani.
Non voglio finire la mia lettera con una nota pessimistica. Voglio appena ricordarle che la riconciliazione storica tra noi è molto vicina. Nonostante la violenza ha avuto il sopravvento sulla ragione, l'opportunità ancora è là per la riconciliazione. Se Israele abbandona la sua occupazione espansionista e le ambizioni colonialiste esso troverà una vera oasi di pace che potrebbe dare a tutti la sua gente una sistemazione, al posto di un esercito possente.
24 Febbraio 2001
Cronaca di una Morte annunciata
Di Mark Twain
Per molti giorni la notizia, ora pubblicata, nel mondo sul devastare degli effetti dell'assedio israeliano sull’occupazione del territorio di Palestina è servita ad evidenziare una situazione nuova: è divenuta la cronaca di una morte annunciata, commentatori e analisti, alcuni per prevenire, altri per speculare sulle conseguenze, tutti annunciano il crollo imminente delle Istituzioni Nazionali della Palestina e l’instaurazione dell’anarchia.
Dal lato israeliano, si può capire la funzione di tale descrizione: questo soprattutto pensando ai desideri colonialisti. Ci sono quelli, fra i leader israeliani, e fra i giornalisti che risuonano, che sperano che noi scompariamo, che spera che noi saremo più in là, senza resistere, senza negoziare, senza nessun interlocutore, solo con comando radicale-religioso, alternativo ignoto alla comunità internazionale e che vuole, solo come il governo israeliano, rifiutare di negoziare sopperendo sotto il fuoco dell’occupazione.
È vero, come il Commissario Speciale Tarjie Larsen dell’UNESCO enfatizzò esattamente, nella sua conferenza stampa di Gaza la settimana scorsa, che il blocco economico e totale per le gente di Palestina, la disgregazione dell’attività economica e l'aumento spettacolare della disoccupazione, il taglio di approvvigionamenti nei numerosi campi, l’assedio ha abbattuto la nostra economia mettendola in ginocchio.
È vero che il costo della sicurezza, così-chiamata, è molto più grande della somma totale di assistenza internazionale alla gente di Palestina in questo periodo. E’ anche vero che le nostre istituzioni e l’amministrazione sono sul limite del fallimento totale. Ed è vero che la comunità internazionale deve prendere le misura per la gravità della nostra situazione.
Ma noi siamo lontani dall’anarchia. Non solo perché la nostra società civile – da famiglia strutturata da associazioni volontarie, religiose, è più vigorosa che mai, è determinata a proseguire il suo lungo cammino verso l’indipendenza; anche perché le nostre istituzioni non hanno mai avuto l’opportunità ed il tempo per svilupparsi.
La nostra autorità, è limitata dagli accordi provvisori, dalle forze dell'occupazione, di tutti gli accordi firmati. C'è, sfortunatamente, ancora nessun Stato supremo palestinese, e perciò nessuna sicurezza, né regola di legge per i cittadini. L'Intifada stessa è manifestazione d’intervento della strada - la truppa nazionale organizzata - nel processo politico contrastato, con la volontà di marciare verso l’indipendenza. Ma tutte queste condizioni e fatiche non vogliono dire che noi stiamo perdendo il controllo. Siamo di fronte alla creazione di una stato in creazione, movimento nazionale di liberazione.
L’OLP ha già attraversato molti deserti: dall'occupazione dell'Ovest di Gaza del 1967 al Settembre Nero del 1970, all'assedio di Beirut, all'assedio di Tripoli, ai campi guerriglieri in Libano, alla prima Intifada. La gente di Palestina, da parte sua è sopravvissuta al disastro totale del 1948. Chiunque ricordi gli avvenimenti storici, può vedere come la gente di Palestina ha il diritto di riaffermare la sua esistenza nazionale sulla sua terra, contro l'arcaicità coloniale che prevale fra statisti israeliani. Nessuno è stato ingannato. Noi sopravvivremo questa fase.
È comunque probabile che, a dispetto della nostra prontezza assoluta a negoziare la pace giusta e durevole per la quale noi abbiamo optato, il governo nuovo di Israele, tenti di formare una larga coalizione, non andrà dietro ad un tavolo di trattative prima di avere tentato di imporre una soluzione militare.
L'equazione che lega l’intensificazione sul terreno militare e l’intervento internazionale rimane in vigore, per il nuovo governo d’Israele. La responsabilità della comunità internazionale è perciò immensa. Compiacimento contornato da complicità. Noi inviamo i nostri saluti più calorosi al Governo Belga che ha parlato con straordinaria chiarezza e franchezza
Dopo la nube, il fumo dissipa, e quando i motti pubblicitari demagogici dei mercanti di guerra- israeliani affogheranno nel proprio fallimento, riesumeranno le trattative. Noi non saremo peggiori di oggi, la nostra società anche se adirata sarà matura per affrontare i problemi.
Ma non ci sarà altro modo che andare dietro alla legalità internazionale.
Rispetto delle decisioni dell’ONU 242 e 338, i termini di base della Conferenza di Madrid, Dichiarazione del 1993, Decisione Consiglio di Sicurezza 904 del Febbraio 1994 ecc…
Nel frattempo, l’aggressione militare israeliana contro la nostra gente continua: assedio, assassinii. L'idea intera che è stata fatta della pace è uno scherzo sinistro, la riconciliazione è divenuta un nome astratto. È anche responsabilità del mondo intero che deve fermare questa spirale di terrore, e aiutarci a porre fine a questo conflitto.