La casa senza tetto La casa senza tetto

di Umberto Romano

poesie – 1993 - Ed. La Mongolfiera

Pag. 60 – Euro 10,00         

 

 

   Ho  appreso casualmente, leggendo il  settimanale  "Avvenimenti", che  a  Rossano  Calabro opera un  personaggio  leonardesco  come Umberto  Romano. Egli appartiene alla nutrita schiera dei  "poeti selvaggi",  estranei  agli ambienti letterari  e  ignorati  dalla grande  editoria,  che  lavorano  quotidianamente  (e  tra  mille difficolta)  per  far  penetrare la  cultura  laddove  essa,  per ragioni storiche, economiche, sociali, non dovrebbe arrivare.

    Si  pensi  alle  cittadine del Sud "doppia  periferia"  come  la Recanati del Leopardi, ai luoghi di lavoro, sempre piu  concepiti come luoghi di produzione e di alienazione, ai quartieri- ghetto, agli  ambienti  in  cui  vivono  gli  immigrati, gli  emarginati. L'elenco  dei  "pionieri" sarebbe troppo  lungo.  Vorremmo, però, citare  Ferruccio  Brugnare  e  Franco  Cardinale,   poeti-operai animatori della rivista "Abiti-Lavoro", dedicata alla letteratura di  fabbrica.  Il  discorso potrebbe estendersi  al  campo  della musica  ricordando  le varie bands di  musica  alternativa  (rap, reggae,  rock...) che operano nei centri sociali, e  ancora  alle arti  visive,  facendo riferimento  ai  "graffiti"delle  stazioni metropolitane.  Tutta  quasta  produzione  sommersa,   attraverso

canali  alternativi  e quelli ufficiali, ha trovato  il  modo  di raggiungere  un pubblico sempre piu numeroso, anche  se  esistono ancora grossi problemi di distribuzione e di divulgazione a causa degli   ostacoli  frapposti  da  un  mercato  che  ha   carattere monopolistico.

     Umberto  Romano opera nel campo degli immigrati di  colore,  ai

quali presta assistenza.    Subito  dopo aver letto di lui su "Avvenimenti", mi  è  giunto per  posta  un suo volumetto di versi "Spalle al  muro"  (Ed.  La

Mongolfiera,  Cosenza, Ottobre 1992), dedicato appunto  al  mondo Arabo e ai suoi legami con la nostra civiltà.    Ed  è  proprio  da qui che  bisogna  partire  per  ricostruire l'itinerario poetico ed umano di Romano.

   Gli uomini del Sud sono tutti uguali. Osservando per strada il vu'  cumprà  arabo,  vedo, nelle fattezze del viso,  nel  modo  di camminare,  nella  delicatezza del gesto e del  sorriso,  i  miei contadini  di Sicilia.

     Esiste un cordone ombelicale che  lega  il nostro  Sud agli altri popoli del Mediterraneo, al Medio  Oriente in  particolare. U.R. è andato alla ricerca delle  comuni  radici culturali.  Aisir Abdallah è il nome arabo che si è dato  proprio

per  sottolineare la comunanza delle coscienze, la  necessità  di simbiosi. Il poeta si spoglia dei propri panni, veste quelli  del beduino.  Con lui divide le angosce della vita, il sogno  di  una rivoluzione che affranchi l'uomo del Sud dallo sfruttamento,  dal giogo  del  neocolonianismo. E  ritrova  la  voglia  antica  del guerriero  che  aspetta  l'ultima  battaglia.  Ma  la  strada  da percorrere  insieme  è  lunga, irta di  spine.  Anche  l'amore è sofferenza:  "con  lacrime/bagnai  il  seno/per  umidificarti  il cuore".

  La presenza femminile è discreta. C'e la ritrosia  della donna mediterranea, descritta nella levità dei  suoi  movimenti. Una presenza-assenza (secondo la dialettica degli opposti propria di  questo mondo fondato su equilibri sottili, creati dal  tempo) che pure lascia il segno :"Esci da queste mura/ levati nel cielo/ tocca i cuori, annebbia le menti/ dolce cantilena liberatoria/ di donna non velata di vergogna/ ma di rivoluzione".

 Il  volume  si chiude con alcuni  componimenti  del poeta tunisino  Hichem  Ben Ammar, con il quale Romano  ha  creato  una specie di gemellaggio culturale. "Se un tempo nella tua  terra/mi porterai non da visitatore/ ne da straniero o da profanatore/  il mio  spirito  guerriero/ vorrà rivivere per  morire  insieme/  al caldo  della polvere calpestata/ dal tuo destriero". Sono  questi

i  versi  che  Romano  ha  voluto  dedicare  all'amico  tunisino, sottolineando la solidarietà nella vita e nella morte.

 

      La  raccolta  qui proposta, "La casa  senza  tetto",  presenta elementi di continuità, ma anche novità rilevanti, rispetto  alla precedente.  La brevità dei componimenti potrebbe far pensare  ad un  nuovo  "ermetismo".  In  realtà le  poesie  vanno  lette  non singolarmente,  bensì  nel  loro  complesso,  come  tessere  d'un mosaico. E allora ci troviamo di fronte alla "  poesia-racconto",

che ha tradizioni letterarie, ma anche extraletterarie (si  pensi ai  cantastorie). Esiste un filo conduttore, un'unità tematica  e spirituale dell'opera: essa rappresenta "storie d'invasioni" e non importa se le vittime , oltre agli arabi, ai "terroni" del nostro Mezzogiorno,  sono  anche  i "pellerossa" d'America,  in  via  di estinzione, i popoli dell'Amazzonia, dell'ex Jugoslavia. L'angolo visuale si allarga rispetto alla precedente raccolta, ma è sempre l'uomo del Sud a pagare. E i nuovi invasori assomigliano a quelli del  passato,  hanno  la  stessa  arroganza  ,  usano  la  stessa violenza.   Rosa   Balistreri,   famosa   folksinger   siciliana recentemente  scomparsa, soleva cantare "I pirati a  Palermu"  di Ignazio  Buttitta,  un  testo che ricorda  le  invasioni  cicliche subite  dalla Sicilia, le spoliazioni, la morte, la  distruzione: "Nnarrubbaru lu suli,/arristammu a lu scuru,/Sicilia  chianci"(Ci rubarono il sole,/restammo al buio,/Sicilia piangi!". Leggendo le poesie di Umberto Romano, novello cantastorie, mi rendo conto che la  storia si ripete (i corsi e i ricorsi del Vico), anche  se  i nomi delle vittime e dei carnefici, i luoghi geografici cambiano.

Ma è un fatto puramente formale.   I versi di Romano sono scabri, graffianti. Egli è autodidatta, ma  i suoi componimenti, forse imperfetti, sono piu  efficaci  di quelli che ci offrono tanti imitatori perfetti, perchè, per  dirla con  Sciascia,  "la  perfezione sta alla  cretineria  meglio  che all'intelligenza;  l'intelligenza ha sempre, come i  tessuti  dei navajos,  una  qualche imperfezione o fuga". "Se una  scimmia  si mettesse a battere sui tasti di una macchina da scrivre- continua Sciascia-  alla  fine verrebbe fuori un sonetto  di  Shakespeare (variante: dodici scimmie, tutti i libri del Museo  Britannico)".

Romano è poeta in senso lato, pasoliniano, se è vero, com'è vero, che  la poesia, oltre ad essere attivita specifica, è  linguaggio della vita. Egli coglie i momenti di poeticita che caratterizzano la vita di ogni uomo. La sua è la preziosa ingenuita del malnato, che la società consumistica, nonostante la funzione  omologatrice dei mass-media, non è riuscita a scalfire.

 

    Barcellona (ME), 26/6/93              Antonio Catalfamo

                                                            (Critico Letterario)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                     


 

  "Quanti anni ancora

                                          lassu  ad aspettare,

                                       circondata dalla gente,

                                                     dal mare.

                                          Senza l'aiuto amico

                                      che ti venga ad abitare,

                                                  interrogare.

                                          Eppure ne hai visto

                                                  ed ospitati

                                           valorosi guerrieri,

                                              abili pescatori,

                                     invasori, focosi amatori.

                                               Dolce pensiero,

                              " casa senza tetto di guerriero

                                               vedrai la fine

                                               di questa era?"

 

 

                               Milocer, luglio 1990-Jugoslavia                

                     (da Rivisitandoti Rivisitandomi- di U.R. )

 

 

**********

 

 

Domandasti, chi sei?

Io figlio di invasore,

io figlio di dolore,

tu figlia di solitudine,

abbandono.

Noi figli del Mondo.

 

 

***

 

Scavato dalle rughe,

il muro di pietra

racconto la sua storia.

Il suo tempo,il mio tempo.

La terra si scosse

a pezzi arrivasti al mare

gli invasori indietreggiarono

le donne sorrisero;

altri figli piansero.

 

***

 

Le venature grigie,

epoca indefinibile

pietre macchiate,

del sangue del fratello,

non quello di Abele.

Vollero interrogarmi

e per incanto

in mezzo ai popoli mi trovai,

in un era senza tempo.

***

 

Bianco e pallido

il viso,

al mio passare.

Pareti grigie

giorni senza sole.

Città murata:

quante madri hanno pianto,

donne invano aspettato,

quanti pensieri sfiorata,

uccelli nidificato

invasori ospitato.

Ferma immobile

scossa solo

da terremoti.

 

***

 


 

 I miti/ i popoli/la storia

 

 C'e nei vostri sguardi

 la mia gente.

 C'e nella mia gente

 il vostro viso.

 

***

 

Nell'ondeggiare tempestoso,

membra forte

s'appisolarono,

a stento gli occhi aprii

per tetto tante stelle,

tante spine

i compagni persi.

Quante avventure.

Io condottiero,

tra i piu coraggiosi

ancora ramingo

cerco rivoluzioni,

non quelle senza tempo,

senza fine.

Non finisce ancora

il viaggio.

Non e questa

la mia "Itaca".

 

***

 

All'orizzonte tre barche,

forse, tre velieri,

quelle dei corsari,

o tre caravelle;

dell'invasore

di popoli lontani,

scopritore di se stesso,

del popolo,

non il suo.

Scopritore o invasore?

 

***

 

Il tuo canto stonato

ancora riecheggia,

accompagnato

dalla straziante arpa,

in mezzo a fiamme.

Quello fu l'inizio,

ma non venne mai la fine;

e fu l'Amazzonia.

 

***

 

Lo spruzzo

segnala l'avvicinarsi.

Peccato, che la coda libera

in mezzo all'azzurro

che circonda,

non possa tirare

poveri pescatori persi,

per ritrovare la rotta

tra rosse rocce.