( contiene speciale sui territori occupati città di El Ajoun-
Sahara Occidentale - Febbraio 2000)
di Umberto Romano – Aprile - 2000
foto di Giorgio Fornoni e Manfredo Pinzauti
ISBN-88-87949-00X
***
Una nuova opera di Umberto Romano che tiene fede appassionatamente la poesia al servizio della libertà, all’impegno di aiutare un “POPOLO SENZA TERRA”. Corredata dalle splendide fotografie di Giorgio Fornoni e Manfredo Pinzauti e di un utile appendice sulle date fondamentali della storia e della lotta del popolo sahrawi per l’indipendenza e per riconquistare la terra da cui è stato cacciato dall’invasione marocchina…
Non conosco la terra dei Saharawi, conosco appena la loro storia. Storia di uno dei tanti popoli che il colonialismo e il disprezzo degli accordi internazionali da parte delle cosiddette grandi nazioni, costringono da anni all’esilio.
Esilio di una terra dura, inospitale, ritenuta inabitabile, il deserto algerino e che solo l’orgoglio e la volontà d’indipendenza hanno reso simile ad una “patria” temporanea.
Leggendo Rabbia di Sabbia, ripercorrendo il viaggio che Umberto Romano, autore dell’opera, ha fatto e che ci ripropone in questo conciso libro (conciso, ma pieno di spunti e di magnifiche immagini), s’è impadronita di me una curiosità divorante: sapere chi sono questi uomini e queste donne, berberi e arabi jemeniti, fisicamente belli e moralmente forti, straordinariamente radicati in una identità e in una cultura che neppure venticinque anni di guerra e d’esilio nel sahara hanno scalfito.
Con lo scorrere delle pagine, hai davanti agli occhi stacchi di vita quotidiana, ricordi di duri conflitti, peregrinazioni e testardi insediamenti e, soprattutto, la sensazione di una resistenza profonda che respinge ogni contaminazione e alimenta la speranza, anzi la volontà, di tornare indipendenti nelle loro terre.
Se ascolti i racconti. Il lavoro instancabile per far conoscere al mondo la loro causa, la speranza di organizzare finalmente, sotto l’egida dell’ONU, un referendum promesso e mai realizzato. La passione nel crescere i loro bambini forti e preparati ad essere, domani, la classe dirigente del popolo saharawi.
Ascolti le loro richieste di solidarietà: avere aiuti materiali, poter inviare i loro bambini in paesi democratici perché abbiano quelle esperienze e quell’istruzione che la vita nel deserto algerino non permettono.
Anche così, attraverso uno scritto fatto di racconti e di poesia ( ma anche di una cronologia storica assai precisa) mi sono sentito preso come in una pania: invischiato, commosso e rabbioso. Si, rabbioso per l’ingiustizia che un popolo tanto civile, anche se su parametri diversi dai nostri, sta pagando duramente sulla sua pelle, senza che mai abbia arrecato offesa a nessuno. Rabbioso perché intravedo le torture e le violenze che si consumano nelle carceri marocchine su ragazzi e ragazze saharawì, perché imparo che tanti di loro sono “spariti”.
E’ un libro da leggere e da far leggere. L’autore lo ha scritto come un diario, come una storia d’incontri, come una sorta di chiave per capire perché i saharawi hanno diritto alla loro terra, alla loro identità, alla loro libertà. Perché sia chiaro, a noi tutti, che una rabbia di sabbia è qualcosa che può essere placata solo con la giustizia.
(Direttore di Liberazione)
(Alcune pagine tratte dal libro)
Non ero riuscito a dimenticare lo sguardo triste e rabbioso dell'uomo che mi era stato di fronte, seduti entrambi a terra sui tappeti, nella tenda sbiadita nel deserto dell'Hammda a El Ayun villaja de Dora. Lui vestito nel suo sufi colore grigio, con la testa fasciata dal turbante di colore nero, con i piedi scalzi ed io con i miei jeans, camicia a quadri e il gilet tipo safari: due uomini provenienti da due mondi diversi, con storie diverse ma che, in ogni modo, vivevano in questo tempo, ormai alle soglie del terzo millennio.
Mohamed Chej Beidella, si chiamava così. Poeta, cantastorie della tragedia dei Sahrawi. Era dicembre del 1996 e mentre recitava i suoi versi a memoria: Questo popolo è partito con le mani vuote…, mi guardava fisso e, anche se non capivo il significato delle sue parole pronunciate in lingua arabo assanja, sentivo percorrermi un brivido lungo la schiena. Capii allora che potevo uscire dal circolo vizioso cui ci spinge la società consumistica che ci siamo costruiti, rendendoci inappagati con la sua imposizione di continue richieste. Tante voglie da soddisfare, cose futili che fanno smarrire il vero significato del vivere comune.
Ritorno a Tindouf-Algeria…
Erano le tre di notte ed i nostri visi erano illuminati da torce elettriche. Eravamo appena arrivati a Smara pieni di polvere, stanchi e addormentati. Un viaggio fatto a bordo di uno dei camion in dotazione all'esercito dei Sahrawi. Il responsabile italiano del nostro gruppo, "il solito Maurizio…", stava discutendo con il militare sahrawi di presidio alla rappresentanza del villaja di Smara. In quale lingua? Il nostro spagnolo arrangiato accompagnato dal movimento (gesticolare) eloquente delle mani.
Il problema era se condurci nelle famiglie che ci avrebbero ospitati a quell'ora di notte, oppure al mattino. Poiché non demordevamo sulla richiesta di andare a dormire nelle tende dei sahawi, piuttosto che essere alloggiati insieme ai militari nei ruderi, costruiti con i blocchi di argilla secca, il militare pazientemente ci accontentò, non prima di svegliare i padroni di tenda preavvisando il nostro arrivo.
Attendevamo seduti a terra sulla sabbia fredda. Guardai intorno le tantissime tende, simili a piccoli crateri lunari; l’illuminava una luna attorniata da milioni di stelle, cosi vicine che sembrava ci cadessero addosso. In quel momento mi resi conto che, dopo un viaggio lungo un giorno, ero arrivato di nuovo dai sahrawi. Tutto questo accadeva il sei di aprile del 1999 tra l’alba che ci separava a due giorni dalla vigilia di Pasqua.
Qui nell'angolo Sud-Ovest dell'Algeria quasi 200.000 rifugiati lottano per sopravvivere nella parte più inospitale del deserto grande del Sahara: "l'Hammada."
A causa della lunga assenza degli uomini impegnati nella sanguinosa lotta di liberazione che dura ormai da venticinque anni, il ruolo della donna è cresciuto, non solo per quanto attiene alla maternità ma anche per la funzione di educatrice unica dei figli. Molte sono le donne inserite attivamente nell'amministrazione delle tendopoli.
Una di loro era Suad Lagdaf. L’avevo conosciuta a Messina l’anno prima, durante una delle iniziative socio-culturali a favore dei sahrawi. Mi aveva colpito il modo di parlare del suo popolo l’impeto nel raccontarne la storia. Il calore la rabbia che sapeva dare alle sue parole mi aveva trascinato nel loro mondo. E allora che di dedicare a questo popolo un altro libro.
Il mio racconto inizia proprio da qui, dalla storia di Suad Lagdaf, dalle parole accese dalla rabbia e dal calore di una donna sahrawi.
Ricordare per non morire dimenticati……
"Ho sentito di persone che hanno ricordi remoti, lontanissimi, persi nei loro primi giorni di vita. Nei miei occhi di bimba sembra non si sia fermato niente o, forse, troppo in un giorno solo da non lasciare spazio ad altre cose.
Della mia terra, ora negata da un muro di sabbia, sassi, mine e filo spinato, ho alcuni bagliori, flash frantumati. Una casa colorata di verde, la porta di ferro che sfregava il pavimento e la gente, tanta gente nella casa di EI Ayun (la capitale). Con gli animali che ci regalava lo zio, li portava dalla montagna per la sua Suad: una gazzella, una scimmia e un gatto. Poi i racconti della nonna, le partenze per i pic-nic di primavera che svuotavano tutte le città da Dahla, che guarda il mare, a Boo Craa, con i suoi giacimenti di fosfati e Smara, la città antica.
Ma poi la guerra, la confusione, i pianti, per cosa, non capivo, arrivano i marocchini, io non capisco nulla. Avevo cinque anni il giorno che iniziò, l'esilio del mio popolo con un bel titolo: "marcia verde". La popolazione si sollevò contro l'aggressore. Una lotta impari. I responsabili che guidavano il Fronte Polisario decisero allora di condurre la popolazione fuori dal territorio dell''ex Sahara spagnolo, l'unico modo per continuare a esistere. Le città strette d'assedio divennero grandi campi di concentramento. L'esodo fu molto duro (soprattutto per le donne, i bambini e i vecchi), la gente per scappare usava ogni mezzo: camion, cavalli o solo la forza delle proprie gambe. "Quei giorni hanno riempito tutta la mia memoria di bimba, le hanno dato il colore, il rumore, il sapore della sabbia che arde la gola, la paura delle cose che sfuggono via e non vogliono ritornare, forse con tante immagini, certo indimenticabili."
Ricordo i militari del Polisario che ci aiutavano per salire sul camion: "veloci, veloci!" dicevano. Io non capivo il perché di tanta fretta, "veloci! veloci!" Qualcuno riesce a portare qualcosa con sé altri niente. Nel camion io ero fra le braccia di mia nonna. Mia madre era con altra gente in un altro camion. Non ricordo se ho dormito, o se ho solo avuto tanta paura o tutte due le cose insieme. Ero abbracciata alla nonna, questo soltanto importava. Rumore di motori, cose accatastate, sobbalzi continui, così era anche per le nostre ossa e i nostri stomaci, ma nessuno parlava. Non so in quanti eravamo e quanti giorni passarono, ricordo solo che, a un certo punto, la nonna mi gridò di scendere subito dal camion.
Era mattina presto e tutta la gente cercava velocemente rifugio in mezzo all'erba. Stavano arrivando aerei nemici che cercavano di fermare il nostro viaggio buttando bombe al napalm sulle colonne di camion. Ho avuto molta paura e da allora questa paura è rimasta con me.
Dal nostro nascondiglio vedevamo che gli aerei ci cercavano buttando bombe sempre più vicine a noi."Si vedeva scoppiare e bruciare la gente e la terra". La confusione era tantissima, la gente urlava e gli altri bambini piangevano, poi ho sentito chiamare, era la voce di un soldato che diceva: "State giù, questi sono aerei marocchini! Buttano bombe al napalm e al fosforo, ci vogliono uccidere".
Ho urlato fortissimo ma non ero la sola, tanti bambini hanno gridato con me. Ma la voce più forte era quella del napalm e del fosforo. Pezzi di corpi saltavano dappertutto. Ho avuto paura, una paura chiara che si leggeva nei miei occhi come in tanti altri occhi vicino a me che chiedevano aiuto a Dio. L'attacco è durato a lungo, appena è finito tutta la gente ha cominciato a muoversi alla ricerca di parenti e amici. Con la nonna io cercavo mia madre ovunque. Ma dappertutto trovavo solo corpi senza vita e la mia paura aumentava. Non capivo nulla di quello che succedeva, avevo soltanto molta paura.
Il ricordo di quel giorno ha riempito i miei occhi di bimba, è rimasto un incubo ricorrente che la notte mi addolora ancora. Finalmente ci viene detto che siamo arrivati. Arrivati dove? Quella prima notte è impressa nella mia memoria. Siamo arrivati in una terra nuda, senza case, senza tende, niente. Unica cosa il freddo e il vento. Una terra senza niente ma anche senza aerei e senza bombe e senza corpi morti. Con l'istinto di bambina ho pensato che gli aerei sarebbero tornati presto e per questo non ho pensato a giocare ma sono rimasta vicino a mia nonna.
Siamo al "Campo Profughi" saharawi nel deserto algerino vicino a Tindouf. Mia madre, assieme ad altra gente, stava organizzando i preparativi per cominciare a innalzare le tende e a distribuire il cibo portato dal Sahara Occidentale e dagli algerini. Penso che solo allora ho avuto il coraggio di dire "ho fame". Non ricordo tutto dei giorni che seguirono il nostro arrivo, ma ricordo che dal niente, sono apparse le tende.
Eravamo solo da pochi mesi ai Campi, il tempo di vedere la mia gente, i bambini, la mia famiglia. Era una notte fredda, certo più delle altre. Mentre mangiavamo riso mia madre mi disse: "Devi partire per andare a studiare... andrai in un paese amico da dove tornerai adulta e con una cultura..."Io non capivo nulla, non riuscivo a immaginare un'altra partenza, un nuovo abbandonare le persone a me più care, ho visto solo mia nonna piangere e allora ho pianto.
Tutte queste cose sono successe nel dicembre '76, io avevo sei anni. Sono partita per una città dell'Algeria con tante altre bambine sahrawi, alcune della mia età e altre più grandi. Ora voi pensate a una bambina di sei anni che non sa perché è dovuta partire, per una città algerina, senza la sua famiglia. Il mio cuore era gonfio di lacrime e le mie gambe camminavano automaticamente, senza comando.
Per cinque anni non sono ritornata ai Campi Profughi, dalla mia gente; l’unico contatto per me e le altre bambine erano le lettere. Queste dovevano esserci per tutte noi, altrimenti la tristezza e la malinconia si sentivano più forte.
Col tempo e col passare degli anni ho cominciato a capire le cose, ma piano, piano.
Con noi viveva un insegnante sahrawi e quattro donne che lo aiutavano. Nelle giornate di festa ci riuniva e ci parlava del Sahara Occidentale, del nostro popolo e quali erano le prospettive per la nostra indipendenza. Con parole dolci e comprensibili ci ha fatto sentire sempre vicini al nostro popolo, alle famiglie e in questo modo siamo rimasti sempre molto legati al nostro paese.
Quando qualche sahrawi veniva a farci visita la prima cosa che io chiedevo erano notizie sulla nostra terra e come stavano andando le cose, poi chiedevo notizie della mia famiglia. Quest'insegnante ha seminato dentro di noi l'anima e l'amore per la nostra patria, perché il futuro del nostro paese eravamo noi e quindi per noi l'unica cosa importante era lo studio. E abbiamo pensato solo a questo.
lo avevo undici anni quando, dopo cinque anni di studio, nell'estate del 1981, hanno finalmente deciso di farci tornare ai Campi, dalle nostre famiglie, per un periodo di vacanza durante la quale noi ci saremmo dovute occupare di varie attività per aiutare la nostra gente. Al momento della partenza tutte noi eravamo felici, finalmente, dopo tanto tempo, rincontravamo le nostre famiglie, ma eravamo anche tristi d’ abbandonare le persone che per cinque anni ci avevano seguito e educato. È stato un addio doloroso.
Dopo un lungo viaggio siamo finalmente arrivate ai Campi Profughi. Era molto caldo e non siamo state bene perché non eravamo abituate a quel clima Appena arrivate ci hanno accompagnate alla "Scuola 27 Febbraio", chiamata con la data della nascita della nostra Repubblica (RASD). Grande felicità negli occhi delle donne della scuola e anche in quelli della gente.
Ricordo la scuola molto organizzata come una piccola tendopoli e le donne che vestivano tutte uguali. Quella sera saremmo rimaste alla scuola. Dopo esserci riposate dalla fatica del viaggio eravamo nell'attesa dei festeggiamenti per il nostro arrivo, quando una donna è venuta nella nostra tenda chiedendo di Suad. "Sono io", risposi. Mi disse che mia madre era nella scuola e che sarebbe arrivata dopo poco. Io non sapevo più come fare, sembrava un'attesa infinita, mia madre era a pochi passi da me, a pochi momenti. Finalmente arrivò, aveva lo stesso vestito che indossavano le altre donne, abbracciò le altre ragazze e, per ultima, me. Le domandai della nonna, mi rispose che tutti stavano bene e che il giorno seguente avremmo raggiunto i nostri parenti. La notte volò via, il silenzio del deserto era per me una novità, come il suo clima e il suo sapore, ma mi sentivo nella mia casa, finalmente con la mia famiglia, la mia gente. Il mattino seguente arrivammo alla tendopoli di Smara sui camion. Tutta la gente era a casa ad accoglierci: donne, bambini, quello che provai in quel momento è indescrivibile, un sentimento molto bello. Nulla di paragonabile a quello che mi aspettava.
Una piccola bimba si è avvicinata al nostro gruppo e ha chiesto se c'era sua sorella Suad. "Tu chi sei?", le ho chiesto. "Kabara", ha risposto. Era mia sorella, ci siamo abbracciate. Ha detto che la nonna e il resto della famiglia mi aspettavano, l'ho seguita con grande gioia. Ho trovato la nonna, la zia e tanta gente che abitava vicino a noi e tutto quello che posso ricordare sono le lacrime di felicità negli occhi di tutte quelle persone e anche nei miei.
Non posso spiegare tutto quello che ho provato nel ritornare a casa dopo cinque anni, lascio a voi immaginare la scena di quest' incontro. Hanno voluto sapere tutto di me e io pure di loro, la loro vita dura del deserto e della mia nella scuola in Algeria, la sete e le difficoltà dei campi e il freddo e la neve sui monti della mia scuola. Giorni di parole e di gioia, abbracci forti per non dimenticarsi nemmeno di un attimo.
Non ho visto mio padre in questo ritorno, ho saputo che era prigioniero in Mauritania. Tutti erano in attesa dell'ormai prossimo accordo di pace con la Mauritania per veder tornare a casa i propri cari: scambiati con i prigionieri mauritani. Mi è dispiaciuto molto non aver potuto incontrare mio padre perché avrei voluto parlare di lui ai miei insegnanti ad Algeri. Mia madre mi disse che non ero l'unica a non aver visto il proprio padre, altre ragazze avevano il loro babbo in guerra o prigioniero del Marocco o, addirittura, morto.
Terminato il nostro periodo di vacanza sono tornata nella città algerina di Afjge questa volta per uno studio molto più impegnativo. In questa città ho terminato gli studi liceali e poi mi sono trasferita a Orano per continuare negli studi universitari. Qui ho preso il diploma di professoressa di letteratura araba nel luglio del 1988.
Sono cosi passati gli anni e le paure di bambina sono rimaste nei sogni e nei ricordi. Quello che mi attendeva era la vita ai Campi Profughi con un lavoro duro, impegnativo ma bellissimo, il mio lavoro di insegnante. In seguito ho sentito la forte responsabilità che questo comportava, forte e pesante, ma la cosa più bella che ho provato è di aver contribuito alla preparazione delle generazioni future. Ai campi non esiste il tempo, tutto è legato allo sforzo per raggiungere il nostro obiettivo, con ogni gesto e momento e non è uno sforzo cieco o disperato. Dobbiamo sopravvivere a un luogo inospitale, da questo trovare la forza e la speranza per un futuro, quello dopo la liberazione della nostra terra, che avrà bisogno di gente viva, consapevole e non certo rassegnata.
Se avete seguito il mio racconto, ricorderete che ho parlato di mia sorella Kabara. Questa era la mia unica sorella, malata di diabete. Lei è andata tante volte ad Algeri per curarsi. Poi il Comitato di solidarietà con il Popolo Sahrawi del vostro paese la invitò in Italia, come è solito fare con i bambini in difficoltà, per curarsi. I bambini vengono accolti da famiglie e anche lei fu affidata a una famiglia italiana, Giovanni e Silvia. Dopo un anno è tornata con loro nei Campi Profughi cogliendo l'occasione della undicesima Carovana di Solidarietà che partiva dall'Italia. Questo arrivo ci ha reso ciechi dalla felicità. Finalmente tutta la famiglia insieme. Anche mio padre c'è; è tornato dalla prigionia, dopo l'accordo di pace che la Mauritania ha firmato con il Fronte Polisario, restituendo la regione interna del Sahara Occidentale, e con il Marocco era in vigore il cessate il fuoco per svolgere il referendum di autodeterminazione. È stato un incontro molto caro. In quel breve periodo si sono incontrati due mondi, il nostro e quello che mia sorella aveva condiviso per cosi lungo tempo. Era una sensazione particolare, solo allora ci siamo resi conto di come erano tante le cose diverse e, al tempo stesso, tante quelle che piano, piano ci avevano legato in quel gesto di accoglienza reciproca. Era, di fatto, nata una nuova famiglia, senza legami ufficiali di parentela, ma con un fortissimo legame di affetto. Dopo due settimane la famiglia italiana è tornata nel suo paese e Kabara è rimasta ai Campi con la famiglia, io sono tornata al mio lavoro di insegnante. Eravamo meno soli, anche se molto distanti.
Poi, un giorno, che io non posso dimenticare, stavo facendo, assieme alle altre insegnanti, una riunione con gli studenti. Un responsabile della scuola mi è venuto a chiamare dicendo che mia madre mi voleva vedere subito, gli ho chiesto se potevo cambiare i miei vestiti, lui con il viso triste ha detto di si. Mi sono cambiata e sono salita sull'auto che mi aspettava. Mi hanno fatto scendere lontano dalla mia tenda. Ho detto loro di proseguire, di venire alla tenda per prendere un te. Mi hanno risposto che sarebbero tornati più tardi. Non ho mai visto l'accampamento così buio e silenzioso come quel giorno; avevo l'impressione che tutte le cose mi guardassero, che stessero ad aspettarmi. Arrivata alla tenda, la prima persona che ho incontrato fu mia zio. Le ho chiesto dove era mia sorella:
"Nella tenda", ha risposto. "E la nonna?". "Nella tenda". Sentivo che mi nascondeva qualcosa, sentivo il silenzio e la pesantezza dei respiri, una calma molto simile al dolore. Sono entrata e Hebba, mia madre, mi ha detto che la notte era morta Kabara. Il racconto di mia madre non si prolungò in molti particolari e io non avevo le forze per sentire altro che il suono quasi meccanico della sua voce, Kabara era la mia unica sorella, incontrata e persa come un soffio di vento, per una malattia banale, ma in un posto dove tutto è difficile, complicato dalla guerra, dalle distanze, dalla volontà di pochi interessi di continuare a non sentire le nostre voci.
Per la seconda volta è tornata la famiglia italiana per una settimana di dolore. Anche loro hanno bisogno della stessa cosa. Noi sentiamo che siamo molto legati a loro. Sono il simbolo che Kabara è sempre viva. Mia madre dice sempre che Kabara vive in Italia ma che adesso si chiama Silvia. Noi siamo felici che lei abbia lasciato questa amicizia per noi.
E adesso sono qui in Italia invitata da loro, abito con loro nella stessa casa come un familiare. È una cosa naturale. La mia idea è quella di continuare a studiare e dove potevo andare se non dalla mia famiglia? Ed è la prima volta che, lontana dai miei genitori, non mi sento in esilio o straniera in una casa pur cosi lontana dal Sahara Occidentale.
Quindi sono Suad, figlia del mio popolo, e io, come tutte le genti che hanno subito il colonialismo, non sono nata con un cucchiaio d'oro in bocca. Lasciamo sempre la speranza come una candela accesa nel nostro futuro".[1]
( Tindouf ( Algeria)-Smara Barrio 3-di Suad Lagdaf /1997)