SPALLE AL MURO

  


 

SPALLE AL MURO

(Au pied du mur)

 

(Poesie/ Italiano – Arabo – Francese

- di Umberto Romano

Ed. La Mongolfiera – 1992

 

In ristampa

 

Aux peuples de lá Mediterraée‚

Au poete, à l'ami Umberto Romano

Au poète de la Solidarieté et

de la fraternitè  des ètres humains

 

* * * * * *

Les flots de l'esprit

ne sont pas comme ceux de la mer

car iì ne leur est pas dit

qu'ils iront jusqu'ici

et pas plus loin."

 

 (Antoine De Saint Exupéry)

 

 Amities,

 Abbá Danna

 Président­ C.I.S.M.- ARCI

(Coordination  Immigrés du Sud  du Mond)

 

Roma,  06, 02,1992

 

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Prefazione – a cura di Gennaro Mercogliano

 

Il Sud del Mondo, inteso in senso solamente geografico, non certo in senso culturale (laddove la nozione di ritardo e di fame dà il senso  d'una  decadenza da un grado di civiltà alto e fondante, rispetto al progresso della vecchia Europa romana  e  germanica),

attende  oggi  da  chiunque un  suo momento  di  riscatto dai politici, dai filantropi, dai grandi capitani d'industria, dalla braccia e dai cervelli degli uomini e dunque anche dai poeti che ragionano d'intelletto e di cuore.

     Se pure i versi non riempiono pance, alimentano essi lo spirito, in quanto espressione dell'arte, che è  lo spirito fatto di parola, segno,  monumento. E’ certo che, i bisogni del Terzo Mondo non si soccorrono con la guerra del petrolio o con lo sterminio delle razze e neppure con l'allineamento nucleare da parte dei paesi che sono privi di questa folle risorsa, se impiegata in funzione bellica.

    Non v'è dubbio che la dilatazione dei teatri di guerra  e di  bisogni  nel  Mediterraneo  aggiunge  problemi a  problemi, scaricando  sul  Sud vicino, opulento e consumistico,   ma sostanzialmente privo di risorse progettuali e di proposte politiche, il peso d'una  emigrazione da un Sud più lontano che non è solo dettata da una primaria esigenza alimentare, ma che è-di più- confronto d'identità culturale, di tradizioni usi e costumi  e modi di vivere inadatti a combinarsi meccanicamente, vale a dire al di fuori di un organico disegno di autentico risarcimento e integrazione tra i popoli.

     In questo senso, l'impegno di un poeta serve ­ al solito ­ a stimolare e promuovere l'azione politica, mediante il gesto plateale dellá mutatio nominis.

     Cosi  Umberto Romano diventa Aisir Abdallah e da  conto  di questa scelta con una  spontaneità che sorprende, per incontrollata adesione, chi come me lo conosceva appena,  cioè in rapporto alla consueta quotidiana presenza nella città  comune, che rimane a  sua  volta sorpresa dei versi e finanche dei caratteri arabi nei quali i testi sono proposti a fronte.

   Esisteva nella nostra città Rossano, una piccola casbah, luogo di voci clamanti e confuse, una sorta d'inferno di non disonesti barattieri, di concorrenza più o meno leale,

all'antica, di sudato guadagno d'una mediocre sopravvivenza popolare che se concedeva anche la visione di  un film esotico a prezzo popolarissimo. Era il  "Mercato” ed il "Cinema." Noi, ragazzi, facevamo la spola, dall’uno all'altro posto, dissipando così la giornata brevissima dell’infanzia. D’estate i tempi si confondevano e di sera andavano a ruba  le angurie, o viaggiavamo alla ricerca di un'oasi tra spadaccini e sciabole  nel deserto, trá un Lawrence d'Arabia e  un  cow-boy impegnato in un safari con al fianco una donna  biondissima che sognavamo la notte.  

     Á  Umberto Romano questo mondo è rimasto nel cuore e  negli occhi. E’ questo il suo Mediterraneo. Qui egli si cala, col suo fratello arabo per un bagno che rigeneri il mondo nel  segno della comune abluzione. Ed è scalpitio di fieri cavalli indomabili, il  rosso fuoco di una città abbandonata, sole infuocato e polvere negli occhi, la memoria di grotte e camare  e dirupi  del paese confusi in un limbo di perdizione e di  pena, d'infiammazione perenne. Mà al di fuori di  ogni vagheggiamento, com'è  stato  già detto,  la voce di Umberto  Romano  cerca un adeguato strumento espressivo a questo suo rovello magmatico che vuole farsi anche  proposta politica, ritrovare  la  grinta  di Annibale di Cartagine,  disarcionato ma sempre pronto a combattere per  un'idea progressiva e liberatoria,  perché “polvere del deserto è il suo pensiero” e "tutto si fermò al suo tempo".  

    C'è‚ nei versi di Umberto Romano l'angoscia d'una rivoluzione mancata, di "rivoluzione soffocata nel tempo", confuse cioè  nel tempo della storia ma presenti alla propria coscienza.

     Un'ansia  di riscatto che coinvolga anche il  destino  delle donne del Maghreb, che siano finalmente investite dal vento della rivoluzione, non più "velata di vergogna" E in tale  esperienza di risanamento il cammino d'identificazione col popolo eletto a proprio fratello si fa assoluto e totale per  immedesimazione storica: “Ritrovo ritrovando/tempi antichi/lá  vogliá   del guerriero/che aspetta l'ultima battaglia." 

 

     Questa  seconda silloge di Umberto Romano, Spalle  al  muro, rappresenta una testimonianza  sofferta e  seria, e anche avventurosamente  provocatoria e guascona, di questo dramma dell'autore radicato  nell'infanzia e che oggi aspira ad innalzarsi come voce poetica protesa a una sua compiutezza. 

     Da  qui anche un maggiore  impegno stilistico e formale rispetto alla prima raccolta.

 

Rossano, Marzo 2002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le mani sono tese

tese sono le mani

rullano tamburi lontano

eco di cantilene addolorate.

 

 

Les mains sont tendues

tendues sont les mains

au loin, roulent des tambours

ècho, de tristes cantilenes.

 

 

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Se un tempo nella tua terra

mi porterai non da visitatore

ne da straniero o da profanatore

il mio spirito guerriero

vorrà  rivivere per morire insieme

al caldo della polvere calpestata

dal tuo destriero.

 

 

.

 

Si un jour, dans ton pays

tu m'emménes non comme visiteur

étranger ni profanateur

mon esprit guerrier

renàitra pour mourir

avec la chaleur de la poussière foulée

par ton destrier.

 

 

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Fuori dal tempo nella storia

viali di palme ingigantite

sterminate distese di deserto

corpi senza anime

vagano vestite a bianco.

Una brocca d'acqua sporca

cavalca spalle invecchiate dal tempo.

Mi confondo tra fichi d'india

germogliati nell'attesa del frutto;

non della rivoluzione.

Rassegnate aspettano il ritorno

d'altra epoca, dell'altra vita,

falce del deserto.

 

E il fuoristrada ci conduce

sulla strada fuori dal tempo.

 

 

 

 

 

L'inconscio ci trascina

per vie tortuose

segni invisibili nella scia del tempo,

rubai il nettare del miele depositato

linfa di vita nel deserto.

Raggomitolato su vie petrose

cercai lo sguardo bizantino

nel tempo che lustrò decenni.

Immobbile aspetto  ritorni:

un'altra era, antenati persi.

 

 

                                    “se un tempo...mi porterai.".