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Viaggio nella capitale della libertà " El Layon" per incontrare i Sahrawi rimasti prigionieri dall'invasione dell'esercito Marocchino nel lontano 1975.

 Dal diario di viaggio  “ Gennaio 2000, Destinazione El Ayun

 ( Sahara Occidentale-Oceano Atlantico”

Testo di Umberto Romano 

Foto di Giorgio Fornoni 

( Sahara Occidentale-Oceano Atlantico)  

Rabat 17 Gennaio 2000, ore 19,00:

“C’è la Cervesa ( birra) ? “ chiede Fornoni

“ No niente alcol, è vietato, la trovate al bar dell’albergo di fronte.”

E’ uno degli alberghi della catena IBIS Moussafir, sono presenti in tutte le città importanti, ubicati nei pressi delle stazioni ferroviarie. E’ li che dormiamo quella notte, verifichiamo subito che dalle 20,00 in poi inizia il peregrinare di persone benestanti, quasi tutti uomini che vengono a bere birra ed alcolici, sorrido pensando al periodo del proibizionismo in America. Anche allora era vietato ma non per tutti, solo che da allora ad oggi è passato mezzo secolo.

Nell’attesa, del giorno dopo, che con il volo Casablanca-El Ayun, si arriverà a destinazione, il pomeriggio decidiamo di fare una corsa a Casablanca per salutare alcuni cittadini marocchini, amici “ vu cumprà” che lavorano in Italia. Dopo un ora di viaggio in treno, da Rabat a Casablanca arriviamo in stazione. All’arrivo il mio amico Brasil, soprannome italiano, è lì ad aspettarci sorridente. Dall'interno dell’auto , le prime immagini che scorrono davanti ai nostri oc­chi, sono le scritte delle insegne e delle indicazioni stradali  bilingue, arabo e francese, particolare che colpisce subito chi arriva per la prima volta in questi posti. Sono le ultime tracce  del periodo del colonialismo francese, e dei legami che questo paese, e non solo questo, ha ancora con la Francia.

“ Il regno è nudo

a che serve altra terra,

 se quella che abbiamo non è lavorata.

 A che servono altri sudditi

 se quelli che hai  vanno via” .

19 Gennaio,  Aeroporto di El Ayun

El Ayun è la capitale della RASD la Repubblica Araba Sahrawi Democratica, o capoluogo della Regione marocchina , dove vi è la più alta concentrazione del popolo Sahrawi, rimasto prigioniero nei territori occupati, circa 15.000 abitanti su 40.000. Situata a 600 Km. a sud di Agadir , posta sulle rive dell’ Oceano Atlantico da un lato, per il resto è circondata dal deserto.

In questo luogo, 25 anni prima aveva inizio la tragedia del popolo Sahrawi…  

La tragedia di un Popolo in esilio. La lotta del popolo sahrawi per l' autodeterminazione

Il Sahara Occidentale, già colonia spagnola, è l' ultima colonia africana ancora in attesa della sua indipendenza. Dal 1973 il Fronte POLISARIO combatte per l' indipendenza. Nel 1975 il Marocco e la Mauritania invasero il territorio. La maggior parte della popolazione fuggì in Algeria dove, da allora, vive nei campi profughi. Nel 1976 il Fronte POLISARIO ha proclamato la RASD, Repubblica Araba Sahrawi Democratica. Nel 1991, dopo 18 anni di guerra, il Consiglio di Sicurezza. dell' ONU ha approvato il Piano di Pace. Dal 6 settembre 1996 la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, MINURSO, ha sorvegliato il rispetto del cessate il fuoco e ha organizzato il referendum di autodeterminazione.

Il 6 ottobre , il re del Marocco  dà il benestare " alla  marcia verde ". 350.000 marocchini  avanzano verso il Sahara occidentale con l' obiettivo di conquista del territorio.

Il 31 Ottobre 1975. Inizio dell' invasione marocchina nella zona orientale dei Sahara occidentale. L' esercito dei Sahrawi  affronta 25.000 soldati marocchini. La Spagna si  ritira da  EL Aiun, Smara e Dahla

Il 2 Novembre, Madrid  riafferma il relativo supporto all'autodeterminazione della gente  Sahrawi,  ripetendo  la relativa compiacenza  a rispettare i relativi impegni internazionali.

Alla fine del 1975 il POLISARIO era sul punto di guadagnare la indipendenza dalla Spagna. Allora, con delle trattative segrete, la Spagna  firma un accordo clandestino con il Marocco e la Mauritania. I tre paesi decidono di spaccare il territorio del Sahara occidentale fra il Marocco e la Mauritania, invece dell' assegnazione per l'indipendenza ai Sahrawi, come promesso. Questa annessione illegale del Sahara occidentale avveniva il 1975, epoca in cui inizia la guerra  contro il Marocco e la Mauritania. Decine di migliaia di Sahrawi lasciarono le loro sedi del Sahara occidentale, mentre il Marocco  buttava bombe al  naplan, di provenienza americana, sui civili .L'aggressione investì sia i paesi del nord che del sud facendo fuggire i Sahrawi nella zona  est, in Algeria. Là, gli è stato dato asilo politico ed hanno cominciato a sviluppare gli accampamenti,  rifugiandosi in una zona del deserto algerino considerato inospitale..

Nei territori occupati.

All’arrivo  in aeroporto, la polizia ci trattiene per alcuni minuti i passaporti, vuole sapere il motivo della nostra presenza in città, è raro qui che arrivano  turisti, e questo li rende sospettosi.

  Fuori dall’area di volo, troviamo ad aspettarci Moutik, fratello dell’altro Sahrawi di Rabat. L’uomo piccolo di statura, ci riconosce subito, specialmente Giorgio, la sua figura è fuori dal normale con i suoi capelli lunghi che gli accarezzano le spalle.

Guardando fuori dal finestrino del taxi, che ci conduce all’albergo, mi colpiscono due colori: il marrone ingiallito  delle case ed il verde delle divise dei militari. E’ peggio di quanto mi aspettassi. Questa luogo è  presidiato dalla polizia e dai soldati, se ne vedono in tutti gli angoli delle strade. 

Nel mentre l’auto continua ad avanzare in direzione della città, il paesaggio cambia ed alle decine di baraccopoli ubicate tra l’aeroporto e la città, si alterna il deserto di pietra e le dune di sabbia fine ,  s’intravede a tratti  l’azzurro delle acque dell’Oceano distante circa 10 chilometri. Gli abitanti, ospitano le migliaia di famiglie di marocchini fatti venire dal nord del Marocco,  per essere censiti come aventi diritto alle votazioni del Referendum di autodeterminazione. Pare, dalle ultime notizie che su cinquantamila, la Minurso ne ha accettato, qualche migliaia. La gente, adesso è arrabbiata con le autorità che aveva promesso loro lavoro e terra.

La porta d’ingresso, tipica ad arco di trionfo, c’introduce nella città. Sulla sinistra impera un edificio sfarzoso circondato da centinaia di palme, è la residenza del governatore di El Ayun, sembra un castello. Di fronte, dall’altro lato della strada, c’è un immensa piazza, di architettura notevole, abitata da palmeti e colorate tende. Che la sera viene illuminata da centinaia di lampioni. Naturalmente appena si entra nella città, ci si rende conto che quanto visto prima è un miraggio nel desolato deserto di questa città, abitata da qualche centinaio di funzionari dell’ONU “ MINURSO”, Sahrawi, divisi tra quelli filomarocchini, e quelli che combattono ogni giorno per la libertà della loro terra, il resto della popolazione sono i marocchini della “marcia verde” o “marcia nera” è così che la chiamano i sahrawi. Tutti  gli altri sono  militari e poliziotti.

Siamo arrivati, mi rendo conto che sarà dura la nostra permanenza in questo posto, passare inosservati per visitare i luoghi ed incontrare i rappresentanti degli eroici sahrawi, rimasti da quest’altra parte del muro.

Incontro con i sahrawi, cittadini marocchini…, in attesa del referendum di autodeterminazione.

A sera inoltrata, siamo seduti sui tappeti  a casa del nostro amico, in circolo, e mentre inizia il rito del te sahrawi, uno alla volta i presenti raccontano di loro, della loro vita passata e futura. Non ha importanza come si chiamano, alcuni di loro sono quelli già noti nei rapporti di Amministy International , che io esibisco. Qui di seguito riportati, insieme ad altre notizie, avute in aprile nel mio viaggio a Tindouf:

 - Novembre 1995, alcune dozzine di Sahrawi furono arrestati e torturati nel carcere segreto dalla polizia “Intervento Mobile” Co HQ ( PC CMI) in El Ayoun. Tra questi vi erano:

1. Fatma Zaar

2. Mohamed Hamdi

3. Gleimina Tayeb Yazid

4. Alamine Abdelkader Daagj

5. Bamba Mohamed Gay

6. Mohamed Salam Abdelhay

7. Mokhtar Jnah

8. Bachir Atman L'Hossein Lekhfaoui

9. Mohamed Fadel Boussoula

10. Brahim Sbaa

11. Bachir Ali Saleh Abbat

12. Sid Ahmed Fal

13. Abdellah Moulay Ahmed Chichiou

14. Boujemaa Kadar

Alcuni di loro erano già stati per diversi anni nelle prigioni segrete; tra questi Kalaat M’Gouna, Agdaz or Skoura.

         -A seguito delle dimostrazioni del febbraio 1999 a sostegno dell' indipendenza del Sahara  in Lemseyed, una città del Sahara Occidentale, 20 Sahrawis sono stati arrestati. Otto hanno avuto una sentenza di condanna a due anni e dodici sono stati  condannati a tre mesi di carcere ed un ammenda da pagare.

     Sono stati accusati di incendio doloso, distruzione delle costruzioni pubbliche, rottura della tregua di pace e di partecipare a dimostrazioni non autorizzate. Durante lo svolgimento del processo   i prigionieri hanno mostrato i segni di tortura, compreso i contrassegni della corda sui loro piedi e le ustioni di sigaretta. L’accusa ha  sostenuto che la tortura era stata usata per insegnare loro la buona educazione.  La difesa ha chiesto un esame medico indipendente, ma questo è stato rifiutato…

Dopo aver guardato gli appunti uno dei Sahrawi presenti mi dice:

“ Uno degli arrestati del 95, riportato nell’elenco, sono io, adesso sono in libertà vigilata, non ho lavoro, in prigione mi hanno torturato, mi hanno anche vietato di avere rapporti con la mia famiglia. Ogni tanto mi scriveva qualcuno, le lettere erano aperte prima dalla polizia, sono stato in quattro carceri diversi: Casablanca, Meknes, Rabat e quello più duro di Kenitra”

  L’uomo, sui cinquant’anni, non sorride mai, ha il viso segnato dalla sofferenza m’indica sull’elenco il suo nome si chiama : Bachir Ali Saleh Abbat.

Un altro di loro Mohammed, mi racconta che lui è stato in galera dal 1977 al 1982, allora aveva 22 anni e mentre stava manifestando insieme ad altri studenti sahrawi nella città di Agadir, a sostegno della loro causa, fu arrestato e portato in prigione per dieci giorni  ad Agadir. Dopo per altri cinque anni nella prigione segreta di Casablanca. Adesso lavora alla Telecom marocchina, i colleghi di lavoro lo chiamano, con disprezzo: “ Mercenario assoldato dal fronte del Polisario”. Tra i presenti Mohammed è quello che ha più grinta, e molta rabbia che gli viene fuori ogni volta che racconta dei momenti vissuti in carcere.

 Nell’attesa, che arrivi l’ultimo sahrawi della serata, gli rivolgo alcune domande:

 “ Se non vincete il referendum cosa fate?”

“ Non è possibile, vorrà dire che c’è stato qualche imbroglio, e ripiglieremo la nostra  lotta”

“ E se perdono i marocchini cosa faranno?”

“ Non andranno via. Se vogliono, possono restare sotto il nostro governo”

“ Com’è il rapporto tra voi e i marocchini ?”

“ Sono razzisti, nessuno di noi lavora nei posti pubblici, per non farci avere contatti con gli stranieri. Siamo considerati cittadini di serie ‘b’. Non è giusto, se nel mondo esiste la democrazia ci devono dare l’indipendenza”

 Intanto che si discute, entra l’ultimo sahrawi di quella sera. Lo guardo con particolare attenzione, mi sembra di conoscerlo, o quanto meno assomiglia in modo sorprendente a qualcuno che ho gia visto. Guardo sorridendo con sguardo incuriosito Mohammed.

“ Sai chi è ? E’ il fratello di Abdel Aziz il nostro presidente” dice Mohammed. Mi alzo abbracciandolo, sussurrandogli: “Salam Alecum”. L’uomo mi dà il benvenuto battendomi la mano sulle spalle, in segno di affetto.

 

  Abdi, è il nome dell’uomo, non vede il fratello dal 1973.

“Non mi sono allontanato mai da qui”  risponde in arabo, anche lui come il fratello parla solo in arabo, sostengono che ognuno deve parlare la propria lingua. E’ laureato in Legge, e combatte ogni giorno con l’autorità giudiziaria per difendere i diritti umani della sua gente.

Quasi nessuno di loro ha il passaporto, ne hanno fatto richiesta, e non gli è stato mai dato.

Ci raccontano, inoltre, che negli anni, molti sahrawi, quelli più disperati sono scappati via clandestinamente, verso Las Palmas. La polizia non li ostacola, anzi ne favorisce la fuga. “ Un altro sporco sahrawi in meno”, diranno dopo le autorità Marocchine.

In giro per una città presidiata dall'esercito,

 polizia e…personale dell'ONU

La mattina del giorno dopo. Sono le sei del mattino è l’alba, è la voce del megafono della moschea vicina all'albergo, inneg­giante ad Allah: "Allahu akbar", a svegliarmi, ogni volta mi procura un brivido lungo la schiena.

Con la guida, che è un gran chiacchierone, decidiamo di trascorrere la giornata da turisti, andando a fare un escursione prima nel deserto, poi sulla spiaggia ed infine al porto.

L’aria nel deserto è fresca, anche se il sole brucia. Mi fascio la testa, con il turbante verde, acquistato anni prima a Tindouf, alla maniera sahrawi.

“Dove l’hai comprato, di quel colore qui non se ne trovano, è molto usato dai militari sahrawi. Conosci i sahrawi, il fronte del Polisario?. Qui c’è ne sono molti. Tra poco si farà il referendum. Io sono uno di loro.” Il giovane di nome Embarghe, aveva fatto una di seguito all’altra una serie di domande e risposte. Ricordo le parole di Moutik della sera prima: “State attenti con chi parlate, se qualcuno vi dice di essere amico o sostenitore del Fronte del Polisario, non vi fidate. Uno di noi non dice agli stranieri di appartenere al Polisario. Anche se dichiarano di essere Sahrawi, possono essere filo marocchini”. Non dissi al giovane tutta la verità. Il turbante l’avevo comprato in Italia, e conoscevo la storia dei sahrawi, perché in Italia se ne parla.

  Le dune sono molto soffice, di sabbia molto fine di colore rosso mattone, arrivano a baciare le acque dell’Oceano. Il lungomare della playa della città è in fase di costruzione, ciò che colpisce tra le poche case è l’imponente villa del Governatore di El Layon,  la residenza a mare. Vi è un altro grande edificio, circondato da mura,  è un presidio militare che vigila sulla salute del Governatore.

“ Qui di fronte ci sono le Isole delle Canarie, ci sono tanti turisti, io non ci sono mai stato, mi hanno detto che è molto bello. A Las Palmas c’è la nostra sabbia, la comprano da noi e viene trasportata con le navi. Quando saremo liberi organizzerò un’agenzia di viaggi, ed aprirò un ufficio a Las Palmas ed un altro in Italia”.

Al porto di El Layon c’è molto traffico,  camion che trasportano il pesce pescato. Finalmente ero di fronte ad uno dei motivi che avevano generato il conflitto tra il Marocco ed il Polisario: il pesce. Questo è uno dei luoghi più pescosi del mondo. Secondo le statistiche, il 60% della produzione di pesce del Marocco proviene da questo post, oltre alla vendita delle concessioni ai paesi esteri tra cui Spagna, Corea, Russia. Nel porto c’è una fabbrica per la lavorazione del pesce,  dove si produce sardine in scatola, mangime per i polli e burro, con un gettito, solo in questo luogo, di circa 100 miliardi all’anno. Occupa 400 dipendenti per otto mesi all’anno a ciclo completo.

Più in là c’è lo stabilimento industriale della lavorazione dei fosfati del Boo-Cra. Il grezzo viene trasportato da un nastro trasportatore per 100 chilometri, fino ad arrivare al mare, qui viene lavorato e poi imbarcato sulle navi. Questo è l’altro motivo del conflitto. Le cifre non sono stimabili.

Sulla via del ritorno alcuni chilometri prima dell’ ingresso alla città c’è un impianto di desalinizzazione, costruito dai tedeschi. Il problema della scarsità d’acqua potabile qui è  serio.

“ Perché non sei ancora sposato?” chiediamo al giovane, mentre stiamo per giungere in città.

“ Non voglio sposarmi, se prima non si farà il referendum, ho paura di quello che potrà succedere dopo i risultati, avete visto cosa è successo a Timor-Est, qui in un modo o nell’altro succederà qualcosa, e può darsi che decida di andare via”.

Quel giorno, aspettiamo il tramonto, per poter fare delle riprese. .

E’ una delle cose più belle da guardare nel deserto, nei pressi della periferia della città. Sulla valle del “Rio secco” impera un nuovo edificio, sembra un castello, è il palazzo di giustizia, fa contrasto con le decine di edifici adagiati nella valle sono simili a tanti bunker, sono abitati dai militari.

Un'altra sera insieme  per parlare di diritti negati e violenze

  La sera siamo di nuovo da Moutik, notiamo la presenza di altri sahrawi, oltre a Mohammed e Bachir. Hanno saputo di noi, e sono qui per parlarci di loro. Affinché noi raccogliamo le loro testimonianze. Anche loro fanno parte del gruppo dei venti studenti arrestati perché manifestavano a favore del Polisario, in galera dal 1977 al 1982. Ognuno di loro anche dopo la prigione ha continuato a subire angheria e violenze:

  “ Il lavoro c’è lo fanno desiderare” ( Bachir)

  “ Guai a protestare sulle condizioni o sulla paga, chi lo ha fatto è stato subito licenziato” ( Mohammed)

  “ Ci controllano la corrispondenza ed il telefono” ( Lucine)

“ I sahrawi delle tendopoli di Tindouf stanno meglio di noi, aspettano la risoluzione pacificamente, noi intanto stiamo qui a soffrire, a morire…” (Mohammed)

“ Ero appena una ragazza di quindici anni, quando mi arrestarono. Ho fatto cinque anni di prigione, sono stata anche violentata” lei è la nipote del vecchio Moulay Ahmed, muzaidin sahrawi che aveva dichiarato:

 “ Ho pregato Allah di non farmi morire in prigione” L’uomo  morì proprio il giorno del suo rilascio dalla prigione il 22.06.1991

“ Mi hanno preso di sera ero in macchina, ho tentato di difendermi, mi hanno spezzato le braccia e rotto delle costole ( ci esibisce le foto dei segni). Allora ero titolare di un impresa di costruzioni, quando uscii dal carcere dopo cinque anni, non mi hanno permesso più di lavorare, oggi guadagno in un mese quello che allora guadagnavo in un giorno. Mi ero rifiutato di far lavorare alcuni marocchini raccomandati dalla polizia…”      (Abdelah).

“ Abbiamo un altro problema, anche se limitato, una vergogna, i più ricchi della città sono Sahrawi, hanno venduto l’anima ed il corpo al governatore marocchino, ma appena cambiera…” ( Mohammed)

   “Mi chiamo …… moglie di ….. Eravamo una famiglia di sei membri.

L' arrivo della marcia verde nel 1975 ha cambiato completamente la nostra vita. Non è senza ragione, se abbiamo chiamato quel periodo  Marcia nera . Mio marito fu obbligato a partecipare. Nel momento in cui  la televisione marocchina faceva vedere le immagini del passaggio di civili mentre trasportavano cereali, mille  soldati armati fino ai denti, presero la nostra piccola località, che è stata trasformata durante la notte da una città calma del deserto, in un quartiere militare. Nel villaggio, tutti i nomadi erano sospettati di collaborare con il fronte  del Polisario. Le donne e gli uomini erano colpiti nella loro  dignità, con a rischio la propria pelle. Le donne furono violentate e molte  imprigionate. La gente di tutte le età era sottoposta a massacri. I bambini dovevano essere protetti dai  loro genitori, sospettati di collaborazione con i sahraui  combattenti e perfino molte volte imprigionati con le loro famiglie.

Subito dopo il suo ritorno dalla marcia verde,  mio marito fu  rapito, nel dicembre del 1975, dagli agenti della

polizia reale…

Ricordo, quella triste sera, che mentre si  beveva il tradizionale tè sahraui, si discuteva  la situazione, mio marito era preoccupato. Non smetteva di ripetere che quella gente non ha rispettato nulla che  erano più cattivi degli uomini che in passato  erano venuti a colonizzarci

 Dopo l' arrivo dei militari, la gente non veniva più a farci visita.

   “ La gente ha paura, perché i militari spiano le loro mosse” aveva sussurrato ……. Dopo di che sentimmo bussare alla porta, ero indecisa se andare ad aprire. Appena aprii metà il portello,  tre agenti irruppero nella nostra casa, gridando :   “dov’è A…?".  Ho risposto  che era  nel corridoio. Lo stesso soldato rivolgendosi a lui, lo invitò a seguirlo. 

    Dopo l’arresto di ………. tutta la mia vita si è  trasformata in un calvario continuo. Sotto il controllo costante dei militari,  frequentemente ho subito rappresaglie, spesso intimidita e minacciata e violentata..

La gente che incontravo mentre attraversavo le vie, osava appena alzare la testa, per poi abbassarla immediatamente.. Anche il negoziante, che di solito era molto cordiale ed allegro con i clienti, non era per niente soddisfatto di come andavano le cose. .

La stragrande maggioranza della gente, era sotto il controllo ristretto della polizia…

     Alcune, delle poche persone liberate avevano raccontato le sistematiche torture che avvenivano nelle carceri. Queste notizie, non facevano altro che aumentare la mia angoscia. “Che cosa  fare per conoscere la situazione di mio marito, se era in vita, se era malato, se mangiava.”  Non  smettevo di ripetermi le stesse domande, giorno e notte. 

  Erano passati intanto tre lunghi anni, tra l’angoscia ed il timore, cercando di conoscere il  destino di ………. In un primo momento, ho preso  contatto con alcune famiglie toccate dallo stesso dramma. Anche loro non avevano notizie.

Intanto sono passati gli anni, senza che sia accaduto niente di positivo. Le angherie e le persecuzioni alla nostra gente sono continuate. Molte delle persone, che continuano ad essere arrestata  sparisce . Verso la fine degli anni 80, cominciano a  circolare le voci che i sahraui spariti sarebbero nei centri segreti della regione di Ouarzazate, nel sud-est del Marocco.

In seguito, dietro pressione delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, vennero liberati alcuni prigionieri, i quali mi fanno sapere che …………., è morto il 27/08/1977, in seguito a torture. Al dolore ed alla disperazione per la notizia della sua morte era subentrata la rassegnazione definitiva. Mi ero con coraggio detta:

 “E’ vero che è morto, ma almeno non soffrirà più”.

        Approfitto di questa occasione per fare un appello alla Comunità internazionale,  alle organizzazioni internazionali di difesa dei diritti dell'uomo in moda da mobilitarli per recuperare  i nostri diritti legittimi e la nostra dignità

Ascoltare i fatti di questa gente m’intristisce, ognuno di loro ha subito una violenza. Minimo cinque anni di galera per aver gridato “Libertà” di voler essere libero nella propria terra.

Mohammed, mi guarda negli occhi, dice: “Grazie, grazie per essere venuti, raccontate al mondo le cose che avete ascoltato e visto, voi resterete sempre nel nostro cuore. Avete messo a rischio la vostra incolumità per noi. Siete i primi italiani ad incontrarsi con noi...”

Un ultimo sguardo, prima di andare via  e raccontare al mondo..

Il mattino dopo non abbiamo un programma, la guida era occupata con un altro gruppo. Così c’è ne stiamo seduti davanti ad uno dei numerosi bar della piazza, ( Cremerie Patisserie la Place). Arriva subito il solito “sciuscià”, c’è ne sono a decine, con una novità, in aggiunta, un vecchio che cerca l’elemosina. Oggi, c’è più gente in giro, è il venerdì musulmano, ed i bar sono pieni di uomini, donne quasi nessuna. Il locale dove siamo seduti noi è fornito di pasticcini di tutti i tipi, lavorazione per lo più francese, è frequentato da giovani ben vestiti. 

Ogni tanto, davanti, sullo sfondo nella strada principale scorrono in fila un taxi, un camion militare, un mezzo della N.U. ( Minurso). Questi sono i mezzi che per lo più transitano le strade. Sulla piazza imperano l’edificio del nostro albergo tre stelle ( il costo è 550 Dm. al giorno), il palazzo del ministero dell’ Agricoltura e del Commercio. Fanno da contorno la Royal Air Marocco, la Banque Commercial du Maroc, alcuni negozi: La Palmine, Kias House, e per finire decine di bar.

Ore 12,30 si ferma il mondo. Al grido di “Allah akbar”, proveniente dalla Moschea che è sulla strada, il vigile devia il traffico. Centinaia di uomini si ammassano sulla strada e sulle vie laterali della moschea, dopo che questa è riempita. Mi accovaccio ai bordi della strada anche io, in segno di rispetto. In questo momento tra questa gente non c’è diversità. Marocchini e Sahrawi insieme per Allah.

Per molti che parteciparono alla marcia verde, non interessa alla fine chi vincerà il referendum, loro comunque ormai abitano questi luoghi da 25 anni, i figli sono già grandi, e vanno a scuola insieme agli altri figli.

Ultima sera sulle rive dell’Oceano Atlantico. Nell’attesa di cogliere il Sole che scomparirà nelle acque dell’Oceano.

Le onde lunghe s’infrangono sulle pietre, accarezzandole creano il rumore del rientro, mentre decine di gabbiani, sfiorano l’acqua lanciando il loro urlo. Solo gli anziani rifugiati nelle tendopoli di Tindouf, e quelli della stessa età prigionieri nei territori occupati, possono ricordare i momenti dei rumori in libertà.

  Intanto, mentre scorrono i minuti che avvicinano il tramonto, i colori del  cielo si tingono dei riflessi dell’acqua illuminati dagli ultimi raggi di sole. Moutik, mi confida, che quando si sente particolarmente triste, viene a sedersi in cima ad una delle decine di dune che accarezzano l’Oceano, e guarda in direzione del deserto, dove c’è il muro militarizzato e minato dai marocchini e ancora più in là i campi profughi dei fratelli di  Tindouf, da dove arrivano le grida di libertà, poi si gira e guarda all’orizzonte dell’Oceano, sospira la libertà  dei popoli che stanno di fronte.

Eppure in questo contesto di perenne conflitto, di libertà negata, qualcuno, lo chiamano “ Il Francese”, insieme alla sua compagna,  è venuto via dalla Guinea, per venire ad isolarsi  nella valle del lago salato a cinque chilometri dalla strada che conduce da El Ayun a Dora, direzione Agadir. La coppia ha messo su quattro piccoli manufatti di cemento e due tende nere grandi del tipo sahrawi, come quelle di Tindouf. Praticano, via internet, turismo per gruppi che vogliono vivere fuori dei rumori della civiltà, in una valle dove gli unici rumori che arrivano sono quelli del belare delle capre di qualche  nomade, e dello stridire delle aquile che vivono nella steppaglia, nata intorno al lago, o della piccola oasi di Lamsayed, innalzandosi in cielo scrutano gli scenari di una terra che non appartiene agli uomini ma al potere dei padroni delle guerre…

Ma i 200.000 Sahrawi negli accampamenti sono il risultato della lotta che non finirà mai.  Hanno scelto una vita in esilio. Per combattere un rè, il cui regime ha cercato di cancellare la loro esistenza. Per oltre 20 anni la Comunità internazionale è stata testimone dell' arroganza d'un regime che ancora all' alba del ventunesimo secolo sta cercando di imporre, con la forza militare, una delle guerre  coloniali più lunghe che il continente africano conosca”.

La data, ultima, fissata per il referendum da parte dell N.U. è per Luglio 2000. Il Marocco ha presentato 15000 ricorsi, sull'esito dei risultati sugli aventi diritto al voto. I Sahrawi sono stanchi di aspettare, c'è il pericolo di una ripresa del conflitto armato.

( Il testo completo del diario è riportato nel libro di U.R.

 “Rabbia di Sabbia” e "Ira de Arena" versione spagnolo - Luglio 2000).

Per inf. Tel. 0983/515657- roro3@libero.itwww.umbertoromano.comwww.sahrawi.it

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Reportage dal Sahara Occidentale
Di Umberto Romano

SAHRAWI UN POPOLO IN ESILIO


“Questo popolo è partito con le mani vuote, lasciando il bestiame gli averi le case i propri cari. Ecco il popolo esiliato dall'odio, dall'invasore. Il popolo ha benedetto col sangue e le lacrime la lotta, la resistenza. Unito, lontano dalla propria terra, ha scelto le montagne. Nudo, affamato ignorando ogni benessere grida la libertà, l'indipendenza, sacrificando i figli migliori. Altro non interessa. Non è stanco di vivere. Teme, però, la vergogna la schiavitù per le generazioni future ...”

Non ero riuscito a dimenticare lo sguardo triste e rabbioso dell'uomo che mi era stato di fronte, seduti entrambi a terra sui tappeti, nella tenda sbiadita nel deserto dell'Hammda- Sahara Algerino a El Ayun villaja de Dora. Lui vestito nel suo sufi colore grigio, con la testa fasciata dal turbante di colore nero, con i piedi scalzi ed io con i miei jeans, camicia a quadri e il gilet tipo safari: due uomini provenienti da due mondi diversi, con storie diverse ma che, in ogni modo, vivevano in questo tempo, ormai alle soglie del terzo millennio.

Mohamed Chej Beidella, si chiamava così. Poeta, cantastorie della tragedia dei Sahrawi. Era dicembre del 1996 e mentre recitava i suoi versi a memoria: "Questo popolo è partito con le mani vuote ... ", mi guardava fisso e, anche se non capivo il significato delle sue parole pronunciate in lingua arabo assanja, sentivo percorrermi un brivido lungo la schiena. Capii allora che potevo uscire dal circolo vizioso cui ci spinge la società consumistica che ci siamo costruiti, rendendoci inappagati con la sua imposizione di continue richieste. Tante voglie da soddisfare, cose futili che fanno smarrire il vero significato del vivere comune.


Nell'angolo Sud-Ovest dell'Algeria quasi 200.000 rifugiati lottano per sopravvivere nella parte più inospitale del deserto grande del Sahara: "l'Hammada."
A causa della lunga assenza degli uomini impegnati nella sanguinosa lotta di liberazione che dura ormai da venticinque anni, il ruolo della donna è cresciuto, non solo per quanto attiene alla maternità ma anche per la funzione di educatrice unica dei figli. Molte sono le donne inserite attivamente nell'amministrazione delle tendopoli.
Una di loro era Suad Lagdaf. L'avevo conosciuta a Messina l'anno prima, durante una delle iniziative socio-culturali a favore dei sahrawi. Mi aveva colpito il modo di parlare del suo popolo l'impeto nel raccontarne la storia. Il calore la rabbia che sapeva dare alle sue parole mi aveva trascinato nel loro mondo. E allora che di dedicare a questo popolo un altro libro.
Il mio racconto inizia proprio da qui, dalla storia di Suad Lagdaf, dalle parole accese dalla rabbia e dal calore di una donna sahrawi.

Storia di Suad Lagdaf dal deserto di Tindouf - Smara Barrio 3

Ricordare per non morire dimenticati ...

"Ho sentito di persone che hanno ricordi remoti, lontanissimi, persi nei loro primi giorni di vita. Nei miei occhi di bimba sembra non si sia fermato niente o, forse, troppo in un giorno solo da non lasciare spazio ad altre cose. Della mia terra, ora negata da un muro di sabbia, sassi, mine e filo spinato, ho alcuni bagliori, flash frantumati. Una casa colorata di verde, la porta di ferro che sfregava il pavimento e la gente, tanta gente nella casa di EI Ayun (la capitale). Con gli animali che ci regalava lo zio, li portava dalla montagna per la sua Suad: una gazzella, una scimmia e un gatto. Poi i racconti della nonna, le partenze per i pic-nic di primavera che svuotavano tutte le città da Dahla, che guarda il mare, a Boo Craa, con i suoi giacimenti di fosfati e Smara, la città antica.

Ma poi la guerra, la confusione, i pianti, per cosa, non capivo, arrivano i marocchini, io non capisco nulla. Avevo cinque anni il giorno che iniziò, l'esilio del mio popolo con un bel titolo: "marcia verde". La popolazione si sollevò contro l'aggressore. Una lotta impari. I responsabili che guidavano il Fronte Polisario decisero allora di condurre la popolazione fuori dal territorio dell''ex Sahara spagnolo, l'unico modo per continuare a esistere. Le città strette d'assedio divennero grandi campi di concentramento. L'esodo fu molto duro (soprattutto per le donne, i bambini e i vecchi), la gente per scappare usava ogni mezzo: camion, cavalli o solo la forza delle proprie gambe. "Quei giorni hanno riempito tutta la mia memoria di bimba, le hanno dato il colore, il rumore, il sapore della sabbia che arde la gola, la paura delle cose che sfuggono via e non vogliono ritornare, forse con tante immagini, certo indimenticabili."


Ricordo i militari del Polisario che ci aiutavano per salire sul camion: "veloci, veloci!" dicevano. Io non capivo il perché di tanta fretta, "veloci! veloci!" Qualcuno riesce a portare qualcosa con sé altri niente. Nel camion io ero fra le braccia di mia nonna. Mia madre era con altra gente in un altro camion. Non ricordo se ho dormito, o se ho solo avuto tanta paura o tutte due le cose insieme. Ero abbracciata alla nonna, questo soltanto importava. Rumore di motori, cose accatastate, sobbalzi continui, così era anche per le nostre ossa e i nostri stomaci, ma nessuno parlava. Non so in quanti eravamo e quanti giorni passarono, ricordo solo che, a un certo punto, la nonna mi gridò di scendere subito dal camion.
Era mattina presto e tutta la gente cercava velocemente rifugio in mezzo all'erba. Stavano arrivando aerei nemici che cercavano di fermare il nostro viaggio buttando bombe al napalm sulle colonne di camion. Ho avuto molta paura e da allora questa paura è rimasta con me.
Dal nostro nascondiglio vedevamo che gli aerei ci cercavano buttando bombe sempre più vicine a noi."Si vedeva scoppiare e bruciare la gente e la terra". La confusione era tantissima, la gente urlava e gli altri bambini piangevano, poi ho sentito chiamare, era la voce di un soldato che diceva: "State giù, questi sono aerei marocchini! Buttano bombe al napalm e al fosforo, ci vogliono uccidere".

Ho urlato fortissimo ma non ero la sola, tanti bambini hanno gridato con me. Ma la voce più forte era quella del napalm e del fosforo. Pezzi di corpi saltavano dappertutto. Ho avuto paura, una paura chiara che si leggeva nei miei occhi come in tanti altri occhi vicino a me che chiedevano aiuto a Dio. L'attacco è durato a lungo, appena è finito tutta la gente ha cominciato a muoversi alla ricerca di parenti e amici. Con la nonna io cercavo mia madre ovunque. Ma dappertutto trovavo solo corpi senza vita e la mia paura aumentava. Non capivo nulla di quello che succedeva, avevo soltanto molta paura.


Il ricordo di quel giorno ha riempito i miei occhi di bimba, è rimasto un incubo ricorrente che la notte mi addolora ancora. Finalmente ci viene detto che siamo arrivati. Arrivati dove? Quella prima notte è impressa nella mia memoria. Siamo arrivati in una terra nuda, senza case, senza tende, niente. Unica cosa il freddo e il vento. Una terra senza niente ma anche senza aerei e senza bombe e senza corpi morti. Con l'istinto di bambina ho pensato che gli aerei sarebbero tornati presto e per questo non ho pensato a giocare ma sono rimasta vicino a mia nonna.
Siamo al "Campo Profughi" sahrawi nel deserto algerino vicino a Tindouf. Mia madre, assieme ad altra gente, stava organizzando i preparativi per cominciare a innalzare le tende e a distribuire il cibo portato dal Sahara Occidentale e dagli algerini. Penso che solo allora ho avuto il coraggio di dire "ho fame". Non ricordo tutto dei giorni che seguirono il nostro arrivo, ma ricordo che dal niente, sono apparse le tende ...

Era stato il racconto di Suad, che ancora risuonava nelle orecchie, a spingermi verso i luoghi da lei abitati, in quella parte delle tendopoli, al villaggio di Smara. Ero così arrivato alla tenda di sua madre, Hebba, una delle donne simbolo del popolo sahrawi. Aveva vissuto tutti i momenti importanti della tragedia del suo popolo, dai primi movimenti per la liberazione dal colonialismo spagnolo all'invasione dell'esercito marocchino, alla fuga in territorio algerino, alla organizzazione delle tendopoli, alla sua partecipazione attiva come donna-militare. Ora era qui nella sua tenda di Smara Barrio 3, insieme al suo uomo. Alle quattro del mattino ci stavano predisponendo due materassi a terra, per farci dormire. Il loro saluto di buon riposo mi fece capire che al nostro risveglio avremmo parlato di Suad, rimasta in Italia.


Eppure, aleggiava sempre quel pizzico di "rabbia di sabbia" nella buia tenda illuminata dall'immenso cielo stellato, al pensiero che a poche centinaia di chilometri, in direzione dell'oceano atlantico esistono le vere città, una volta dei sahrawi, qui reinventate per non sentirsi dimenticati, per non morire senza terra, come per dire: " Io sono nato a El Ayun" e non in un fazzoletto di deserto anonimo, con la speranza di poter continuare a dire un giorno, ritornati in quella vera: "Io sono nato a El Ayun". Quella vera è posta sull'Oceano Atlantico.

Cronologia - Alcuni cenni storici:
XV SECOLO, il Portogallo ed altri paesi erano interessati alla regione: commercio dell'oro, perle di ostriche e gomma arabica.
- 1884/85, COLONIZZAZIONE SPAGNOLA. Le potenze europee convocano il congresso di Berlino per dividere l' Africa. Il Sahara Occidentale è destinato sotto "la protezione della Spagna ".
- Novembre 1884: l'esercito spagnolo, condotto dal capitano Emilio Bonelli Hernando, Occupa Dakhla (ex villa Cisneros) ed installa un'attività commerciale.
- 27 novembre 1912: la convenzione di Spagna-Francia, delimita i confini del Sahara Occidentale.
- 1923 - 1934: primi conflitti di sangue fra l'esercito francese e la resistenza di alcuni nomadi Sahrawi.
- 1934: "Pacification" finale all'interno del Sahara Occidentale. La Spagna prende il possesso completo della parte settentrionale del territorio. La resistenza dei Sahrawi viene soffocata.
- 1949-1959: scoperti nel territorio del Bou Craa giacimenti di fosfati. Le riserve di questa zona sono state valutate più di 10 milioni di tonnellate, con percentuali di 70/80% di purezza.
- 1956-1958: tumulti e battaglie sanguinose fra le truppe spagnole e la ricostituita resistenza dei Sahrawi.
- 10 febbraio 1958: il trattato militare, firmato fra la Spagna e la Francia, con l'approvazione del regime marocchino, approva una risoluzione per distruggere l'esercito di liberazione dei Sahrawi.
- 14 dicembre 1960: le Nazioni Unite adottano la risoluzione 1514 (XV) con una dichiarazione che assegna l'indipendenza alle popolazioni dei paesi colonizzati.
- 1961: il Sahara Occidentale viene dichiarata: "una provincia spagnola".
- 1963: il Sahara Occidentale viene incluso dalle NU nella lista dei paesi da decolonizzare.
- Dicembre 1965: l'assemblea generale delle NU ha riaffermato l'indipendenza del popolo Sahrawi invitando la Spagna a porre fine all'occupazione coloniale.
- 1966: l'ONU ratifica l'atto di autodeterminazione del popolo Sahrawi.
- 1968: ricomposizione del movimento di resistenza dei Sahrawi con la formazione del Movimento di Liberazione di Saguia el Hamra y Río de Oro, sotto la direzione di Sidi Brahim Bassiri.
- 17 giugno 1970: il movimento di Bassiri organizza una grande manifestazione pacifica a Zemla (El Aayún), inneggiando alla indipendenza, si conclude con il massacro dei civili e dell'arresto di centinaia di cittadini Sahrawi.
- 10 Maggio 1973: il Polisario tiene il congresso di fondazione del "Frente Popular de Liberación de Saguia el Hamra y Río de Oro".
- 1974: la Spagna effettua l'ultimo censimento della popolazione dei Sahrawi per prepararsi al referendum che l'Onu aveva chiesto dagli anni 60. Il censimento registra 74.902 persone.
- 20 agosto 1974: la Spagna annuncia il parere favorevole ad effettuare un referendum per l'autodeterminazione del popolo Sahrawi.
- Inizio 1975: il re del Marocco manifesta chiaramente la sua opposizione all'indipendenza del Sahara Occidentale.
- 1974-1975: l'esercito di liberazione del popolo Sahrawi intensifica gli attacchi contro le truppe spagnole.
- 12 Maggio 1975: una missione delle Nazioni Unite visita i territori del Sahara Occidentale, riconfermando l'autodeterminazione del popolo Sahrawi, riconoscendo il fronte di liberazione del Polisario.
- 23 Maggio 1975: il rappresentante spagnolo agli affari esteri dichiara: "Il fronte di liberazione del Polisario è una realtà che la Spagna deve considerare".
- 14 ottobre 1975: l'ONU suggerisce un referendum per l'autodeterminazione sotto il relativo controllo. La Corte di Giustizia Internazionale rende noto un parere consultivo sul Sahara Occidentale rifiutando ogni pretesa del Marocco e della Mauritania sopra il Sahara Occidentale. La corte conclude che la gente Sahrawi è autorizzata a determinare il proprio futuro.
- 31 Ottobre 1975: inizio dell'invasione marocchina nella zona orientale del Sahara Occidentale. L'esercito dei Sahrawi affronta 25.000 soldati marocchini. La Spagna si ritira da el'Aayún, Smara e Dakhla.
- 6 ottobre 1975: il re del Marocco dà il benestare "alla marcia verde". 350.000 marocchini avanzano verso il Sahara Occidentale con l'obiettivo della conquista del territorio.
- 2 Novembre 1975: Madrid riafferma il suo impegno all'autodeterminazione del popolo Sahrawi.
Alla fine del 1975 il POLISARIO era sul punto di guadagnare l'indipendenza dalla Spagna. Allora, con delle trattative segrete, la Spagna firma un accordo clandestino con il Marocco e la Mauritania. I tre paesi decidono di dividere il territorio del Sahara Occidentale fra il Marocco e la Mauritania, invece di rispettare l'impegno per l'indipendenza dei Sahrawi. Questa annessione illegale del Sahara Occidentale avveniva il 1975, epoca in cui inizia la guerra contro il Marocco e la Mauritania.
Decine di migliaia di Sahrawi lasciarono le loro sedi del Sahara Occidentale, mentre il Marocco buttava bombe al napalm, di provenienza americana, sui civili.
Nel 1979, la Mauritania non potendo sostenere militarmente, politicamente ed economicamente la lotta contro le truppe del POLISARIO firma un accordo di pace. Riconoscendo la sovranità sul territorio del Sahara Occidentale della Repubblica democratica araba dei Sahrawi (RASD) fondata nel 1976. Dall'altra parte, il Marocco rifiuta l'accordo invadendo il resto del Sahara Occidentale.

roro3@libero.it; www.umbertoromano.com; www.sahrawi.it.

 

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 Dal diritto ai fatti: il caso del Sahara occidentale di Roberta Romano

4.1. La colonizzazione del territorio

Il territorio conosciuto attualmente come Sahara occidentale, denominato sino al 1975 anche Sahara spagnolo, ha un’estensione di 266.000 kmq, si affaccia sull’Oceano Atlantico per una lunghezza di 1062 km di costa e condivide i suoi 2045 km di frontiere terrestri con Marocco (a Nord), Algeria (a Nord-Est) e Mauritania (a Sud-Est e a Sud).
La storia di questo territorio rileva, ai nostri fini, a partire dalla colonizzazione spagnola . Benché la penetrazione europea nella regione risalga al XV° secolo, come estensione degli insediamenti precedentemente stabiliti sulle coste delle prospicienti Isole Canarie, l’azione colonizzatrice verso l’interno si svolgerà solo a partire dalla metà del diciannovesimo secolo. Nel 1884, a seguito della spedizione intrapresa da Emilio Bonelli, a capo della “Società spagnola di africanisti e colonialisti”, la Spagna dichiara sotto sua protezione la regione del Rio de oro, che va da capo Bojardor a Capo Blanco, dopo aver concluso in tal senso accordi con i capi delle tribù locali . L’anno successivo, alla Conferenza di Berlino, che ratifica la divisione dell’Africa tra le potenze europee, la Spagna vede riconosciuti i suoi “diritti” sul Sahara occidentale. La definitiva delimitazione territoriale non avverrà che nel 1912, in tre fasi di consultazioni franco-spagnole , il cui risultato sarà una suddivisione territoriale, non curante, come avveniva, d’altra parte, nel resto del continente africano, della configurazione etnica del territorio . Il cosiddetto Sahara spagnolo comprenderà, infine, il Rio de Oro, il Saguiet El Hamra (che il 10 gennaio 1958 saranno riunite nell’unica provincia del Sahara occidentale) e le zone di Tarfaya (queste ultime diventeranno protettorato sotto il nome di Marocco meridionale spagnolo). Bisognerà tuttavia attendere il 1930 per vedere la Spagna occupare effettivamente tutte le sue regioni .
La fine degli anni ’50 rappresenta un momento di svolta nella storia della regione. Innanzitutto, con l’ingresso della Spagna alle Nazioni Unite, l’Assemblea generale comincia ad interessarsi al territorio pretendendone l’inclusione all’interno della categoria dei territori considerati “non autonomi” dalla risoluzione 66 (I) e rispetto ai quali, quindi, a norma dell’art. 73, punto e), della Carta, era obbligatorio trasmettere all’Assemblea informazioni periodiche . É il primo interessamento alla questione del Sahara occidentale in seno alle Nazioni Unite.
Intanto, mentre la Spagna tenta di consolidare la sua presenza, soprattutto attraverso uno sfruttamento economico più intenso delle risorse del territorio , si intensifica la lotta di movimenti saharawi di indipendenza .
Il 2 marzo 1956, il Marocco ottiene l’indipendenza; sotto impulso del partito dell’Istiqlal, che elabora la teoria del “grande Marocco” che si estenderebbe dal Mediterraneo fino al fiume Senegal passando per una parte dell’Algeria, il Marocco comincia a reclamare i territori sotto occupazione spagnola e francese . Il Governo marocchino si pronuncia ufficialmente in questo senso davanti alle Nazioni Unite nell’ottobre del 1957, proclamando l’appartenenza al Regno marocchino delle province del Sahara occidentale e di Ifni, e la necessità di procedere al recupero dell’integrità e dell’unità territoriale. La posizione assunta dall’Assemblea generale, a riguardo, è invece manifestata, nel corso del 1964, dalla risoluzione 1514 (XV) e un anno più tardi dalla risoluzione 2072 (XX), con la quale, per la prima volta, essa rivolge alla Spagna la richiesta di “adottare tutti i mezzi necessari per condurre i territori in questione alla liberazione dalla dominazione coloniale”. Dopo aver separato la questione della regione di Ifni, che nel 1968 ritorna al Marocco, da quella del Sahara occidentale, l’Assemblea dedicherà a questo territorio una serie di altre risoluzioni, che a partire dalla 2229 (XXI) del 1966, ribadiranno tutte in termini piuttosto ripetitivi il “diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e la necessaria organizzazione di un referendum popolare sotto gli auspici delle Nazioni Unite, perché questo diritto possa essere concretamente esercitato” .
Rileva ai nostri fini anche l’interessamento che la questione suscita in seno all’Organizzazione per l’unità africana (OUA) a partire dal 1972; l’OUA si limiterà in questa occasione a ribadire le valutazioni fatte dall’ONU sul diritto all’autodeterminazione, e tentare di mantenere il difficile equilibrio tra le potenze della regione coinvolte .


4.2. Il conflitto del Sahara occidentale: le ragioni di interesse

Nel tentativo di condurre un’analisi che metta in rilievo gli aspetti operativi e attuativi della diplomazia preventiva, della quale sinora abbiamo parlato in termini teorici, il conflitto del Sahara occidentale sembra presentare elementi di un certo interesse. Innanzitutto, si tratta di una controversia ancora aperta, il cui rilievo internazionale è indubbio; essa ha rappresentato sin dal 1975, e tuttora rappresenta, una minaccia concreta alla pace ed alla sicurezza, non solo per la regione interessata, ma per l’intera comunità internazionale . Il conflitto in esame assomma in sé contemporaneamente aspetti diversi: è, alla base, una guerra di indipendenza, un processo di decolonizzazione che non è mai stato portato a compimento; è, inoltre, un conflitto scaturito da un’occupazione.
Più specificamente, il lungo corso di questa controversia internazionale, che ha assunto in passato anche i caratteri di conflitto armato, presenta fasi che sembrano riprodurre i diversi stadi rispetto ai quali la diplomazia preventiva interviene in forme differenti. Si è detto infatti, partendo dalla definizione di diplomazia preventiva fornita in ambito ONU dal Segretario generale nell’Agenda per la pace del 1992, come si possa parlare di prevenzione in ogni fase di una controversia, vale a dire come “azione atta a prevenire il sorgere di dispute tra parti contrapposte, evitare che dispute già esistenti degenerino in conflitti e limitare l’inasprirsi di questi ultimi nel caso essi occorrano” . Pertanto, per ciò che concerne più da vicino il conflitto in esame, l’analisi sugli interventi di prevenzione e soluzione apprestati verrà condotta principalmente seguendo un ordine cronologico che tenga conto dell’evoluzione della questione e delle sue fasi: da controversia, costituita da una “pretesa” e da una “contropretesa”, a conflitto armato, fino alla situazione attuale, rispetto alla quale si cerca di prevenire, attraverso la ricerca di una soluzione definitiva, che gli interventi armati possano ricominciare.
Un altro elemento di rilievo consiste nell’intervento, rispetto alla controversia in esame, di attori operanti tanto a livello universale – gli organi delle Nazioni Unite, costantemente impegnati a ricercare un negoziato diretto tra le parti e a tracciare strade percorribili verso l’accordo – tanto a livello regionale – l’Organizzazione per l’unità africana, impegnata sin dal 1979 in un ruolo quasi prioritario rispetto alle Nazioni Unite (a dimostrazione di quel rapporto di sussidiarietà che deve intercorrere tra l’ONU e le organizzazioni internazionali regionali per gli interventi attuati a norma del cap. VI, come sono quelli realizzati nel caso del Sahara occidentale) .
Inoltre, attenzione particolare sarà posta, nell’analisi degli interventi degli organi dell’ONU, al ruolo svolto dai diversi Segretari generali che si sono succeduti in seno alle Nazioni Unite e che hanno apportato alla questione un contributo interessante, pur coi limiti che rileveremo, nello svolgimento delle funzioni di accertamento dei fatti, mediazione, buoni uffici. Il ruolo in qualche modo preminente svolto dal Segretario generale nella gestione della controversia in esame conferma quanto rilevato sul piano teorico, vale a dire l’attitudine specifica di questo organo, in virtù del suo mandato, delle sue competenze e delle sue caratteristiche, nell’ambito della diplomazia preventiva.
Infine, è interessante sottolineare come tutto il corso di questa controversia sia dominato dal ruolo e dalle posizioni assunte di volta in volta degli Stati coinvolti, i cui atteggiamenti hanno spesso impedito la concretizzazione dei diversi piani di pace, a conferma della ridotta forza giuridica che gli interventi di prevenzione e di soluzione pacifica attuati da un terzo possono opporre alle parti cui si rivolgono.


4.3. Il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi ed il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia

Prima di affrontare la questione degli interventi di prevenzione e soluzione del conflitto in esame, attuati dagli attori interessati, sembra opportuno un riferimento preliminare al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione fatto al popolo saharawi, da più parti, nel corso degli anni.
Tale riconoscimento trova la sua collocazione in un contesto più generale di dichiarazioni e manifestazioni della prassi, realizzatesi in ambito ONU, che hanno progressivamente modificato il diritto internazionale vigente in materia . L’attività delle Nazioni Unite a favore dell’indipendenza dei popoli coloniali, attività che è riuscita a produrre effetti di grande rilievo politico e di alto valore morale, è a tutti nota . Sul piano giuridico essa ha determinato l’abrogazione della maggior parte delle disposizioni della Carta relative alla materia e la loro sostituzione con norme consuetudinarie di cui occorre difendere l’applicabilità a quei territori, come il Sahara occidentale, ancora soggetti a dominio straniero. Si può tranquillamente sostenere che la prassi dell’ONU abbia dato vita ad una norma che impegna gli Stati ancora detentori di territori coloniali a non ostacolarne l’indipendenza . Già nel 1960 l’Assemblea generale prese posizione in tal senso, affermando solennemente che dovesse considerarsi come contraria alla Carta la “soggezione di un popolo al giogo straniero” (risoluzione 1514/XV del 14-12-1960, contenente la Dichiarazione sull’indipendenza dei popoli coloniali); quale che fosse il valore di siffatta Dichiarazione all’epoca in cui fu approvata, essa comunque corrisponde oggi alla communis opinio della comunità internazionale ed è avallata dalla consuetudine . Si può, poi, parallelamente ritenere, per quanto riguarda le competenze dell’ONU, che, travolto nella materia il limite del dominio riservato, si sia affermato e consolidato per consuetudine il potere dell’Assemblea di occuparsi delle misure da prendere nei singoli territori non autonomi per assicurare loro l’indipendenza . Né, infine, sembra azzardata l’ipotesi che le risoluzioni con le quali l’Assemblea stabilisce modalità e tempi per la concessione dell’indipendenza a territori non autonomi abbiano, sempre in virtù della consuetudine, forza vincolante .
La prassi che ha dato vita alle norme in materia coloniale si è dichiaratamente ispirata al principio di autodeterminazione dei popoli. Tale principio è menzionato all’art. 1, par. 2, della Carta (e in termini identici all’art. 55), nonché in una serie di risoluzioni e dichiarazioni solenni dell’Assemblea generale tra le quali spicca la Dichiarazione del 1970 sulle relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati . Si può ritenere, soprattutto in relazione alla prassi sviluppatasi in seno all’ONU, che si tratti ormai di un principio generale di diritto consuetudinario. Esso si applica, principalmente, ai territori sottoposti ad un governo straniero, e quindi, oltre a quelli coloniali, anche a quelli conquistati ed occupati con la forza .
Le caratteristiche di territorio sottoposto, prima, a governo coloniale e, poi, ad occupazione straniera sono chiaramente rintracciabili nella questione del Sahara occidentale, rispetto alla quale gli organi delle Nazioni Unite si sono sempre pronunciati nel senso di riconoscere al popolo considerato il diritto all’autodeterminazione . La stessa Corte internazionale di giustizia, nel suo parere consultivo del 16 ottobre del 1975 sul Sahara occidentale ha richiamato tutti i principi di base che regolano la politica di decolonizzazione dell’Assemblea generale.
Il parere della Corte assume un rilievo particolare ai nostri fini, ove, il riconoscimento di tale diritto si pone in contrapposizione alle rivendicazioni storiche fatte su questo territorio da Marocco e Mauritania. Con risoluzione 3292 (XXIX) del 13 dicembre del 1974, l’Assemblea generale, in risposta alle richieste marocchine e mauritane, aveva, infatti, chiesto alla Corte di chiarire due questioni sostanziali: se al momento della colonizzazione spagnola, stabilita nel 1884, il Sahara occidentale (Rio de Oro et Sakiet el Hamra) fosse terra nullius , e – in caso di risposta negativa – quali fossero i legami giuridici tra il territorio considerato e le entità politiche limitrofe, vale a dire l’Impero sceriffiano e l’entità mauritana. La Corte non affrontò le questioni in maniera isolata, ma le collocò all’interno di un quadro integrato, illuminato dai principi espressi nella risoluzione 1514 (XV) del 1960 sulla decolonizzazione e in tutte quelle risoluzioni dell’Assemblea specificamente dedicate al Sahara occidentale dal 1966. Questa scelta della Corte, di trattare la questione alla luce dell’evoluzione della materia, spiega, ad esempio, la posizione della Corte stessa rispetto al concetto di terra nullius. L’interpretazione di questo concetto non è stata tradizionale, ma ispirata dall’evoluzione che nel tempo ha caratterizzato i rapporti tra i popoli della comunità internazionale, evoluzione recepita dal diritto internazionale. La Corte, infatti, ha stabilito che “les territoires habitées par des tribus ou des peuples ayant une organisation sociale e politique” (seppure si tratti di un’organizzazione diversa dalla sovranità statale, propria dell’esperienza occidentale) non sono da considerare terra nullius. Pertanto, essa finì col fornire parere negativo per entrambe le questioni, affermando, per la prima, che il territorio in esame risultava abitato da popolazioni che, seppure nomadi, erano organizzate politicamente e socialmente in tribù, rette da capi rappresentativi. Del resto, proprio questi capi tribali conclusero nel 1884 il Trattato di protettorato con la Spagna, instaurando un rapporto rapidamente evoluto verso la completa dominazione coloniale . Per la seconda questione, la Corte escludeva qualsiasi legame di sovranità territoriale tra il Sahara occidentale, Marocco e Mauritania concludendo di non ravvisare, pertanto, elementi tali da mettere in discussione la decolonizzazione del territorio ed il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi . La Corte affermava, infatti, con fermezza, di non aver constatato “l’existence de liens juridiques de nature à modifier l’application de la résolution 1514 (XV) quant à la décolonisation du Sahara occidental et en particulier l’application du principe d’autodétermination grâce à l’expression libre et authentique de la volonté des populations du territoire” .
Il diritto dei popoli a disporre di se stessi venne riaffermato, quindi, come diritto inalienabile e come norma di jus cogens . La Corte fornì anche una serie di chiarimenti relativi al contenuto del suddetto principio, in risposta alle obiezioni marocchine e maure. Innanzitutto, nel riconoscere il legame tra tale principio e la decolonizzazione, è importante ricordare che, seppure il processo di decolonizzazione possa compiersi anche attraverso l’integrazione della popolazione colonizzata con uno Stato indipendente preesistente , questa annessione richiederebbe comunque una libera manifestazione di volontà della popolazione in esame . Inoltre, questione ancora più rilevante, il limite al principio di autodeterminazione posto dal paragrafo VI della già citata risoluzione 1514 dell’Assemblea – il rispetto dell’unità e dell’integrità territoriale – non sembra rilevare in questo caso, come il Marocco pretenderebbe, vista la negazione fatta dalla Corte di qualsiasi preesistente legame di sovranità tra i due territori .


4.4. Dal parere della Corte internazionale di giustizia all’intervento marocchino: prevenire che la controversia si trasformi in conflitto

L’accettazione non equivoca da parte di Marocco e Mauritania del principio di autodeterminazione del Sahara occidentale era già stata manifestata nel giugno del 1966 . Da quel momento, e fino al 1974, il principio non venne rimesso in discussione; è solo nell’ottobre del 1974 che la posizione dei due Paesi subisce un cambiamento . La delegazione della Mauritania si dichiara disposta ad appoggiare la decisione del Marocco di chiedere all’Assemblea, nel corso della ventinovesima sessione dell’ONU, una risoluzione in suo favore (e anche in virtù di questa richiesta che l’Assemblea si rivolge alla Corte per ottenere il parere consultivo).
Le valutazioni fatte dalla Corte internazionale di giustizia nel suddetto parere non troveranno, però, concreta attuazione nella pratica politica; persa la battaglia giuridica, Rabat decide, infatti, di perseguire la politica del “fatto compiuto”. Il giorno stesso in cui il parere consultivo della Corte viene pubblicato, il 16 ottobre, Hassan II, re del Marocco, annuncia che una massiccia dimostrazione popolare di marocchini non armati avrebbe marciato sul Sahara occidentale il 4 novembre del 1975 per compiere la reintegrazione del territorio al regno marocchino . Il Marocco pretende così di dare soddisfazione concreta e unilaterale alla sua pretesa sul Sahara occidentale.
Si collocano in questo quadro, nell’esigenza di evitare, prevenire, che la controversia degeneri in conflitto armato, le risoluzioni adottate dall’ONU tra il 22 ottobre ed 6 novembre del 1975. La prima risoluzione del Consiglio di sicurezza sul caso del Sahara occidentale si pone, dunque, in risposta alla richiesta spagnola, inoltrata a norma dell’art. 35 della Carta , di convocare una riunione per condannare l’annunciata iniziativa del Governo marocchino , al quale la Spagna si riferisce nei termini di un’“invasione suscettibile di minacciare la pace e la sicurezza internazionale” . Si tratta della risoluzione 377 del 22 ottobre 1975, con la quale il Consiglio si dimostra disposto ad intervenire, ex art. 34 e a norma del cap. VI della Carta, senza pregiudizio per eventuali iniziative intraprese dalle parti sulla base dell’art. 33 e, a riguardo, sollecita l’iniziativa del Segretario generale.
La scelta del Consiglio è quella di sollecitare negoziati diretti tra le parti – che si confermano il mezzo primario e prioritario di prevenzione e soluzione (da qui la previsione che la risoluzione fa del limite dell’art. 33) – intervenendo, in prima istanza, come alcuni commentatori rilevano, con estrema moderazione .
Su richiesta del Consiglio, il 26 ottobre 1975, il Segretario generale dell’ONU, Kurt Waldheim, dopo consultazioni separate con gli Stati interessati, Marocco, Mauritania e Spagna, elabora un progetto di accordo, noto come “piano Waldheim”. Il progetto consta di tre punti essenziali: l’abbandono del territorio da parte della Spagna, l’organizzazione di un’amministrazione internazionale provvisoria e la consultazione della popolazione. Le reazioni alla proposta del Segretario generale sono da più parti negative; Marocco e Mauritania dichiarano di voler affrontare la questione della decolonizzazione attraverso negoziati diretti con la Spagna. In risposta, il Consiglio di sicurezza, con una nuova risoluzione, la 379 del 2 novembre, chiede alle “parti coinvolte di astenersi da qualsiasi azione unilaterale suscettibile di acuire la tensione nella regione” ed al Marocco, in particolare, di richiamare tutti partecipanti alla Marcia (che, noncuranti dell’appello del Consiglio, sono già riuniti a Tarfaya, a nord-ovest della frontiera del Sahara spagnolo) . Anche il tentativo di mediazione condotto dal Segretario generale per regolare la controversia a questo stadio ancora iniziale incontra un limite nella volontà delle parti coinvolte di affrontare la questione senza interferenze esterne.
La risoluzione che, in questa fase, più delle altre affronta la questione della natura e della legittimità della “penetrazione” marocchina nel Sahara occidentale e, conseguentemente, della forma che l’intervento delle Nazioni Unite debba assumere in risposta, è la risoluzione 380, del 6 novembre dello stesso anno. Il dibattito in seno al Consiglio si concentra sulla natura della marcia programmata dal Marocco e vede, prevalentemente, contrapporsi la tesi spagnola, per la quale, pacifica o meno, la marcia si prefigurerebbe come la violazione di una frontiera e la tesi marocchina, secondo la quale non si possa parlare di violazione ove “si transiti all’interno di uno stesso territorio” . Il testo finale della risoluzione, se da una parte, deplora aspramente la realizzazione della marcia verde, intimando al Marocco di sospenderne l’organizzazione, d’altra parte omette di parlare della stessa nei termini di un “atto illecito internazionale” , quale è appunto la violazione di una frontiera straniera ed al quale si sarebbe dovuto reagire a norma del cap. VII ella Carta . Nel dibattito internazionale, sebbene si sia formato consenso quasi unanime attorno alla possibilità di considerare la marcia verde come violazione di una frontiera, il suo carattere “pacifico” ha suscitato qualche perplessità, qualora si sia voluto parlare della stessa in termini di “aggressione”, nel significato che di questo termine fornisce la risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea generale .
La risoluzione 380 è l’ultima adottata dal Consiglio sulla controversia del Sahara occidentale, fino a quando, con risoluzione 621 del 1988, non verrà ripresa la questione del referendum, in un contesto ormai di occupazione e conflitto armato. Il dubbio più frequentemente posto a questo riguardo attiene alla possibilità, che, di fatto, non si è verificata, di intravedere nella prima fase di questa vicenda il dispiegarsi di un uso della forza da parte del Marocco atto ad impedire l’esercizio del diritto all’autodeterminazione; un atto di questo tipo sarebbe stato fronteggiato attraverso contromisure collettive, quelle necessarie nei confronti dello Stato che viola in modo esplicito il diritto all’autodeterminazione di un popolo straniero .
Proprio il 6 novembre del 1975 i partecipanti alla marcia penetrarono per alcuni chilometri nel Sahara occidentale e vi restarono per alcuni giorni .


4.5. Gli anni del conflitto ed i piani di pace: prevenire l’escalation della violenza e cercare una soluzione pacifica della controversia

4.5.1. L’accordo tripartito di Madrid

Il 9 novembre del 1975, il Segretario generale informa il Consiglio di sicurezza che i volontari marocchini penetrati nel Sahara occidentale sono stati richiamati in Marocco, mentre consultazioni ufficiose sono state avviate tra le parti coinvolte. Il risultato dei negoziati diretti tra Marocco, Mauritania e Spagna è una Dichiarazione di principi sul Sahara occidentale – il cosiddetto Accordo tripartito di Madrid, adottato il 14 novembre del 1975 . La soluzione prevista si articola attorno all’organizzazione di un’amministrazione temporanea, avente a soggetti protagonisti il Marocco e la Mauritania in rapporto di collaborazione con la Giama’a (assemblea saharawi con funzioni di rappresentanza) . L’amministrazione così composta avrebbe assunto il 26 novembre del 1976 le competenze appartenenti alla Spagna come potenza amministratrice , incaricandosi, formalmente, di condurre il territorio alla decolonizzazione.
Pretendendo di rappresentare formalmente l’attuazione delle linee d’azione suggerite dal Consiglio di sicurezza e un contributo effettivo alla causa della pace e della sicurezza internazionale, nonché una concreta manifestazione delle previsioni dell’art. 33 della Carta, questa Dichiarazione presenta, in realtà, dubbie caratteristiche di legittimità e legalità internazionali . Il dibattito internazionale sull’argomento si è svolto tra chi qualifica l’accordo come nullo – perché avrebbe violato il principio, ritenuto di jus cogens, di autodeterminazione dei popoli, o quantomeno quello che vieta di disporre dei diritti dei terzi senza il loro consenso – e chi ne riconosce la validità giuridica internazionale – soprattutto alla luce dell’esplicito richiamo che la risoluzione 3458 B (XXX) dell’Assemblea fa all’accordo in esame e per l’iscrizione dello stesso nel Registro dei trattati delle Nazioni Unite (art. 102 della Carta) . Anche a prescindere dalle ipotesi di invalidità e di nullità che sono state avanzate a vario titolo, non si può ammettere che la Spagna abbia potuto trasmettere al Marocco ed alla Mauritania una situazione, quale la sovranità, che non le spettava ; è lo stesso Accordo in questione, oltre tutto, a parlare non di sovranità, ma di semplice “amministrazione”.
Infatti, il 10 dicembre del 1975, l’Assemblea generale si era pronunciata con due risoluzioni, la 3458 A (XXX) e la 3458 B (XXX) , che, seppure piuttosto contraddittorie, coincidono nel riaffermare il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione. Nella prima delle risoluzioni citate, il riferimento è principalmente all’azione che la Spagna, come potenza amministratrice, può compiere per concretizzare il diritto all’autodeterminazione, sotto gli auspici delle Nazioni Unite; nella seconda, invece, si legittima, in qualche modo, l’occupazione del territorio e l’amministrazione temporanea creata dagli Accordi di Madrid, alla quale si affida il compito di condurre la popolazione saharawi all’autodeterminazione. L’approvazione di questa ultima risoluzione, rappresenta per alcuni autori , un’inversione nella posizione dell’Assemblea generale rispetto alla fermezza con la quale si era espressa fino a quel momento sul diritto all’indipendenza del Sahara occidentale (e sulle forma in cui questo diritto avrebbe dovuto essere esercitato), aprendo la strada ad una politica più ambigua. Affermare, da una parte, il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e, dall’altra, affidare alle Potenze che ne hanno rivendicato e occupato il territorio la concreta realizzazione, fu, secondo le posizioni più critiche , l’ammissione implicita che l’Organizzazione non era capace di affrontare il conflitto secondo parametri giuridici.
In questo clima ambiguo, interviene, per esplicita richiesta dell’Assemblea generale, l’Organizzazione per l’Unità africana; è il tentativo di affidare la questione all’organizzazione regionale interessata, alla luce delle previsioni del cap. VIII della Carta.
Gli atti dell’Assemblea generale che rilevano dal ’75 al ’79 sono due risoluzioni del dicembre ’78, la 33/31 A e la 33/31 B, che, per certi aspetti ripropongono la contraddizione precedente, ed, in particolare, la risoluzione 34/37 del novembre 1979. Con questa ultima risoluzione sembra avviarsi la collaborazione tra l’ONU e l’OUA e chiarirsi la posizione sul conflitto delle due organizzazioni, che “deplorano profondamente” l’occupazione; inoltre, l’Assemblea generale prende nota dell’Accordo di pace adottato ad Algeri il 10 agosto 1979, tra Mauritania, che esce così dal conflitto abbandonando il territorio occupato, e Fronte Polisario, riconosciuto, per la prima volta, come ufficiale “rappresentante del popolo Saharawi” . Questa risoluzione servirà da modello per quelle successive che, in forma quasi ripetitiva, l’Assemblea generale andrà approvando di anno in anno, mentre sarà l’OUA, il soggetto principale al quale verrà affidata l’iniziativa del processo di decolonizzazione del territorio .
A questo punto, al fine di realizzare un’analisi parallela degli interventi preventivi e risolutivi messi in atto in ambito ONU in questa seconda fase del conflitto, per sfuggire al rischio di una trattazione eccessivamente vincolata allo sviluppo cronologico della questione, procederemo prestando attenzione soprattutto al ruolo svolto dal Segretario generale, che, a conferma di quanto affermato a livello teorico, ha svolto una funzione determinante in tutto il processo.


4.5.2. Il contributo di Perez De Cuellar: il piano di pace

Alcuni autori rintracciano già nella fase appena descritta una prova di incapacità delle Nazioni Unite, dimostrata, tanto, nel prevenire l’occupazione marocchina, quanto, nell’inadeguatezza della reazione assunta di fronte alla stessa occupazione . Di fronte ad una situazione di conflitto armato, come è quella che si prospetta nel Sahara occidentale a questo punto, gli interventi di prevenzione attuabili restano quelli atti ad evitare l’escalation delle ostilità, mentre l’iniziativa centrale da condurre è quella tesa a proporre alle parti una via effettivamente percorribile per porre fine alla controversia che sta alla base del conflitto. É in virtù di questa consapevolezza che gli sforzi congiunti dell’ONU, in particolare del Segretario generale, e dell’OUA, dal 1985 in poi, dopo dieci anni di relativo silenzio e del perpetuarsi di occupazione e scontri armati, si concentrano sulla questione del referendum, indicato, già nel 1974, come lo strumento giuridicamente più valido per consentire al popolo saharawi di esercitare il suo diritto all’autodeterminazione .
La risoluzione con cui il Consiglio ripropone la sua attenzione sulla questione del Sahara occidentale è la risoluzione 621 del 1988, sollecitata dalla manifestazione di volontà del Regno marocchino di rendersi disponibile all'organizzazione del referendum e con la quale, per la prima volta, il Consiglio di sicurezza autorizza il Segretario generale alla nomina di un rappresentante speciale , assistito da un “gruppo di appoggio”, con “responsabilità unica ed esclusiva su tutte le questioni relative al referendum, alla sua organizzazione ed alla sua realizzazione” . La stessa risoluzione incarica il Segretario generale di elaborare un rapporto “sulla celebrazione del referendum di autodeterminazione del popolo saharawi e sugli strumenti necessari per assicurare l’organizzazione e la supervisione del medesimo da parte delle Nazioni Unite, in cooperazione con l’OUA”. Esiste, quindi, anche se ancora in fase iniziale, la coscienza e la necessità da parte del Consiglio di creare un organismo capace di portare a compimento il referendum sull’autodeterminazione e quella di servirsi del Segretario generale e dei suoi rappresentanti, a norma dell’art. 98 della Carta, per realizzare interventi di prevenzione e soluzione.
Il documento decisivo per la creazione della Missione delle Nazioni Unite per il referendum di autodeterminazione (MINURSO) è il progetto elaborato, un paio di anni più tardi, dal Segretario generale, Javier Perez de Cuellar, e approvato dal Consiglio di sicurezza il 27 giugno 1990. Gli aspetti fondanti del suddetto progetto, che resteranno pressoché una costante dei piani successivi, prevedono: la possibilità per il popolo saharawi di scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione al Marocco; l’utilizzo, come base delle liste elettorali, del censimento realizzato dalle autorità spagnole, arricchito da un “aggiornamento demografico” (questa espressione sarà oggetto di diverse controversie interpretative nel corso degli anni) ; la riduzione delle truppe marocchine e saharawi presenti nella regione; lo stabilimento di forze ONU incaricate di mantenere l’ordine e la nomina di un rappresentante speciale del Segretario generale , responsabile di tutte le questioni relative al referendum (assistito, in questo compito, dalla MINURSO) . Rileva anche il piano di applicazione elaborato dal Segretario generale, che conferma i principali aspetti del piano di regolamento aggiungendo nuove importanti competenze delle Nazioni Unite nella gestione del processo e chiarisce il rapporto intercorrente tra il Segretario stesso, incaricato di indicare i termini di regolamento, ed il rappresentante speciale, incaricato, invece, della loro applicazione .
Per ciò che concerne le funzioni della MINURSO, il Segretario generale classifica le stesse in tre categorie, attribuite a tre diverse unità: a) l’unità civile, composta principalmente di funzionari delle Nazioni Unite e incaricata delle attività amministrative e di quelle relative ai rifugiati; b) l’unità di sicurezza, incaricata di sorvegliare il rispetto dell’ordine e della legalità nelle attività di iscrizione dei votanti e le azioni di forza della polizia locale per impedire qualsiasi possibilità di intimidazione ed ingerenza nello svolgimento dell’attività referendaria; c) l’unità militare, incaricata principalmente di vegliare sul rispetto del cessate il fuoco. La realizzazione di questa missione ONU sarà approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza il 29 aprile del 1991, con risoluzione 690; in conformità con il mandato esplicito di tale risoluzione, tale Missione può essere inclusa tra le operazioni di mantenimento della pace , considerato, soprattutto, il necessario previo consenso delle parti del conflitto, per il suo effettivo stabilimento .
Il 6 settembre del 1991, il cessate il fuoco, condizione indispensabile perché la missione possa entrare in azione, entra in vigore ; da allora sarà fondamentalmente rispettato. É un successo rilevante dell’azione delle Nazioni Unite, riuscite quantomeno nell’azione di prevenzione dell’escalation della violenza ed in quella di creazione delle premesse indispensabili al perseguimento di un regolamento pacifico della controversia, al quale si aggiunge l’utilità, riconosciuta all’unanimità, dell’azione della MINURSO che ha “contribuito considerevolmente alla pacificazione della situazione” . Eppure, nonostante il merito riconosciuto a Perez de Cuellar di aver imposto il cessate il fuoco e avviato un progetto concreto di regolamento pacifico, alcune delle iniziative intraprese nel corso del suo mandato sono state, da più parti, oggetto di critiche, soprattutto quelle proposte senza aver ricevuto il consenso di entrambe le parti coinvolte, nel caso specifico quello del Fronte Polisario .
É soprattutto la questione dell’identificazione del corpo elettorale al centro delle critiche e quella che, più delle altre, condurrà il dialogo avviato tra le parti a vivere la situazione di stallo che ancora lo caratterizza .


4.5.3. Il contributo di Boutros Ghali: verso lo smantellamento della MINURSO

Sebbene la nomina alla carica di Segretario generale delle Nazioni Unite di Boutros Ghali avesse suscitato nuove speranze rispetto alla possibilità che il processo uscisse dalla fase di impasse nella quale era entrato, di fatto la politica del nuovo Segretario generale non apporterà modifiche sostanziali rispetto a quella dei suoi predecessori. I suoi rapporti insisteranno sulle grandi difficoltà esistenti nel perseguimento del processo di pace, fino alla proposta di ridurre progressivamente le operazioni della MINURSO .
Le prime proposte del Segretario generale concernono l’esigenza di “garantire il rispetto reciproco dei diritti e delle libertà politiche, economiche, sociali e di altro tipo, indipendentemente dal risultato raggiunto dal referendum”, al fine di ridurre quantomeno la diffidenza e la distanza tra le parti . Nel gennaio 1993, il Segretario generale, suggerisce, invece, tre possibili opzioni di risoluzione del conflitto: a) la continuazione e l’intensificazione delle consultazioni; b) l’applicazione immediata del piano di regolamento, potenzialmente attuabile anche senza la cooperazione di una delle parti; c) una rielaborazione del piano di risoluzione. D’altra parte, il progetto considerava anche gli aspetti militari della MINURSO segnalando che il suo mandato finiva con limitarsi, finché non fosse entrato in vigore il periodo di transizione in preparazione al referendum, alla verifica che il cessate il fuoco del settembre del 1991 fosse rispettato . A questa posizione il Consiglio di sicurezza rispondeva con la risoluzione 809 (1993), con la quale segnalava la sua preoccupazione per l’atteggiamento di chiusura e divergenza assunto dalle parti nella scelta dei criteri di individuazione del corpo elettorale e si rivolgeva al Segretario generale perché esprimesse suggerimenti sull’attività svolta dalla MINURSO.
Nel giugno del 1993, si produce un cambiamento nell’atteggiamento del Fronte Polisario rispetto al piano che era stato prospettato da Perez de Cuellar: il movimento di liberazione saharawi decide di accettare i criteri elettorali precedentemente stabiliti , facilitando così l’incontro tra il rappresentante del Fronte Polisario ed il Governo marocchino, avvenuto ad El Ayun tra il 17 e il 19 luglio del 1993. Questo incontro non si rivelò eccessivamente proficuo in termini di intesa definitiva, ma rappresentò il punto di partenza per una pratica gradualmente più intensa di incontri diretti tra i rappresentanti di ambo le parti. In questo nuovo contesto si colloca l’annuncio dell’avvio dei lavori della Commissione di identificazione .
Risale allo stesso periodo la “proposta di compromesso” rimessa alle parti da Boutros Ghali. La proposta, che recepisce piuttosto fedelmente le proposte marocchine quanto ai criteri di individuazione del corpo elettorale, è accettata senza riserve dal Marocco e in maniera condizionata dal Fronte Polisario; il mancato accoglimento delle condizioni poste dal Fronte Polisario, avrebbe determinato un incremento del corpo elettorale di circa 60.000 persone, appartenenti alle famiglie di cittadini marocchini che si trovavano sul territorio nel momento in cui si svolgeva il censimento, pur non essendo Saharawi. Il mancato accoglimento delle condizione poste dal Fronte Polisario determinerà la paralisi del processo di pace così avviato . Questa interruzione si prolungherà fino alla fine del mandato di Boutros Ghali.
Il resto dell’attività svolta dal Segretario generale da questo momento in poi sarà tutta, o quasi, rivolta a suggerire lo smantellamento progressivo della MINURSO e la sospensione del processo di iscrizione ed identificazione del corpo elettorale, constatata l’impossibilità di trovare un accordo tra le parti (nella nota del 10 marzo del 1994, con la quale il Segretario generale esprime questa posizione è prevista anche un’opzione che sarà ampiamente criticata , vale a dire la possibilità di procedere “indipendentemente dalla cooperazione di una delle due parti”) . Mentre il Consiglio di sicurezza continua a pronunciarsi a favore di “un referendum libero, regolare ed imparziale” per l’autodeterminazione del territorio, il mandato della MINURSO viene prorogato di risoluzione in risoluzione , data la particolare rilevanza riconosciuta al ruolo che, soprattutto il personale civile della missione, può svolgere nel periodo transitorio per “prevenire qualsiasi possibilità di intimidazione o interferenza” rispetto ai responsabili delle commissioni di identificazione.
Eppure, nonostante la fiducia riposta nel lavoro svolto dalla MINURSO, in una nuova nota del Segretario generale dell’8 maggio del 1996 si fa menzione nuovamente alla mancata disponibilità delle parti che non consente di portare a conclusione il processo di identificazione, che pertanto viene sospeso. Il Consiglio di sicurezza approva il 29 maggio del 1996 una risoluzione ricalcata sulla raccomandazione fatta in maggio dal Segretario generale; gli effettivi del personale militare della MINURSO sono ridotti del 20 %, mentre la missione viene comunque prorogata ed il Consiglio si dichiara disponibile ad appoggiare la ripresa del processo d’identificazione degli elettori qualora le parti manifestino “la volontà politica, la cooperazione e la saggezza necessarie” .
Anche gli avvenimenti sinora descritti testimoniano la centralità del ruolo svolto dalle parti coinvolte, il cui consenso è imprescindibile per l’attuazione di qualsiasi intervento, seppure strumentale rispetto al piano di regolamento già approvato; d’altra parte le violazioni del cessate il fuoco seguite immediatamente alla riduzione del personale ONU nella regione , testimoniano l’attività di prevenzione, soprattutto relativamente a possibili violazioni dei diritti delle popolazioni coinvolte, che è capace di svolgere anche una missione di mantenimento della pace .


4.5.4. Il contributo di Kofi Annan e “il metodo Baker”: l’applicazione del piano di pace

La nomina di Kofi Annan a Segretario generale delle Nazioni Unite, fornisce effettivamente nuovo impulso al processo. Nel rapporto del 27 febbraio 1997, il Segretario generale pone tre grandi questioni relative al raggiungimento della soluzione, sino ad allora prospettata, del conflitto del Sahara occidentale: il Segretario generale si chiede se sia possibile portare a compimento il piano di regolamento nella sua forma attuale, se esistano condizioni di regolamento che possano soddisfare entrambe le parti e rendere il progetto attuabile ed, infine, se siano pensabili altri strumenti con i quali la comunità internazionale possa condurre le parti verso la soluzione del conflitto che le coinvolge . In risposta al secondo interrogativo, egli popone l’apertura di una negoziazione che avrebbe potuto accompagnare in parallelo il referendum ed il piano di pace precedentemente elaborato in ambito ONU. Col suo secondo rapporto Kofi Annan modifica l’atteggiamento assunto sino ad allora dalle Nazioni Unite, prevedendo la creazione, accanto a quella del rappresentante speciale, di una nuova figura, quella dell’inviato speciale del Segretario generale per il Sahara occidentale, che avrebbe rivestito un peso rilevante nell’andamento del processo, assumendo le delicate funzioni di valutazione del piano ed elaborazione di strumenti alternativi. L’incarico fu attribuito, non a caso, a l’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, James Baker, già protagonista di altre riuscite negoziazioni. Il Segretario generale proponeva, nello stesso rapporto, una proroga del mandato della MINURSO, seppure nelle condizioni precedentemente stabilite. Le risoluzioni 1108 (maggio 1997) e 1131 (settembre 1997) del Consiglio di sicurezza confermano le suddette proposte .
La missione attribuita a James Baker consiste nel riesaminare la situazione, in consultazione con la parti, per valutare l’applicabilità del piano di regolamento; esaminare la possibilità di apportare delle modifiche accettabili per ambo le parti che possano accrescere la possibilità di un’attuazione più rapida del processo; ed, infine, nel caso di fallimento, suggerire altre procedure possibili. Il metodo utilizzato da Baker nel perseguimento di questi obiettivi, battezzato “metodo Baker” appunto, consiste nell’intrattenere conversazioni separate con le parti per convincerle, infine, ad accettare incontri diretti, durante i quali egli svolge le funzioni proprie di un mediatore, suggerendo termini di merito e regolamento, pur non disponendo del potere di imporre le proprie decisioni né di opporsi alla volontà manifestata dalle parti . I primi incontri indiretti hanno luogo a Londra, tra l’11 e il 12 giugno 1997; Baker incontrerà in conversazioni private le delegazioni marocchina, saharawi, algerina e quella della Mauritania . Le prime negoziazioni dirette hanno luogo a Lisbona il 23 e il 24 giugno del 1997. Il risultato ottenuto è positivo; l’accordo è raggiunto su alcune questioni concrete legate al processo di identificazione. Al nuovo incontro di Londra del 19 e 20 luglio del 1997 le parti convengono nella decisione di non presentare in fase di registrazione del corpo elettorale nessun rappresentante delle tribù contestate (H41, H61 e J51/52) eccetto gli individui già registrati nel censimento spagnolo del 1974 ed i membri diretti delle loro famiglie; è firmato, inoltre, anche un compromesso relativo ai rifugiati ed al ritiro delle truppe marocchine dal territorio. Questi accordi saranno completati a Lisbona il 29 agosto 1997: sono precisate le modalità di ritiro delle truppe della Forza armata reale (F.A.R.) e delle forze armate del Fronte Polisario, mentre viene firmato, in aggiunta, un accordo sui prigionieri di guerra ed i detenuti politici .
L’ultima fase delle suddette negoziazioni si tiene a Houston dal 14 al 16 settembre 1997. Gli sforzi sostenuti da James Baker e la sua capacità di mediazione conducono le parti ad accordarsi sulle condizioni di voto e su un codice di condotta “onesto”, sottoposto ad attenta e costante supervisione delle Nazioni Unite.
Il contenuto dell’Accordo di Houston, riportato nel rapporto 742 del 24 settembre 1997 del Segretario generale, consta degli aspetti seguenti: le due parti riconoscono l’autorità delle Nazioni Unite durante il periodo transitorio necessario all’organizzazione del referendum (questo periodo è compreso tra la fine dell’identificazione dei votanti ed il giorno del voto); il codice di condotta stabilito per la campagna referendaria consiste nella garanzia di un processo elettorale trasparente , accesso equo ai mezzi di informazione, libertà di espressione e di movimento; ritiro delle rispettive truppe militari; accordo sulla liberazione dei prigionieri di guerra, sui detenuti politici e sul rimpatrio dei rifugiati da Tindouf. Per l’identificazione dei votanti, il Marocco rinuncia a presentare una domanda collettiva, consentendo che i membri delle tribù contestate si presentino individualmente alle commissioni di identificazione, mentre il Fronte Polisario accetta le testimonianze orali davanti alla Commissione .
Se si può attribuire la paralisi del processo nel 1995-1996 al Fronte Polisario che rifiuta di esaminare il caso delle tribù contestate, a partire dal 1998 è in maniera evidente la parte marocchina che rallenta il processo, cercando di violare gli Accordi di Houston per la parte relativa al trattamento delle tribù contestate . É una nuova dimostrazione della centralità rivestita dalle parti della controversia, alle quali è lasciato il potere di impedire l’applicazione di un progetto a sua volta oggetto di previo accordo .
Davanti all’impasse provocato dalle richieste marocchine, Kofi Annan decide di rivolgere un nuovo appello a James Baker, con il rapporto 775 del 18 agosto 1998. Un comunicato del 2