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Viaggio nella capitale della libertà " El Layon" per incontrare i Sahrawi rimasti prigionieri dall'invasione dell'esercito Marocchino nel lontano 1975.

 Dal diario di viaggio  “ Gennaio 2000, Destinazione El Ayun

 ( Sahara Occidentale-Oceano Atlantico”

Testo di Umberto Romano 

Foto di Giorgio Fornoni 

( Sahara Occidentale-Oceano Atlantico)  

Rabat 17 Gennaio 2000, ore 19,00:

“C’è la Cervesa ( birra) ? “ chiede Fornoni

“ No niente alcol, è vietato, la trovate al bar dell’albergo di fronte.”

E’ uno degli alberghi della catena IBIS Moussafir, sono presenti in tutte le città importanti, ubicati nei pressi delle stazioni ferroviarie. E’ li che dormiamo quella notte, verifichiamo subito che dalle 20,00 in poi inizia il peregrinare di persone benestanti, quasi tutti uomini che vengono a bere birra ed alcolici, sorrido pensando al periodo del proibizionismo in America. Anche allora era vietato ma non per tutti, solo che da allora ad oggi è passato mezzo secolo.

Nell’attesa, del giorno dopo, che con il volo Casablanca-El Ayun, si arriverà a destinazione, il pomeriggio decidiamo di fare una corsa a Casablanca per salutare alcuni cittadini marocchini, amici “ vu cumprà” che lavorano in Italia. Dopo un ora di viaggio in treno, da Rabat a Casablanca arriviamo in stazione. All’arrivo il mio amico Brasil, soprannome italiano, è lì ad aspettarci sorridente. Dall'interno dell’auto , le prime immagini che scorrono davanti ai nostri oc­chi, sono le scritte delle insegne e delle indicazioni stradali  bilingue, arabo e francese, particolare che colpisce subito chi arriva per la prima volta in questi posti. Sono le ultime tracce  del periodo del colonialismo francese, e dei legami che questo paese, e non solo questo, ha ancora con la Francia.

“ Il regno è nudo

a che serve altra terra,

 se quella che abbiamo non è lavorata.

 A che servono altri sudditi

 se quelli che hai  vanno via” .

19 Gennaio,  Aeroporto di El Ayun

El Ayun è la capitale della RASD la Repubblica Araba Sahrawi Democratica, o capoluogo della Regione marocchina , dove vi è la più alta concentrazione del popolo Sahrawi, rimasto prigioniero nei territori occupati, circa 15.000 abitanti su 40.000. Situata a 600 Km. a sud di Agadir , posta sulle rive dell’ Oceano Atlantico da un lato, per il resto è circondata dal deserto.

In questo luogo, 25 anni prima aveva inizio la tragedia del popolo Sahrawi…  

La tragedia di un Popolo in esilio. La lotta del popolo sahrawi per l' autodeterminazione

Il Sahara Occidentale, già colonia spagnola, è l' ultima colonia africana ancora in attesa della sua indipendenza. Dal 1973 il Fronte POLISARIO combatte per l' indipendenza. Nel 1975 il Marocco e la Mauritania invasero il territorio. La maggior parte della popolazione fuggì in Algeria dove, da allora, vive nei campi profughi. Nel 1976 il Fronte POLISARIO ha proclamato la RASD, Repubblica Araba Sahrawi Democratica. Nel 1991, dopo 18 anni di guerra, il Consiglio di Sicurezza. dell' ONU ha approvato il Piano di Pace. Dal 6 settembre 1996 la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, MINURSO, ha sorvegliato il rispetto del cessate il fuoco e ha organizzato il referendum di autodeterminazione.

Il 6 ottobre , il re del Marocco  dà il benestare " alla  marcia verde ". 350.000 marocchini  avanzano verso il Sahara occidentale con l' obiettivo di conquista del territorio.

Il 31 Ottobre 1975. Inizio dell' invasione marocchina nella zona orientale dei Sahara occidentale. L' esercito dei Sahrawi  affronta 25.000 soldati marocchini. La Spagna si  ritira da  EL Aiun, Smara e Dahla

Il 2 Novembre, Madrid  riafferma il relativo supporto all'autodeterminazione della gente  Sahrawi,  ripetendo  la relativa compiacenza  a rispettare i relativi impegni internazionali.

Alla fine del 1975 il POLISARIO era sul punto di guadagnare la indipendenza dalla Spagna. Allora, con delle trattative segrete, la Spagna  firma un accordo clandestino con il Marocco e la Mauritania. I tre paesi decidono di spaccare il territorio del Sahara occidentale fra il Marocco e la Mauritania, invece dell' assegnazione per l'indipendenza ai Sahrawi, come promesso. Questa annessione illegale del Sahara occidentale avveniva il 1975, epoca in cui inizia la guerra  contro il Marocco e la Mauritania. Decine di migliaia di Sahrawi lasciarono le loro sedi del Sahara occidentale, mentre il Marocco  buttava bombe al  naplan, di provenienza americana, sui civili .L'aggressione investì sia i paesi del nord che del sud facendo fuggire i Sahrawi nella zona  est, in Algeria. Là, gli è stato dato asilo politico ed hanno cominciato a sviluppare gli accampamenti,  rifugiandosi in una zona del deserto algerino considerato inospitale..

Nei territori occupati.

All’arrivo  in aeroporto, la polizia ci trattiene per alcuni minuti i passaporti, vuole sapere il motivo della nostra presenza in città, è raro qui che arrivano  turisti, e questo li rende sospettosi.

  Fuori dall’area di volo, troviamo ad aspettarci Moutik, fratello dell’altro Sahrawi di Rabat. L’uomo piccolo di statura, ci riconosce subito, specialmente Giorgio, la sua figura è fuori dal normale con i suoi capelli lunghi che gli accarezzano le spalle.

Guardando fuori dal finestrino del taxi, che ci conduce all’albergo, mi colpiscono due colori: il marrone ingiallito  delle case ed il verde delle divise dei militari. E’ peggio di quanto mi aspettassi. Questa luogo è  presidiato dalla polizia e dai soldati, se ne vedono in tutti gli angoli delle strade. 

Nel mentre l’auto continua ad avanzare in direzione della città, il paesaggio cambia ed alle decine di baraccopoli ubicate tra l’aeroporto e la città, si alterna il deserto di pietra e le dune di sabbia fine ,  s’intravede a tratti  l’azzurro delle acque dell’Oceano distante circa 10 chilometri. Gli abitanti, ospitano le migliaia di famiglie di marocchini fatti venire dal nord del Marocco,  per essere censiti come aventi diritto alle votazioni del Referendum di autodeterminazione. Pare, dalle ultime notizie che su cinquantamila, la Minurso ne ha accettato, qualche migliaia. La gente, adesso è arrabbiata con le autorità che aveva promesso loro lavoro e terra.

La porta d’ingresso, tipica ad arco di trionfo, c’introduce nella città. Sulla sinistra impera un edificio sfarzoso circondato da centinaia di palme, è la residenza del governatore di El Ayun, sembra un castello. Di fronte, dall’altro lato della strada, c’è un immensa piazza, di architettura notevole, abitata da palmeti e colorate tende. Che la sera viene illuminata da centinaia di lampioni. Naturalmente appena si entra nella città, ci si rende conto che quanto visto prima è un miraggio nel desolato deserto di questa città, abitata da qualche centinaio di funzionari dell’ONU “ MINURSO”, Sahrawi, divisi tra quelli filomarocchini, e quelli che combattono ogni giorno per la libertà della loro terra, il resto della popolazione sono i marocchini della “marcia verde” o “marcia nera” è così che la chiamano i sahrawi. Tutti  gli altri sono  militari e poliziotti.

Siamo arrivati, mi rendo conto che sarà dura la nostra permanenza in questo posto, passare inosservati per visitare i luoghi ed incontrare i rappresentanti degli eroici sahrawi, rimasti da quest’altra parte del muro.

Incontro con i sahrawi, cittadini marocchini…, in attesa del referendum di autodeterminazione.

A sera inoltrata, siamo seduti sui tappeti  a casa del nostro amico, in circolo, e mentre inizia il rito del te sahrawi, uno alla volta i presenti raccontano di loro, della loro vita passata e futura. Non ha importanza come si chiamano, alcuni di loro sono quelli già noti nei rapporti di Amministy International , che io esibisco. Qui di seguito riportati, insieme ad altre notizie, avute in aprile nel mio viaggio a Tindouf:

 - Novembre 1995, alcune dozzine di Sahrawi furono arrestati e torturati nel carcere segreto dalla polizia “Intervento Mobile” Co HQ ( PC CMI) in El Ayoun. Tra questi vi erano:

1. Fatma Zaar

2. Mohamed Hamdi

3. Gleimina Tayeb Yazid

4. Alamine Abdelkader Daagj

5. Bamba Mohamed Gay

6. Mohamed Salam Abdelhay

7. Mokhtar Jnah

8. Bachir Atman L'Hossein Lekhfaoui

9. Mohamed Fadel Boussoula

10. Brahim Sbaa

11. Bachir Ali Saleh Abbat

12. Sid Ahmed Fal

13. Abdellah Moulay Ahmed Chichiou

14. Boujemaa Kadar

Alcuni di loro erano già stati per diversi anni nelle prigioni segrete; tra questi Kalaat M’Gouna, Agdaz or Skoura.

         -A seguito delle dimostrazioni del febbraio 1999 a sostegno dell' indipendenza del Sahara  in Lemseyed, una città del Sahara Occidentale, 20 Sahrawis sono stati arrestati. Otto hanno avuto una sentenza di condanna a due anni e dodici sono stati  condannati a tre mesi di carcere ed un ammenda da pagare.

     Sono stati accusati di incendio doloso, distruzione delle costruzioni pubbliche, rottura della tregua di pace e di partecipare a dimostrazioni non autorizzate. Durante lo svolgimento del processo   i prigionieri hanno mostrato i segni di tortura, compreso i contrassegni della corda sui loro piedi e le ustioni di sigaretta. L’accusa ha  sostenuto che la tortura era stata usata per insegnare loro la buona educazione.  La difesa ha chiesto un esame medico indipendente, ma questo è stato rifiutato…

Dopo aver guardato gli appunti uno dei Sahrawi presenti mi dice:

“ Uno degli arrestati del 95, riportato nell’elenco, sono io, adesso sono in libertà vigilata, non ho lavoro, in prigione mi hanno torturato, mi hanno anche vietato di avere rapporti con la mia famiglia. Ogni tanto mi scriveva qualcuno, le lettere erano aperte prima dalla polizia, sono stato in quattro carceri diversi: Casablanca, Meknes, Rabat e quello più duro di Kenitra”

  L’uomo, sui cinquant’anni, non sorride mai, ha il viso segnato dalla sofferenza m’indica sull’elenco il suo nome si chiama : Bachir Ali Saleh Abbat.

Un altro di loro Mohammed, mi racconta che lui è stato in galera dal 1977 al 1982, allora aveva 22 anni e mentre stava manifestando insieme ad altri studenti sahrawi nella città di Agadir, a sostegno della loro causa, fu arrestato e portato in prigione per dieci giorni  ad Agadir. Dopo per altri cinque anni nella prigione segreta di Casablanca. Adesso lavora alla Telecom marocchina, i colleghi di lavoro lo chiamano, con disprezzo: “ Mercenario assoldato dal fronte del Polisario”. Tra i presenti Mohammed è quello che ha più grinta, e molta rabbia che gli viene fuori ogni volta che racconta dei momenti vissuti in carcere.

 Nell’attesa, che arrivi l’ultimo sahrawi della serata, gli rivolgo alcune domande:

 “ Se non vincete il referendum cosa fate?”

“ Non è possibile, vorrà dire che c’è stato qualche imbroglio, e ripiglieremo la nostra  lotta”

“ E se perdono i marocchini cosa faranno?”

“ Non andranno via. Se vogliono, possono restare sotto il nostro governo”

“ Com’è il rapporto tra voi e i marocchini ?”

“ Sono razzisti, nessuno di noi lavora nei posti pubblici, per non farci avere contatti con gli stranieri. Siamo considerati cittadini di serie ‘b’. Non è giusto, se nel mondo esiste la democrazia ci devono dare l’indipendenza”

 Intanto che si discute, entra l’ultimo sahrawi di quella sera. Lo guardo con particolare attenzione, mi sembra di conoscerlo, o quanto meno assomiglia in modo sorprendente a qualcuno che ho gia visto. Guardo sorridendo con sguardo incuriosito Mohammed.

“ Sai chi è ? E’ il fratello di Abdel Aziz il nostro presidente” dice Mohammed. Mi alzo abbracciandolo, sussurrandogli: “Salam Alecum”. L’uomo mi dà il benvenuto battendomi la mano sulle spalle, in segno di affetto.

 

  Abdi, è il nome dell’uomo, non vede il fratello dal 1973.

“Non mi sono allontanato mai da qui”  risponde in arabo, anche lui come il fratello parla solo in arabo, sostengono che ognuno deve parlare la propria lingua. E’ laureato in Legge, e combatte ogni giorno con l’autorità giudiziaria per difendere i diritti umani della sua gente.

Quasi nessuno di loro ha il passaporto, ne hanno fatto richiesta, e non gli è stato mai dato.

Ci raccontano, inoltre, che negli anni, molti sahrawi, quelli più disperati sono scappati via clandestinamente, verso Las Palmas. La polizia non li ostacola, anzi ne favorisce la fuga. “ Un altro sporco sahrawi in meno”, diranno dopo le autorità Marocchine.

In giro per una città presidiata dall'esercito,

 polizia e…personale dell'ONU

La mattina del giorno dopo. Sono le sei del mattino è l’alba, è la voce del megafono della moschea vicina all'albergo, inneg­giante ad Allah: "Allahu akbar", a svegliarmi, ogni volta mi procura un brivido lungo la schiena.

Con la guida, che è un gran chiacchierone, decidiamo di trascorrere la giornata da turisti, andando a fare un escursione prima nel deserto, poi sulla spiaggia ed infine al porto.

L’aria nel deserto è fresca, anche se il sole brucia. Mi fascio la testa, con il turbante verde, acquistato anni prima a Tindouf, alla maniera sahrawi.

“Dove l’hai comprato, di quel colore qui non se ne trovano, è molto usato dai militari sahrawi. Conosci i sahrawi, il fronte del Polisario?. Qui c’è ne sono molti. Tra poco si farà il referendum. Io sono uno di loro.” Il giovane di nome Embarghe, aveva fatto una di seguito all’altra una serie di domande e risposte. Ricordo le parole di Moutik della sera prima: “State attenti con chi parlate, se qualcuno vi dice di essere amico o sostenitore del Fronte del Polisario, non vi fidate. Uno di noi non dice agli stranieri di appartenere al Polisario. Anche se dichiarano di essere Sahrawi, possono essere filo marocchini”. Non dissi al giovane tutta la verità. Il turbante l’avevo comprato in Italia, e conoscevo la storia dei sahrawi, perché in Italia se ne parla.

  Le dune sono molto soffice, di sabbia molto fine di colore rosso mattone, arrivano a baciare le acque dell’Oceano. Il lungomare della playa della città è in fase di costruzione, ciò che colpisce tra le poche case è l’imponente villa del Governatore di El Layon,  la residenza a mare. Vi è un altro grande edificio, circondato da mura,  è un presidio militare che vigila sulla salute del Governatore.

“ Qui di fronte ci sono le Isole delle Canarie, ci sono tanti turisti, io non ci sono mai stato, mi hanno detto che è molto bello. A Las Palmas c’è la nostra sabbia, la comprano da noi e viene trasportata con le navi. Quando saremo liberi organizzerò un’agenzia di viaggi, ed aprirò un ufficio a Las Palmas ed un altro in Italia”.

Al porto di El Layon c’è molto traffico,  camion che trasportano il pesce pescato. Finalmente ero di fronte ad uno dei motivi che avevano generato il conflitto tra il Marocco ed il Polisario: il pesce. Questo è uno dei luoghi più pescosi del mondo. Secondo le statistiche, il 60% della produzione di pesce del Marocco proviene da questo post, oltre alla vendita delle concessioni ai paesi esteri tra cui Spagna, Corea, Russia. Nel porto c’è una fabbrica per la lavorazione del pesce,  dove si produce sardine in scatola, mangime per i polli e burro, con un gettito, solo in questo luogo, di circa 100 miliardi all’anno. Occupa 400 dipendenti per otto mesi all’anno a ciclo completo.

Più in là c’è lo stabilimento industriale della lavorazione dei fosfati del Boo-Cra. Il grezzo viene trasportato da un nastro trasportatore per 100 chilometri, fino ad arrivare al mare, qui viene lavorato e poi imbarcato sulle navi. Questo è l’altro motivo del conflitto. Le cifre non sono stimabili.

Sulla via del ritorno alcuni chilometri prima dell’ ingresso alla città c’è un impianto di desalinizzazione, costruito dai tedeschi. Il problema della scarsità d’acqua potabile qui è  serio.

“ Perché non sei ancora sposato?” chiediamo al giovane, mentre stiamo per giungere in città.

“ Non voglio sposarmi, se prima non si farà il referendum, ho paura di quello che potrà succedere dopo i risultati, avete visto cosa è successo a Timor-Est, qui in un modo o nell’altro succederà qualcosa, e può darsi che decida di andare via”.

Quel giorno, aspettiamo il tramonto, per poter fare delle riprese. .

E’ una delle cose più belle da guardare nel deserto, nei pressi della periferia della città. Sulla valle del “Rio secco” impera un nuovo edificio, sembra un castello, è il palazzo di giustizia, fa contrasto con le decine di edifici adagiati nella valle sono simili a tanti bunker, sono abitati dai militari.

Un'altra sera insieme  per parlare di diritti negati e violenze

  La sera siamo di nuovo da Moutik, notiamo la presenza di altri sahrawi, oltre a Mohammed e Bachir. Hanno saputo di noi, e sono qui per parlarci di loro. Affinché noi raccogliamo le loro testimonianze. Anche loro fanno parte del gruppo dei venti studenti arrestati perché manifestavano a favore del Polisario, in galera dal 1977 al 1982. Ognuno di loro anche dopo la prigione ha continuato a subire angheria e violenze:

  “ Il lavoro c’è lo fanno desiderare” ( Bachir)

  “ Guai a protestare sulle condizioni o sulla paga, chi lo ha fatto è stato subito licenziato” ( Mohammed)

  “ Ci controllano la corrispondenza ed il telefono” ( Lucine)

“ I sahrawi delle tendopoli di Tindouf stanno meglio di noi, aspettano la risoluzione pacificamente, noi intanto stiamo qui a soffrire, a morire…” (Mohammed)

“ Ero appena una ragazza di quindici anni, quando mi arrestarono. Ho fatto cinque anni di prigione, sono stata anche violentata” lei è la nipote del vecchio Moulay Ahmed, muzaidin sahrawi che aveva dichiarato:

 “ Ho pregato Allah di non farmi morire in prigione” L’uomo  morì proprio il giorno del suo rilascio dalla prigione il 22.06.1991

“ Mi hanno preso di sera ero in macchina, ho tentato di difendermi, mi hanno spezzato le braccia e rotto delle costole ( ci esibisce le foto dei segni). Allora ero titolare di un impresa di costruzioni, quando uscii dal carcere dopo cinque anni, non mi hanno permesso più di lavorare, oggi guadagno in un mese quello che allora guadagnavo in un giorno. Mi ero rifiutato di far lavorare alcuni marocchini raccomandati dalla polizia…”      (Abdelah).

“ Abbiamo un altro problema, anche se limitato, una vergogna, i più ricchi della città sono Sahrawi, hanno venduto l’anima ed il corpo al governatore marocchino, ma appena cambiera…” ( Mohammed)

   “Mi chiamo …… moglie di ….. Eravamo una famiglia di sei membri.

L' arrivo della marcia verde nel 1975 ha cambiato completamente la nostra vita. Non è senza ragione, se abbiamo chiamato quel periodo  Marcia nera . Mio marito fu obbligato a partecipare. Nel momento in cui  la televisione marocchina faceva vedere le immagini del passaggio di civili mentre trasportavano cereali, mille  soldati armati fino ai denti, presero la nostra piccola località, che è stata trasformata durante la notte da una città calma del deserto, in un quartiere militare. Nel villaggio, tutti i nomadi erano sospettati di collaborare con il fronte  del Polisario. Le donne e gli uomini erano colpiti nella loro  dignità, con a rischio la propria pelle. Le donne furono violentate e molte  imprigionate. La gente di tutte le età era sottoposta a massacri. I bambini dovevano essere protetti dai  loro genitori, sospettati di collaborazione con i sahraui  combattenti e perfino molte volte imprigionati con le loro famiglie.

Subito dopo il suo ritorno dalla marcia verde,  mio marito fu  rapito, nel dicembre del 1975, dagli agenti della

polizia reale…

Ricordo, quella triste sera, che mentre si  beveva il tradizionale tè sahraui, si discuteva  la situazione, mio marito era preoccupato. Non smetteva di ripetere che quella gente non ha rispettato nulla che  erano più cattivi degli uomini che in passato  erano venuti a colonizzarci

 Dopo l' arrivo dei militari, la gente non veniva più a farci visita.

   “ La gente ha paura, perché i militari spiano le loro mosse” aveva sussurrato ……. Dopo di che sentimmo bussare alla porta, ero indecisa se andare ad aprire. Appena aprii metà il portello,  tre agenti irruppero nella nostra casa, gridando :   “dov’è A…?".  Ho risposto  che era  nel corridoio. Lo stesso soldato rivolgendosi a lui, lo invitò a seguirlo. 

    Dopo l’arresto di ………. tutta la mia vita si è  trasformata in un calvario continuo. Sotto il controllo costante dei militari,  frequentemente ho subito rappresaglie, spesso intimidita e minacciata e violentata..

La gente che incontravo mentre attraversavo le vie, osava appena alzare la testa, per poi abbassarla immediatamente.. Anche il negoziante, che di solito era molto cordiale ed allegro con i clienti, non era per niente soddisfatto di come andavano le cose. .

La stragrande maggioranza della gente, era sotto il controllo ristretto della polizia…

     Alcune, delle poche persone liberate avevano raccontato le sistematiche torture che avvenivano nelle carceri. Queste notizie, non facevano altro che aumentare la mia angoscia. “Che cosa  fare per conoscere la situazione di mio marito, se era in vita, se era malato, se mangiava.”  Non  smettevo di ripetermi le stesse domande, giorno e notte. 

  Erano passati intanto tre lunghi anni, tra l’angoscia ed il timore, cercando di conoscere il  destino di ………. In un primo momento, ho preso  contatto con alcune famiglie toccate dallo stesso dramma. Anche loro non avevano notizie.

Intanto sono passati gli anni, senza che sia accaduto niente di positivo. Le angherie e le persecuzioni alla nostra gente sono continuate. Molte delle persone, che continuano ad essere arrestata  sparisce . Verso la fine degli anni 80, cominciano a  circolare le voci che i sahraui spariti sarebbero nei centri segreti della regione di Ouarzazate, nel sud-est del Marocco.

In seguito, dietro pressione delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, vennero liberati alcuni prigionieri, i quali mi fanno sapere che …………., è morto il 27/08/1977, in seguito a torture. Al dolore ed alla disperazione per la notizia della sua morte era subentrata la rassegnazione definitiva. Mi ero con coraggio detta:

 “E’ vero che è morto, ma almeno non soffrirà più”.

        Approfitto di questa occasione per fare un appello alla Comunità internazionale,  alle organizzazioni internazionali di difesa dei diritti dell'uomo in moda da mobilitarli per recuperare  i nostri diritti legittimi e la nostra dignità

Ascoltare i fatti di questa gente m’intristisce, ognuno di loro ha subito una violenza. Minimo cinque anni di galera per aver gridato “Libertà” di voler essere libero nella propria terra.

Mohammed, mi guarda negli occhi, dice: “Grazie, grazie per essere venuti, raccontate al mondo le cose che avete ascoltato e visto, voi resterete sempre nel nostro cuore. Avete messo a rischio la vostra incolumità per noi. Siete i primi italiani ad incontrarsi con noi...”

Un ultimo sguardo, prima di andare via  e raccontare al mondo..

Il mattino dopo non abbiamo un programma, la guida era occupata con un altro gruppo. Così c’è ne stiamo seduti davanti ad uno dei numerosi bar della piazza, ( Cremerie Patisserie la Place). Arriva subito il solito “sciuscià”, c’è ne sono a decine, con una novità, in aggiunta, un vecchio che cerca l’elemosina. Oggi, c’è più gente in giro, è il venerdì musulmano, ed i bar sono pieni di uomini, donne quasi nessuna. Il locale dove siamo seduti noi è fornito di pasticcini di tutti i tipi, lavorazione per lo più francese, è frequentato da giovani ben vestiti. 

Ogni tanto, davanti, sullo sfondo nella strada principale scorrono in fila un taxi, un camion militare, un mezzo della N.U. ( Minurso). Questi sono i mezzi che per lo più transitano le strade. Sulla piazza imperano l’edificio del nostro albergo tre stelle ( il costo è 550 Dm. al giorno), il palazzo del ministero dell’ Agricoltura e del Commercio. Fanno da contorno la Royal Air Marocco, la Banque Commercial du Maroc, alcuni negozi: La Palmine, Kias House, e per finire decine di bar.

Ore 12,30 si ferma il mondo. Al grido di “Allah akbar”, proveniente dalla Moschea che è sulla strada, il vigile devia il traffico. Centinaia di uomini si ammassano sulla strada e sulle vie laterali della moschea, dopo che questa è riempita. Mi accovaccio ai bordi della strada anche io, in segno di rispetto. In questo momento tra questa gente non c’è diversità. Marocchini e Sahrawi insieme per Allah.

Per molti che parteciparono alla marcia verde, non interessa alla fine chi vincerà il referendum, loro comunque ormai abitano questi luoghi da 25 anni, i figli sono già grandi, e vanno a scuola insieme agli altri figli.

Ultima sera sulle rive dell’Oceano Atlantico. Nell’attesa di cogliere il Sole che scomparirà nelle acque dell’Oceano.

Le onde lunghe s’infrangono sulle pietre, accarezzandole creano il rumore del rientro, mentre decine di gabbiani, sfiorano l’acqua lanciando il loro urlo. Solo gli anziani rifugiati nelle tendopoli di Tindouf, e quelli della stessa età prigionieri nei territori occupati, possono ricordare i momenti dei rumori in libertà.

  Intanto, mentre scorrono i minuti che avvicinano il tramonto, i colori del  cielo si tingono dei riflessi dell’acqua illuminati dagli ultimi raggi di sole. Moutik, mi confida, che quando si sente particolarmente triste, viene a sedersi in cima ad una delle decine di dune che accarezzano l’Oceano, e guarda in direzione del deserto, dove c’è il muro militarizzato e minato dai marocchini e ancora più in là i campi profughi dei fratelli di  Tindouf, da dove arrivano le grida di libertà, poi si gira e guarda all’orizzonte dell’Oceano, sospira la libertà  dei popoli che stanno di fronte.

Eppure in questo contesto di perenne conflitto, di libertà negata, qualcuno, lo chiamano “ Il Francese”, insieme alla sua compagna,  è venuto via dalla Guinea, per venire ad isolarsi  nella valle del lago salato a cinque chilometri dalla strada che conduce da El Ayun a Dora, direzione Agadir. La coppia ha messo su quattro piccoli manufatti di cemento e due tende nere grandi del tipo sahrawi, come quelle di Tindouf. Praticano, via internet, turismo per gruppi che vogliono vivere fuori dei rumori della civiltà, in una valle dove gli unici rumori che arrivano sono quelli del belare delle capre di qualche  nomade, e dello stridire delle aquile che vivono nella steppaglia, nata intorno al lago, o della piccola oasi di Lamsayed, innalzandosi in cielo scrutano gli scenari di una terra che non appartiene agli uomini ma al potere dei padroni delle guerre…

Ma i 200.000 Sahrawi negli accampamenti sono il risultato della lotta che non finirà mai.  Hanno scelto una vita in esilio. Per combattere un rè, il cui regime ha cercato di cancellare la loro esistenza. Per oltre 20 anni la Comunità internazionale è stata testimone dell' arroganza d'un regime che ancora all' alba del ventunesimo secolo sta cercando di imporre, con la forza militare, una delle guerre  coloniali più lunghe che il continente africano conosca”.

La data, ultima, fissata per il referendum da parte dell N.U. è per Luglio 2000. Il Marocco ha presentato 15000 ricorsi, sull'esito dei risultati sugli aventi diritto al voto. I Sahrawi sono stanchi di aspettare, c'è il pericolo di una ripresa del conflitto armato.

( Il testo completo del diario è riportato nel libro di U.R.

 “Rabbia di Sabbia” e "Ira de Arena" versione spagnolo - Luglio 2000).

Per inf. Tel. 0983/515657- roro3@libero.itwww.umbertoromano.comwww.sahrawi.it

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Reportage dal Sahara Occidentale
Di Umberto Romano

SAHRAWI UN POPOLO IN ESILIO


“Questo popolo è partito con le mani vuote, lasciando il bestiame gli averi le case i propri cari. Ecco il popolo esiliato dall'odio, dall'invasore. Il popolo ha benedetto col sangue e le lacrime la lotta, la resistenza. Unito, lontano dalla propria terra, ha scelto le montagne. Nudo, affamato ignorando ogni benessere grida la libertà, l'indipendenza, sacrificando i figli migliori. Altro non interessa. Non è stanco di vivere. Teme, però, la vergogna la schiavitù per le generazioni future ...”

Non ero riuscito a dimenticare lo sguardo triste e rabbioso dell'uomo che mi era stato di fronte, seduti entrambi a terra sui tappeti, nella tenda sbiadita nel deserto dell'Hammda- Sahara Algerino a El Ayun villaja de Dora. Lui vestito nel suo sufi colore grigio, con la testa fasciata dal turbante di colore nero, con i piedi scalzi ed io con i miei jeans, camicia a quadri e il gilet tipo safari: due uomini provenienti da due mondi diversi, con storie diverse ma che, in ogni modo, vivevano in questo tempo, ormai alle soglie del terzo millennio.

Mohamed Chej Beidella, si chiamava così. Poeta, cantastorie della tragedia dei Sahrawi. Era dicembre del 1996 e mentre recitava i suoi versi a memoria: "Questo popolo è partito con le mani vuote ... ", mi guardava fisso e, anche se non capivo il significato delle sue parole pronunciate in lingua arabo assanja, sentivo percorrermi un brivido lungo la schiena. Capii allora che potevo uscire dal circolo vizioso cui ci spinge la società consumistica che ci siamo costruiti, rendendoci inappagati con la sua imposizione di continue richieste. Tante voglie da soddisfare, cose futili che fanno smarrire il vero significato del vivere comune.


Nell'angolo Sud-Ovest dell'Algeria quasi 200.000 rifugiati lottano per sopravvivere nella parte più inospitale del deserto grande del Sahara: "l'Hammada."
A causa della lunga assenza degli uomini impegnati nella sanguinosa lotta di liberazione che dura ormai da venticinque anni, il ruolo della donna è cresciuto, non solo per quanto attiene alla maternità ma anche per la funzione di educatrice unica dei figli. Molte sono le donne inserite attivamente nell'amministrazione delle tendopoli.
Una di loro era Suad Lagdaf. L'avevo conosciuta a Messina l'anno prima, durante una delle iniziative socio-culturali a favore dei sahrawi. Mi aveva colpito il modo di parlare del suo popolo l'impeto nel raccontarne la storia. Il calore la rabbia che sapeva dare alle sue parole mi aveva trascinato nel loro mondo. E allora che di dedicare a questo popolo un altro libro.
Il mio racconto inizia proprio da qui, dalla storia di Suad Lagdaf, dalle parole accese dalla rabbia e dal calore di una donna sahrawi.

Storia di Suad Lagdaf dal deserto di Tindouf - Smara Barrio 3

Ricordare per non morire dimenticati ...

"Ho sentito di persone che hanno ricordi remoti, lontanissimi, persi nei loro primi giorni di vita. Nei miei occhi di bimba sembra non si sia fermato niente o, forse, troppo in un giorno solo da non lasciare spazio ad altre cose. Della mia terra, ora negata da un muro di sabbia, sassi, mine e filo spinato, ho alcuni bagliori, flash frantumati. Una casa colorata di verde, la porta di ferro che sfregava il pavimento e la gente, tanta gente nella casa di EI Ayun (la capitale). Con gli animali che ci regalava lo zio, li portava dalla montagna per la sua Suad: una gazzella, una scimmia e un gatto. Poi i racconti della nonna, le partenze per i pic-nic di primavera che svuotavano tutte le città da Dahla, che guarda il mare, a Boo Craa, con i suoi giacimenti di fosfati e Smara, la città antica.

Ma poi la guerra, la confusione, i pianti, per cosa, non capivo, arrivano i marocchini, io non capisco nulla. Avevo cinque anni il giorno che iniziò, l'esilio del mio popolo con un bel titolo: "marcia verde". La popolazione si sollevò contro l'aggressore. Una lotta impari. I responsabili che guidavano il Fronte Polisario decisero allora di condurre la popolazione fuori dal territorio dell''ex Sahara spagnolo, l'unico modo per continuare a esistere. Le città strette d'assedio divennero grandi campi di concentramento. L'esodo fu molto duro (soprattutto per le donne, i bambini e i vecchi), la gente per scappare usava ogni mezzo: camion, cavalli o solo la forza delle proprie gambe. "Quei giorni hanno riempito tutta la mia memoria di bimba, le hanno dato il colore, il rumore, il sapore della sabbia che arde la gola, la paura delle cose che sfuggono via e non vogliono ritornare, forse con tante immagini, certo indimenticabili."


Ricordo i militari del Polisario che ci aiutavano per salire sul camion: "veloci, veloci!" dicevano. Io non capivo il perché di tanta fretta, "veloci! veloci!" Qualcuno riesce a portare qualcosa con sé altri niente. Nel camion io ero fra le braccia di mia nonna. Mia madre era con altra gente in un altro camion. Non ricordo se ho dormito, o se ho solo avuto tanta paura o tutte due le cose insieme. Ero abbracciata alla nonna, questo soltanto importava. Rumore di motori, cose accatastate, sobbalzi continui, così era anche per le nostre ossa e i nostri stomaci, ma nessuno parlava. Non so in quanti eravamo e quanti giorni passarono, ricordo solo che, a un certo punto, la nonna mi gridò di scendere subito dal camion.
Era mattina presto e tutta la gente cercava velocemente rifugio in mezzo all'erba. Stavano arrivando aerei nemici che cercavano di fermare il nostro viaggio buttando bombe al napalm sulle colonne di camion. Ho avuto molta paura e da allora questa paura è rimasta con me.
Dal nostro nascondiglio vedevamo che gli aerei ci cercavano buttando bombe sempre più vicine a noi."Si vedeva scoppiare e bruciare la gente e la terra". La confusione era tantissima, la gente urlava e gli altri bambini piangevano, poi ho sentito chiamare, era la voce di un soldato che diceva: "State giù, questi sono aerei marocchini! Buttano bombe al napalm e al fosforo, ci vogliono uccidere".

Ho urlato fortissimo ma non ero la sola, tanti bambini hanno gridato con me. Ma la voce più forte era quella del napalm e del fosforo. Pezzi di corpi saltavano dappertutto. Ho avuto paura, una paura chiara che si leggeva nei miei occhi come in tanti altri occhi vicino a me che chiedevano aiuto a Dio. L'attacco è durato a lungo, appena è finito tutta la gente ha cominciato a muoversi alla ricerca di parenti e amici. Con la nonna io cercavo mia madre ovunque. Ma dappertutto trovavo solo corpi senza vita e la mia paura aumentava. Non capivo nulla di quello che succedeva, avevo soltanto molta paura.


Il ricordo di quel giorno ha riempito i miei occhi di bimba, è rimasto un incubo ricorrente che la notte mi addolora ancora. Finalmente ci viene detto che siamo arrivati. Arrivati dove? Quella prima notte è impressa nella mia memoria. Siamo arrivati in una terra nuda, senza case, senza tende, niente. Unica cosa il freddo e il vento. Una terra senza niente ma anche senza aerei e senza bombe e senza corpi morti. Con l'istinto di bambina ho pensato che gli aerei sarebbero tornati presto e per questo non ho pensato a giocare ma sono rimasta vicino a mia nonna.
Siamo al "Campo Profughi" sahrawi nel deserto algerino vicino a Tindouf. Mia madre, assieme ad altra gente, stava organizzando i preparativi per cominciare a innalzare le tende e a distribuire il cibo portato dal Sahara Occidentale e dagli algerini. Penso che solo allora ho avuto il coraggio di dire "ho fame". Non ricordo tutto dei giorni che seguirono il nostro arrivo, ma ricordo che dal niente, sono apparse le tende ...

Era stato il racconto di Suad, che ancora risuonava nelle orecchie, a spingermi verso i luoghi da lei abitati, in quella parte delle tendopoli, al villaggio di Smara. Ero così arrivato alla tenda di sua madre, Hebba, una delle donne simbolo del popolo sahrawi. Aveva vissuto tutti i momenti importanti della tragedia del suo popolo, dai primi movimenti per la liberazione dal colonialismo spagnolo all'invasione dell'esercito marocchino, alla fuga in territorio algerino, alla organizzazione delle tendopoli, alla sua partecipazione attiva come donna-militare. Ora era qui nella sua tenda di Smara Barrio 3, insieme al suo uomo. Alle quattro del mattino ci stavano predisponendo due materassi a terra, per farci dormire. Il loro saluto di buon riposo mi fece capire che al nostro risveglio avremmo parlato di Suad, rimasta in Italia.


Eppure, aleggiava sempre quel pizzico di "rabbia di sabbia" nella buia tenda illuminata dall'immenso cielo stellato, al pensiero che a poche centinaia di chilometri, in direzione dell'oceano atlantico esistono le vere città, una volta dei sahrawi, qui reinventate per non sentirsi dimenticati, per non morire senza terra, come per dire: " Io sono nato a El Ayun" e non in un fazzoletto di deserto anonimo, con la speranza di poter continuare a dire un giorno, ritornati in quella vera: "Io sono nato a El Ayun". Quella vera è posta sull'Oceano Atlantico.

Cronologia - Alcuni cenni storici:
XV SECOLO, il Portogallo ed altri paesi erano interessati alla regione: commercio dell'oro, perle di ostriche e gomma arabica.
- 1884/85, COLONIZZAZIONE SPAGNOLA. Le potenze europee convocano il congresso di Berlino per dividere l' Africa. Il Sahara Occidentale è destinato sotto "la protezione della Spagna ".
- Novembre 1884: l'esercito spagnolo, condotto dal capitano Emilio Bonelli Hernando, Occupa Dakhla (ex villa Cisneros) ed installa un'attività commerciale.
- 27 novembre 1912: la convenzione di Spagna-Francia, delimita i confini del Sahara Occidentale.
- 1923 - 1934: primi conflitti di sangue fra l'esercito francese e la resistenza di alcuni nomadi Sahrawi.
- 1934: "Pacification" finale all'interno del Sahara Occidentale. La Spagna prende il possesso completo della parte settentrionale del territorio. La resistenza dei Sahrawi viene soffocata.
- 1949-1959: scoperti nel territorio del Bou Craa giacimenti di fosfati. Le riserve di questa zona sono state valutate più di 10 milioni di tonnellate, con percentuali di 70/80% di purezza.
- 1956-1958: tumulti e battaglie sanguinose fra le truppe spagnole e la ricostituita resistenza dei Sahrawi.
- 10 febbraio 1958: il trattato militare, firmato fra la Spagna e la Francia, con l'approvazione del regime marocchino, approva una risoluzione per distruggere l'esercito di liberazione dei Sahrawi.
- 14 dicembre 1960: le Nazioni Unite adottano la risoluzione 1514 (XV) con una dichiarazione che assegna l'indipendenza alle popolazioni dei paesi colonizzati.
- 1961: il Sahara Occidentale viene dichiarata: "una provincia spagnola".
- 1963: il Sahara Occidentale viene incluso dalle NU nella lista dei paesi da decolonizzare.
- Dicembre 1965: l'assemblea generale delle NU ha riaffermato l'indipendenza del popolo Sahrawi invitando la Spagna a porre fine all'occupazione coloniale.
- 1966: l'ONU ratifica l'atto di autodeterminazione del popolo Sahrawi.
- 1968: ricomposizione del movimento di resistenza dei Sahrawi con la formazione del Movimento di Liberazione di Saguia el Hamra y Río de Oro, sotto la direzione di Sidi Brahim Bassiri.
- 17 giugno 1970: il movimento di Bassiri organizza una grande manifestazione pacifica a Zemla (El Aayún), inneggiando alla indipendenza, si conclude con il massacro dei civili e dell'arresto di centinaia di cittadini Sahrawi.
- 10 Maggio 1973: il Polisario tiene il congresso di fondazione del "Frente Popular de Liberación de Saguia el Hamra y Río de Oro".
- 1974: la Spagna effettua l'ultimo censimento della popolazione dei Sahrawi per prepararsi al referendum che l'Onu aveva chiesto dagli anni 60. Il censimento registra 74.902 persone.
- 20 agosto 1974: la Spagna annuncia il parere favorevole ad effettuare un referendum per l'autodeterminazione del popolo Sahrawi.
- Inizio 1975: il re del Marocco manifesta chiaramente la sua opposizione all'indipendenza del Sahara Occidentale.
- 1974-1975: l'esercito di liberazione del popolo Sahrawi intensifica gli attacchi contro le truppe spagnole.
- 12 Maggio 1975: una missione delle Nazioni Unite visita i territori del Sahara Occidentale, riconfermando l'autodeterminazione del popolo Sahrawi, riconoscendo il fronte di liberazione del Polisario.
- 23 Maggio 1975: il rappresentante spagnolo agli affari esteri dichiara: "Il fronte di liberazione del Polisario è una realtà che la Spagna deve considerare".
- 14 ottobre 1975: l'ONU suggerisce un referendum per l'autodeterminazione sotto il relativo controllo. La Corte di Giustizia Internazionale rende noto un parere consultivo sul Sahara Occidentale rifiutando ogni pretesa del Marocco e della Mauritania sopra il Sahara Occidentale. La corte conclude che la gente Sahrawi è autorizzata a determinare il proprio futuro.
- 31 Ottobre 1975: inizio dell'invasione marocchina nella zona orientale del Sahara Occidentale. L'esercito dei Sahrawi affronta 25.000 soldati marocchini. La Spagna si ritira da el'Aayún, Smara e Dakhla.
- 6 ottobre 1975: il re del Marocco dà il benestare "alla marcia verde". 350.000 marocchini avanzano verso il Sahara Occidentale con l'obiettivo della conquista del territorio.
- 2 Novembre 1975: Madrid riafferma il suo impegno all'autodeterminazione del popolo Sahrawi.
Alla fine del 1975 il POLISARIO era sul punto di guadagnare l'indipendenza dalla Spagna. Allora, con delle trattative segrete, la Spagna firma un accordo clandestino con il Marocco e la Mauritania. I tre paesi decidono di dividere il territorio del Sahara Occidentale fra il Marocco e la Mauritania, invece di rispettare l'impegno per l'indipendenza dei Sahrawi. Questa annessione illegale del Sahara Occidentale avveniva il 1975, epoca in cui inizia la guerra contro il Marocco e la Mauritania.
Decine di migliaia di Sahrawi lasciarono le loro sedi del Sahara Occidentale, mentre il Marocco buttava bombe al napalm, di provenienza americana, sui civili.
Nel 1979, la Mauritania non potendo sostenere militarmente, politicamente ed economicamente la lotta contro le truppe del POLISARIO firma un accordo di pace. Riconoscendo la sovranità sul territorio del Sahara Occidentale della Repubblica democratica araba dei Sahrawi (RASD) fondata nel 1976. Dall'altra parte, il Marocco rifiuta l'accordo invadendo il resto del Sahara Occidentale.

roro3@libero.it; www.umbertoromano.com; www.sahrawi.it.

 

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 Dal diritto ai fatti: il caso del Sahara occidentale di Roberta Romano

4.1. La colonizzazione del territorio

Il territorio conosciuto attualmente come Sahara occidentale, denominato sino al 1975 anche Sahara spagnolo, ha un’estensione di 266.000 kmq, si affaccia sull’Oceano Atlantico per una lunghezza di 1062 km di costa e condivide i suoi 2045 km di frontiere terrestri con Marocco (a Nord), Algeria (a Nord-Est) e Mauritania (a Sud-Est e a Sud).
La storia di questo territorio rileva, ai nostri fini, a partire dalla colonizzazione spagnola . Benché la penetrazione europea nella regione risalga al XV° secolo, come estensione degli insediamenti precedentemente stabiliti sulle coste delle prospicienti Isole Canarie, l’azione colonizzatrice verso l’interno si svolgerà solo a partire dalla metà del diciannovesimo secolo. Nel 1884, a seguito della spedizione intrapresa da Emilio Bonelli, a capo della “Società spagnola di africanisti e colonialisti”, la Spagna dichiara sotto sua protezione la regione del Rio de oro, che va da capo Bojardor a Capo Blanco, dopo aver concluso in tal senso accordi con i capi delle tribù locali . L’anno successivo, alla Conferenza di Berlino, che ratifica la divisione dell’Africa tra le potenze europee, la Spagna vede riconosciuti i suoi “diritti” sul Sahara occidentale. La definitiva delimitazione territoriale non avverrà che nel 1912, in tre fasi di consultazioni franco-spagnole , il cui risultato sarà una suddivisione territoriale, non curante, come avveniva, d’altra parte, nel resto del continente africano, della configurazione etnica del territorio . Il cosiddetto Sahara spagnolo comprenderà, infine, il Rio de Oro, il Saguiet El Hamra (che il 10 gennaio 1958 saranno riunite nell’unica provincia del Sahara occidentale) e le zone di Tarfaya (queste ultime diventeranno protettorato sotto il nome di Marocco meridionale spagnolo). Bisognerà tuttavia attendere il 1930 per vedere la Spagna occupare effettivamente tutte le sue regioni .
La fine degli anni ’50 rappresenta un momento di svolta nella storia della regione. Innanzitutto, con l’ingresso della Spagna alle Nazioni Unite, l’Assemblea generale comincia ad interessarsi al territorio pretendendone l’inclusione all’interno della categoria dei territori considerati “non autonomi” dalla risoluzione 66 (I) e rispetto ai quali, quindi, a norma dell’art. 73, punto e), della Carta, era obbligatorio trasmettere all’Assemblea informazioni periodiche . É il primo interessamento alla questione del Sahara occidentale in seno alle Nazioni Unite.
Intanto, mentre la Spagna tenta di consolidare la sua presenza, soprattutto attraverso uno sfruttamento economico più intenso delle risorse del territorio , si intensifica la lotta di movimenti saharawi di indipendenza .
Il 2 marzo 1956, il Marocco ottiene l’indipendenza; sotto impulso del partito dell’Istiqlal, che elabora la teoria del “grande Marocco” che si estenderebbe dal Mediterraneo fino al fiume Senegal passando per una parte dell’Algeria, il Marocco comincia a reclamare i territori sotto occupazione spagnola e francese . Il Governo marocchino si pronuncia ufficialmente in questo senso davanti alle Nazioni Unite nell’ottobre del 1957, proclamando l’appartenenza al Regno marocchino delle province del Sahara occidentale e di Ifni, e la necessità di procedere al recupero dell’integrità e dell’unità territoriale. La posizione assunta dall’Assemblea generale, a riguardo, è invece manifestata, nel corso del 1964, dalla risoluzione 1514 (XV) e un anno più tardi dalla risoluzione 2072 (XX), con la quale, per la prima volta, essa rivolge alla Spagna la richiesta di “adottare tutti i mezzi necessari per condurre i territori in questione alla liberazione dalla dominazione coloniale”. Dopo aver separato la questione della regione di Ifni, che nel 1968 ritorna al Marocco, da quella del Sahara occidentale, l’Assemblea dedicherà a questo territorio una serie di altre risoluzioni, che a partire dalla 2229 (XXI) del 1966, ribadiranno tutte in termini piuttosto ripetitivi il “diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e la necessaria organizzazione di un referendum popolare sotto gli auspici delle Nazioni Unite, perché questo diritto possa essere concretamente esercitato” .
Rileva ai nostri fini anche l’interessamento che la questione suscita in seno all’Organizzazione per l’unità africana (OUA) a partire dal 1972; l’OUA si limiterà in questa occasione a ribadire le valutazioni fatte dall’ONU sul diritto all’autodeterminazione, e tentare di mantenere il difficile equilibrio tra le potenze della regione coinvolte .


4.2. Il conflitto del Sahara occidentale: le ragioni di interesse

Nel tentativo di condurre un’analisi che metta in rilievo gli aspetti operativi e attuativi della diplomazia preventiva, della quale sinora abbiamo parlato in termini teorici, il conflitto del Sahara occidentale sembra presentare elementi di un certo interesse. Innanzitutto, si tratta di una controversia ancora aperta, il cui rilievo internazionale è indubbio; essa ha rappresentato sin dal 1975, e tuttora rappresenta, una minaccia concreta alla pace ed alla sicurezza, non solo per la regione interessata, ma per l’intera comunità internazionale . Il conflitto in esame assomma in sé contemporaneamente aspetti diversi: è, alla base, una guerra di indipendenza, un processo di decolonizzazione che non è mai stato portato a compimento; è, inoltre, un conflitto scaturito da un’occupazione.
Più specificamente, il lungo corso di questa controversia internazionale, che ha assunto in passato anche i caratteri di conflitto armato, presenta fasi che sembrano riprodurre i diversi stadi rispetto ai quali la diplomazia preventiva interviene in forme differenti. Si è detto infatti, partendo dalla definizione di diplomazia preventiva fornita in ambito ONU dal Segretario generale nell’Agenda per la pace del 1992, come si possa parlare di prevenzione in ogni fase di una controversia, vale a dire come “azione atta a prevenire il sorgere di dispute tra parti contrapposte, evitare che dispute già esistenti degenerino in conflitti e limitare l’inasprirsi di questi ultimi nel caso essi occorrano” . Pertanto, per ciò che concerne più da vicino il conflitto in esame, l’analisi sugli interventi di prevenzione e soluzione apprestati verrà condotta principalmente seguendo un ordine cronologico che tenga conto dell’evoluzione della questione e delle sue fasi: da controversia, costituita da una “pretesa” e da una “contropretesa”, a conflitto armato, fino alla situazione attuale, rispetto alla quale si cerca di prevenire, attraverso la ricerca di una soluzione definitiva, che gli interventi armati possano ricominciare.
Un altro elemento di rilievo consiste nell’intervento, rispetto alla controversia in esame, di attori operanti tanto a livello universale – gli organi delle Nazioni Unite, costantemente impegnati a ricercare un negoziato diretto tra le parti e a tracciare strade percorribili verso l’accordo – tanto a livello regionale – l’Organizzazione per l’unità africana, impegnata sin dal 1979 in un ruolo quasi prioritario rispetto alle Nazioni Unite (a dimostrazione di quel rapporto di sussidiarietà che deve intercorrere tra l’ONU e le organizzazioni internazionali regionali per gli interventi attuati a norma del cap. VI, come sono quelli realizzati nel caso del Sahara occidentale) .
Inoltre, attenzione particolare sarà posta, nell’analisi degli interventi degli organi dell’ONU, al ruolo svolto dai diversi Segretari generali che si sono succeduti in seno alle Nazioni Unite e che hanno apportato alla questione un contributo interessante, pur coi limiti che rileveremo, nello svolgimento delle funzioni di accertamento dei fatti, mediazione, buoni uffici. Il ruolo in qualche modo preminente svolto dal Segretario generale nella gestione della controversia in esame conferma quanto rilevato sul piano teorico, vale a dire l’attitudine specifica di questo organo, in virtù del suo mandato, delle sue competenze e delle sue caratteristiche, nell’ambito della diplomazia preventiva.
Infine, è interessante sottolineare come tutto il corso di questa controversia sia dominato dal ruolo e dalle posizioni assunte di volta in volta degli Stati coinvolti, i cui atteggiamenti hanno spesso impedito la concretizzazione dei diversi piani di pace, a conferma della ridotta forza giuridica che gli interventi di prevenzione e di soluzione pacifica attuati da un terzo possono opporre alle parti cui si rivolgono.


4.3. Il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi ed il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia

Prima di affrontare la questione degli interventi di prevenzione e soluzione del conflitto in esame, attuati dagli attori interessati, sembra opportuno un riferimento preliminare al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione fatto al popolo saharawi, da più parti, nel corso degli anni.
Tale riconoscimento trova la sua collocazione in un contesto più generale di dichiarazioni e manifestazioni della prassi, realizzatesi in ambito ONU, che hanno progressivamente modificato il diritto internazionale vigente in materia . L’attività delle Nazioni Unite a favore dell’indipendenza dei popoli coloniali, attività che è riuscita a produrre effetti di grande rilievo politico e di alto valore morale, è a tutti nota . Sul piano giuridico essa ha determinato l’abrogazione della maggior parte delle disposizioni della Carta relative alla materia e la loro sostituzione con norme consuetudinarie di cui occorre difendere l’applicabilità a quei territori, come il Sahara occidentale, ancora soggetti a dominio straniero. Si può tranquillamente sostenere che la prassi dell’ONU abbia dato vita ad una norma che impegna gli Stati ancora detentori di territori coloniali a non ostacolarne l’indipendenza . Già nel 1960 l’Assemblea generale prese posizione in tal senso, affermando solennemente che dovesse considerarsi come contraria alla Carta la “soggezione di un popolo al giogo straniero” (risoluzione 1514/XV del 14-12-1960, contenente la Dichiarazione sull’indipendenza dei popoli coloniali); quale che fosse il valore di siffatta Dichiarazione all’epoca in cui fu approvata, essa comunque corrisponde oggi alla communis opinio della comunità internazionale ed è avallata dalla consuetudine . Si può, poi, parallelamente ritenere, per quanto riguarda le competenze dell’ONU, che, travolto nella materia il limite del dominio riservato, si sia affermato e consolidato per consuetudine il potere dell’Assemblea di occuparsi delle misure da prendere nei singoli territori non autonomi per assicurare loro l’indipendenza . Né, infine, sembra azzardata l’ipotesi che le risoluzioni con le quali l’Assemblea stabilisce modalità e tempi per la concessione dell’indipendenza a territori non autonomi abbiano, sempre in virtù della consuetudine, forza vincolante .
La prassi che ha dato vita alle norme in materia coloniale si è dichiaratamente ispirata al principio di autodeterminazione dei popoli. Tale principio è menzionato all’art. 1, par. 2, della Carta (e in termini identici all’art. 55), nonché in una serie di risoluzioni e dichiarazioni solenni dell’Assemblea generale tra le quali spicca la Dichiarazione del 1970 sulle relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati . Si può ritenere, soprattutto in relazione alla prassi sviluppatasi in seno all’ONU, che si tratti ormai di un principio generale di diritto consuetudinario. Esso si applica, principalmente, ai territori sottoposti ad un governo straniero, e quindi, oltre a quelli coloniali, anche a quelli conquistati ed occupati con la forza .
Le caratteristiche di territorio sottoposto, prima, a governo coloniale e, poi, ad occupazione straniera sono chiaramente rintracciabili nella questione del Sahara occidentale, rispetto alla quale gli organi delle Nazioni Unite si sono sempre pronunciati nel senso di riconoscere al popolo considerato il diritto all’autodeterminazione . La stessa Corte internazionale di giustizia, nel suo parere consultivo del 16 ottobre del 1975 sul Sahara occidentale ha richiamato tutti i principi di base che regolano la politica di decolonizzazione dell’Assemblea generale.
Il parere della Corte assume un rilievo particolare ai nostri fini, ove, il riconoscimento di tale diritto si pone in contrapposizione alle rivendicazioni storiche fatte su questo territorio da Marocco e Mauritania. Con risoluzione 3292 (XXIX) del 13 dicembre del 1974, l’Assemblea generale, in risposta alle richieste marocchine e mauritane, aveva, infatti, chiesto alla Corte di chiarire due questioni sostanziali: se al momento della colonizzazione spagnola, stabilita nel 1884, il Sahara occidentale (Rio de Oro et Sakiet el Hamra) fosse terra nullius , e – in caso di risposta negativa – quali fossero i legami giuridici tra il territorio considerato e le entità politiche limitrofe, vale a dire l’Impero sceriffiano e l’entità mauritana. La Corte non affrontò le questioni in maniera isolata, ma le collocò all’interno di un quadro integrato, illuminato dai principi espressi nella risoluzione 1514 (XV) del 1960 sulla decolonizzazione e in tutte quelle risoluzioni dell’Assemblea specificamente dedicate al Sahara occidentale dal 1966. Questa scelta della Corte, di trattare la questione alla luce dell’evoluzione della materia, spiega, ad esempio, la posizione della Corte stessa rispetto al concetto di terra nullius. L’interpretazione di questo concetto non è stata tradizionale, ma ispirata dall’evoluzione che nel tempo ha caratterizzato i rapporti tra i popoli della comunità internazionale, evoluzione recepita dal diritto internazionale. La Corte, infatti, ha stabilito che “les territoires habitées par des tribus ou des peuples ayant une organisation sociale e politique” (seppure si tratti di un’organizzazione diversa dalla sovranità statale, propria dell’esperienza occidentale) non sono da considerare terra nullius. Pertanto, essa finì col fornire parere negativo per entrambe le questioni, affermando, per la prima, che il territorio in esame risultava abitato da popolazioni che, seppure nomadi, erano organizzate politicamente e socialmente in tribù, rette da capi rappresentativi. Del resto, proprio questi capi tribali conclusero nel 1884 il Trattato di protettorato con la Spagna, instaurando un rapporto rapidamente evoluto verso la completa dominazione coloniale . Per la seconda questione, la Corte escludeva qualsiasi legame di sovranità territoriale tra il Sahara occidentale, Marocco e Mauritania concludendo di non ravvisare, pertanto, elementi tali da mettere in discussione la decolonizzazione del territorio ed il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi . La Corte affermava, infatti, con fermezza, di non aver constatato “l’existence de liens juridiques de nature à modifier l’application de la résolution 1514 (XV) quant à la décolonisation du Sahara occidental et en particulier l’application du principe d’autodétermination grâce à l’expression libre et authentique de la volonté des populations du territoire” .
Il diritto dei popoli a disporre di se stessi venne riaffermato, quindi, come diritto inalienabile e come norma di jus cogens . La Corte fornì anche una serie di chiarimenti relativi al contenuto del suddetto principio, in risposta alle obiezioni marocchine e maure. Innanzitutto, nel riconoscere il legame tra tale principio e la decolonizzazione, è importante ricordare che, seppure il processo di decolonizzazione possa compiersi anche attraverso l’integrazione della popolazione colonizzata con uno Stato indipendente preesistente , questa annessione richiederebbe comunque una libera manifestazione di volontà della popolazione in esame . Inoltre, questione ancora più rilevante, il limite al principio di autodeterminazione posto dal paragrafo VI della già citata risoluzione 1514 dell’Assemblea – il rispetto dell’unità e dell’integrità territoriale – non sembra rilevare in questo caso, come il Marocco pretenderebbe, vista la negazione fatta dalla Corte di qualsiasi preesistente legame di sovranità tra i due territori .


4.4. Dal parere della Corte internazionale di giustizia all’intervento marocchino: prevenire che la controversia si trasformi in conflitto

L’accettazione non equivoca da parte di Marocco e Mauritania del principio di autodeterminazione del Sahara occidentale era già stata manifestata nel giugno del 1966 . Da quel momento, e fino al 1974, il principio non venne rimesso in discussione; è solo nell’ottobre del 1974 che la posizione dei due Paesi subisce un cambiamento . La delegazione della Mauritania si dichiara disposta ad appoggiare la decisione del Marocco di chiedere all’Assemblea, nel corso della ventinovesima sessione dell’ONU, una risoluzione in suo favore (e anche in virtù di questa richiesta che l’Assemblea si rivolge alla Corte per ottenere il parere consultivo).
Le valutazioni fatte dalla Corte internazionale di giustizia nel suddetto parere non troveranno, però, concreta attuazione nella pratica politica; persa la battaglia giuridica, Rabat decide, infatti, di perseguire la politica del “fatto compiuto”. Il giorno stesso in cui il parere consultivo della Corte viene pubblicato, il 16 ottobre, Hassan II, re del Marocco, annuncia che una massiccia dimostrazione popolare di marocchini non armati avrebbe marciato sul Sahara occidentale il 4 novembre del 1975 per compiere la reintegrazione del territorio al regno marocchino . Il Marocco pretende così di dare soddisfazione concreta e unilaterale alla sua pretesa sul Sahara occidentale.
Si collocano in questo quadro, nell’esigenza di evitare, prevenire, che la controversia degeneri in conflitto armato, le risoluzioni adottate dall’ONU tra il 22 ottobre ed 6 novembre del 1975. La prima risoluzione del Consiglio di sicurezza sul caso del Sahara occidentale si pone, dunque, in risposta alla richiesta spagnola, inoltrata a norma dell’art. 35 della Carta , di convocare una riunione per condannare l’annunciata iniziativa del Governo marocchino , al quale la Spagna si riferisce nei termini di un’“invasione suscettibile di minacciare la pace e la sicurezza internazionale” . Si tratta della risoluzione 377 del 22 ottobre 1975, con la quale il Consiglio si dimostra disposto ad intervenire, ex art. 34 e a norma del cap. VI della Carta, senza pregiudizio per eventuali iniziative intraprese dalle parti sulla base dell’art. 33 e, a riguardo, sollecita l’iniziativa del Segretario generale.
La scelta del Consiglio è quella di sollecitare negoziati diretti tra le parti – che si confermano il mezzo primario e prioritario di prevenzione e soluzione (da qui la previsione che la risoluzione fa del limite dell’art. 33) – intervenendo, in prima istanza, come alcuni commentatori rilevano, con estrema moderazione .
Su richiesta del Consiglio, il 26 ottobre 1975, il Segretario generale dell’ONU, Kurt Waldheim, dopo consultazioni separate con gli Stati interessati, Marocco, Mauritania e Spagna, elabora un progetto di accordo, noto come “piano Waldheim”. Il progetto consta di tre punti essenziali: l’abbandono del territorio da parte della Spagna, l’organizzazione di un’amministrazione internazionale provvisoria e la consultazione della popolazione. Le reazioni alla proposta del Segretario generale sono da più parti negative; Marocco e Mauritania dichiarano di voler affrontare la questione della decolonizzazione attraverso negoziati diretti con la Spagna. In risposta, il Consiglio di sicurezza, con una nuova risoluzione, la 379 del 2 novembre, chiede alle “parti coinvolte di astenersi da qualsiasi azione unilaterale suscettibile di acuire la tensione nella regione” ed al Marocco, in particolare, di richiamare tutti partecipanti alla Marcia (che, noncuranti dell’appello del Consiglio, sono già riuniti a Tarfaya, a nord-ovest della frontiera del Sahara spagnolo) . Anche il tentativo di mediazione condotto dal Segretario generale per regolare la controversia a questo stadio ancora iniziale incontra un limite nella volontà delle parti coinvolte di affrontare la questione senza interferenze esterne.
La risoluzione che, in questa fase, più delle altre affronta la questione della natura e della legittimità della “penetrazione” marocchina nel Sahara occidentale e, conseguentemente, della forma che l’intervento delle Nazioni Unite debba assumere in risposta, è la risoluzione 380, del 6 novembre dello stesso anno. Il dibattito in seno al Consiglio si concentra sulla natura della marcia programmata dal Marocco e vede, prevalentemente, contrapporsi la tesi spagnola, per la quale, pacifica o meno, la marcia si prefigurerebbe come la violazione di una frontiera e la tesi marocchina, secondo la quale non si possa parlare di violazione ove “si transiti all’interno di uno stesso territorio” . Il testo finale della risoluzione, se da una parte, deplora aspramente la realizzazione della marcia verde, intimando al Marocco di sospenderne l’organizzazione, d’altra parte omette di parlare della stessa nei termini di un “atto illecito internazionale” , quale è appunto la violazione di una frontiera straniera ed al quale si sarebbe dovuto reagire a norma del cap. VII ella Carta . Nel dibattito internazionale, sebbene si sia formato consenso quasi unanime attorno alla possibilità di considerare la marcia verde come violazione di una frontiera, il suo carattere “pacifico” ha suscitato qualche perplessità, qualora si sia voluto parlare della stessa in termini di “aggressione”, nel significato che di questo termine fornisce la risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea generale .
La risoluzione 380 è l’ultima adottata dal Consiglio sulla controversia del Sahara occidentale, fino a quando, con risoluzione 621 del 1988, non verrà ripresa la questione del referendum, in un contesto ormai di occupazione e conflitto armato. Il dubbio più frequentemente posto a questo riguardo attiene alla possibilità, che, di fatto, non si è verificata, di intravedere nella prima fase di questa vicenda il dispiegarsi di un uso della forza da parte del Marocco atto ad impedire l’esercizio del diritto all’autodeterminazione; un atto di questo tipo sarebbe stato fronteggiato attraverso contromisure collettive, quelle necessarie nei confronti dello Stato che viola in modo esplicito il diritto all’autodeterminazione di un popolo straniero .
Proprio il 6 novembre del 1975 i partecipanti alla marcia penetrarono per alcuni chilometri nel Sahara occidentale e vi restarono per alcuni giorni .


4.5. Gli anni del conflitto ed i piani di pace: prevenire l’escalation della violenza e cercare una soluzione pacifica della controversia

4.5.1. L’accordo tripartito di Madrid

Il 9 novembre del 1975, il Segretario generale informa il Consiglio di sicurezza che i volontari marocchini penetrati nel Sahara occidentale sono stati richiamati in Marocco, mentre consultazioni ufficiose sono state avviate tra le parti coinvolte. Il risultato dei negoziati diretti tra Marocco, Mauritania e Spagna è una Dichiarazione di principi sul Sahara occidentale – il cosiddetto Accordo tripartito di Madrid, adottato il 14 novembre del 1975 . La soluzione prevista si articola attorno all’organizzazione di un’amministrazione temporanea, avente a soggetti protagonisti il Marocco e la Mauritania in rapporto di collaborazione con la Giama’a (assemblea saharawi con funzioni di rappresentanza) . L’amministrazione così composta avrebbe assunto il 26 novembre del 1976 le competenze appartenenti alla Spagna come potenza amministratrice , incaricandosi, formalmente, di condurre il territorio alla decolonizzazione.
Pretendendo di rappresentare formalmente l’attuazione delle linee d’azione suggerite dal Consiglio di sicurezza e un contributo effettivo alla causa della pace e della sicurezza internazionale, nonché una concreta manifestazione delle previsioni dell’art. 33 della Carta, questa Dichiarazione presenta, in realtà, dubbie caratteristiche di legittimità e legalità internazionali . Il dibattito internazionale sull’argomento si è svolto tra chi qualifica l’accordo come nullo – perché avrebbe violato il principio, ritenuto di jus cogens, di autodeterminazione dei popoli, o quantomeno quello che vieta di disporre dei diritti dei terzi senza il loro consenso – e chi ne riconosce la validità giuridica internazionale – soprattutto alla luce dell’esplicito richiamo che la risoluzione 3458 B (XXX) dell’Assemblea fa all’accordo in esame e per l’iscrizione dello stesso nel Registro dei trattati delle Nazioni Unite (art. 102 della Carta) . Anche a prescindere dalle ipotesi di invalidità e di nullità che sono state avanzate a vario titolo, non si può ammettere che la Spagna abbia potuto trasmettere al Marocco ed alla Mauritania una situazione, quale la sovranità, che non le spettava ; è lo stesso Accordo in questione, oltre tutto, a parlare non di sovranità, ma di semplice “amministrazione”.
Infatti, il 10 dicembre del 1975, l’Assemblea generale si era pronunciata con due risoluzioni, la 3458 A (XXX) e la 3458 B (XXX) , che, seppure piuttosto contraddittorie, coincidono nel riaffermare il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione. Nella prima delle risoluzioni citate, il riferimento è principalmente all’azione che la Spagna, come potenza amministratrice, può compiere per concretizzare il diritto all’autodeterminazione, sotto gli auspici delle Nazioni Unite; nella seconda, invece, si legittima, in qualche modo, l’occupazione del territorio e l’amministrazione temporanea creata dagli Accordi di Madrid, alla quale si affida il compito di condurre la popolazione saharawi all’autodeterminazione. L’approvazione di questa ultima risoluzione, rappresenta per alcuni autori , un’inversione nella posizione dell’Assemblea generale rispetto alla fermezza con la quale si era espressa fino a quel momento sul diritto all’indipendenza del Sahara occidentale (e sulle forma in cui questo diritto avrebbe dovuto essere esercitato), aprendo la strada ad una politica più ambigua. Affermare, da una parte, il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e, dall’altra, affidare alle Potenze che ne hanno rivendicato e occupato il territorio la concreta realizzazione, fu, secondo le posizioni più critiche , l’ammissione implicita che l’Organizzazione non era capace di affrontare il conflitto secondo parametri giuridici.
In questo clima ambiguo, interviene, per esplicita richiesta dell’Assemblea generale, l’Organizzazione per l’Unità africana; è il tentativo di affidare la questione all’organizzazione regionale interessata, alla luce delle previsioni del cap. VIII della Carta.
Gli atti dell’Assemblea generale che rilevano dal ’75 al ’79 sono due risoluzioni del dicembre ’78, la 33/31 A e la 33/31 B, che, per certi aspetti ripropongono la contraddizione precedente, ed, in particolare, la risoluzione 34/37 del novembre 1979. Con questa ultima risoluzione sembra avviarsi la collaborazione tra l’ONU e l’OUA e chiarirsi la posizione sul conflitto delle due organizzazioni, che “deplorano profondamente” l’occupazione; inoltre, l’Assemblea generale prende nota dell’Accordo di pace adottato ad Algeri il 10 agosto 1979, tra Mauritania, che esce così dal conflitto abbandonando il territorio occupato, e Fronte Polisario, riconosciuto, per la prima volta, come ufficiale “rappresentante del popolo Saharawi” . Questa risoluzione servirà da modello per quelle successive che, in forma quasi ripetitiva, l’Assemblea generale andrà approvando di anno in anno, mentre sarà l’OUA, il soggetto principale al quale verrà affidata l’iniziativa del processo di decolonizzazione del territorio .
A questo punto, al fine di realizzare un’analisi parallela degli interventi preventivi e risolutivi messi in atto in ambito ONU in questa seconda fase del conflitto, per sfuggire al rischio di una trattazione eccessivamente vincolata allo sviluppo cronologico della questione, procederemo prestando attenzione soprattutto al ruolo svolto dal Segretario generale, che, a conferma di quanto affermato a livello teorico, ha svolto una funzione determinante in tutto il processo.


4.5.2. Il contributo di Perez De Cuellar: il piano di pace

Alcuni autori rintracciano già nella fase appena descritta una prova di incapacità delle Nazioni Unite, dimostrata, tanto, nel prevenire l’occupazione marocchina, quanto, nell’inadeguatezza della reazione assunta di fronte alla stessa occupazione . Di fronte ad una situazione di conflitto armato, come è quella che si prospetta nel Sahara occidentale a questo punto, gli interventi di prevenzione attuabili restano quelli atti ad evitare l’escalation delle ostilità, mentre l’iniziativa centrale da condurre è quella tesa a proporre alle parti una via effettivamente percorribile per porre fine alla controversia che sta alla base del conflitto. É in virtù di questa consapevolezza che gli sforzi congiunti dell’ONU, in particolare del Segretario generale, e dell’OUA, dal 1985 in poi, dopo dieci anni di relativo silenzio e del perpetuarsi di occupazione e scontri armati, si concentrano sulla questione del referendum, indicato, già nel 1974, come lo strumento giuridicamente più valido per consentire al popolo saharawi di esercitare il suo diritto all’autodeterminazione .
La risoluzione con cui il Consiglio ripropone la sua attenzione sulla questione del Sahara occidentale è la risoluzione 621 del 1988, sollecitata dalla manifestazione di volontà del Regno marocchino di rendersi disponibile all'organizzazione del referendum e con la quale, per la prima volta, il Consiglio di sicurezza autorizza il Segretario generale alla nomina di un rappresentante speciale , assistito da un “gruppo di appoggio”, con “responsabilità unica ed esclusiva su tutte le questioni relative al referendum, alla sua organizzazione ed alla sua realizzazione” . La stessa risoluzione incarica il Segretario generale di elaborare un rapporto “sulla celebrazione del referendum di autodeterminazione del popolo saharawi e sugli strumenti necessari per assicurare l’organizzazione e la supervisione del medesimo da parte delle Nazioni Unite, in cooperazione con l’OUA”. Esiste, quindi, anche se ancora in fase iniziale, la coscienza e la necessità da parte del Consiglio di creare un organismo capace di portare a compimento il referendum sull’autodeterminazione e quella di servirsi del Segretario generale e dei suoi rappresentanti, a norma dell’art. 98 della Carta, per realizzare interventi di prevenzione e soluzione.
Il documento decisivo per la creazione della Missione delle Nazioni Unite per il referendum di autodeterminazione (MINURSO) è il progetto elaborato, un paio di anni più tardi, dal Segretario generale, Javier Perez de Cuellar, e approvato dal Consiglio di sicurezza il 27 giugno 1990. Gli aspetti fondanti del suddetto progetto, che resteranno pressoché una costante dei piani successivi, prevedono: la possibilità per il popolo saharawi di scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione al Marocco; l’utilizzo, come base delle liste elettorali, del censimento realizzato dalle autorità spagnole, arricchito da un “aggiornamento demografico” (questa espressione sarà oggetto di diverse controversie interpretative nel corso degli anni) ; la riduzione delle truppe marocchine e saharawi presenti nella regione; lo stabilimento di forze ONU incaricate di mantenere l’ordine e la nomina di un rappresentante speciale del Segretario generale , responsabile di tutte le questioni relative al referendum (assistito, in questo compito, dalla MINURSO) . Rileva anche il piano di applicazione elaborato dal Segretario generale, che conferma i principali aspetti del piano di regolamento aggiungendo nuove importanti competenze delle Nazioni Unite nella gestione del processo e chiarisce il rapporto intercorrente tra il Segretario stesso, incaricato di indicare i termini di regolamento, ed il rappresentante speciale, incaricato, invece, della loro applicazione .
Per ciò che concerne le funzioni della MINURSO, il Segretario generale classifica le stesse in tre categorie, attribuite a tre diverse unità: a) l’unità civile, composta principalmente di funzionari delle Nazioni Unite e incaricata delle attività amministrative e di quelle relative ai rifugiati; b) l’unità di sicurezza, incaricata di sorvegliare il rispetto dell’ordine e della legalità nelle attività di iscrizione dei votanti e le azioni di forza della polizia locale per impedire qualsiasi possibilità di intimidazione ed ingerenza nello svolgimento dell’attività referendaria; c) l’unità militare, incaricata principalmente di vegliare sul rispetto del cessate il fuoco. La realizzazione di questa missione ONU sarà approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza il 29 aprile del 1991, con risoluzione 690; in conformità con il mandato esplicito di tale risoluzione, tale Missione può essere inclusa tra le operazioni di mantenimento della pace , considerato, soprattutto, il necessario previo consenso delle parti del conflitto, per il suo effettivo stabilimento .
Il 6 settembre del 1991, il cessate il fuoco, condizione indispensabile perché la missione possa entrare in azione, entra in vigore ; da allora sarà fondamentalmente rispettato. É un successo rilevante dell’azione delle Nazioni Unite, riuscite quantomeno nell’azione di prevenzione dell’escalation della violenza ed in quella di creazione delle premesse indispensabili al perseguimento di un regolamento pacifico della controversia, al quale si aggiunge l’utilità, riconosciuta all’unanimità, dell’azione della MINURSO che ha “contribuito considerevolmente alla pacificazione della situazione” . Eppure, nonostante il merito riconosciuto a Perez de Cuellar di aver imposto il cessate il fuoco e avviato un progetto concreto di regolamento pacifico, alcune delle iniziative intraprese nel corso del suo mandato sono state, da più parti, oggetto di critiche, soprattutto quelle proposte senza aver ricevuto il consenso di entrambe le parti coinvolte, nel caso specifico quello del Fronte Polisario .
É soprattutto la questione dell’identificazione del corpo elettorale al centro delle critiche e quella che, più delle altre, condurrà il dialogo avviato tra le parti a vivere la situazione di stallo che ancora lo caratterizza .


4.5.3. Il contributo di Boutros Ghali: verso lo smantellamento della MINURSO

Sebbene la nomina alla carica di Segretario generale delle Nazioni Unite di Boutros Ghali avesse suscitato nuove speranze rispetto alla possibilità che il processo uscisse dalla fase di impasse nella quale era entrato, di fatto la politica del nuovo Segretario generale non apporterà modifiche sostanziali rispetto a quella dei suoi predecessori. I suoi rapporti insisteranno sulle grandi difficoltà esistenti nel perseguimento del processo di pace, fino alla proposta di ridurre progressivamente le operazioni della MINURSO .
Le prime proposte del Segretario generale concernono l’esigenza di “garantire il rispetto reciproco dei diritti e delle libertà politiche, economiche, sociali e di altro tipo, indipendentemente dal risultato raggiunto dal referendum”, al fine di ridurre quantomeno la diffidenza e la distanza tra le parti . Nel gennaio 1993, il Segretario generale, suggerisce, invece, tre possibili opzioni di risoluzione del conflitto: a) la continuazione e l’intensificazione delle consultazioni; b) l’applicazione immediata del piano di regolamento, potenzialmente attuabile anche senza la cooperazione di una delle parti; c) una rielaborazione del piano di risoluzione. D’altra parte, il progetto considerava anche gli aspetti militari della MINURSO segnalando che il suo mandato finiva con limitarsi, finché non fosse entrato in vigore il periodo di transizione in preparazione al referendum, alla verifica che il cessate il fuoco del settembre del 1991 fosse rispettato . A questa posizione il Consiglio di sicurezza rispondeva con la risoluzione 809 (1993), con la quale segnalava la sua preoccupazione per l’atteggiamento di chiusura e divergenza assunto dalle parti nella scelta dei criteri di individuazione del corpo elettorale e si rivolgeva al Segretario generale perché esprimesse suggerimenti sull’attività svolta dalla MINURSO.
Nel giugno del 1993, si produce un cambiamento nell’atteggiamento del Fronte Polisario rispetto al piano che era stato prospettato da Perez de Cuellar: il movimento di liberazione saharawi decide di accettare i criteri elettorali precedentemente stabiliti , facilitando così l’incontro tra il rappresentante del Fronte Polisario ed il Governo marocchino, avvenuto ad El Ayun tra il 17 e il 19 luglio del 1993. Questo incontro non si rivelò eccessivamente proficuo in termini di intesa definitiva, ma rappresentò il punto di partenza per una pratica gradualmente più intensa di incontri diretti tra i rappresentanti di ambo le parti. In questo nuovo contesto si colloca l’annuncio dell’avvio dei lavori della Commissione di identificazione .
Risale allo stesso periodo la “proposta di compromesso” rimessa alle parti da Boutros Ghali. La proposta, che recepisce piuttosto fedelmente le proposte marocchine quanto ai criteri di individuazione del corpo elettorale, è accettata senza riserve dal Marocco e in maniera condizionata dal Fronte Polisario; il mancato accoglimento delle condizioni poste dal Fronte Polisario, avrebbe determinato un incremento del corpo elettorale di circa 60.000 persone, appartenenti alle famiglie di cittadini marocchini che si trovavano sul territorio nel momento in cui si svolgeva il censimento, pur non essendo Saharawi. Il mancato accoglimento delle condizione poste dal Fronte Polisario determinerà la paralisi del processo di pace così avviato . Questa interruzione si prolungherà fino alla fine del mandato di Boutros Ghali.
Il resto dell’attività svolta dal Segretario generale da questo momento in poi sarà tutta, o quasi, rivolta a suggerire lo smantellamento progressivo della MINURSO e la sospensione del processo di iscrizione ed identificazione del corpo elettorale, constatata l’impossibilità di trovare un accordo tra le parti (nella nota del 10 marzo del 1994, con la quale il Segretario generale esprime questa posizione è prevista anche un’opzione che sarà ampiamente criticata , vale a dire la possibilità di procedere “indipendentemente dalla cooperazione di una delle due parti”) . Mentre il Consiglio di sicurezza continua a pronunciarsi a favore di “un referendum libero, regolare ed imparziale” per l’autodeterminazione del territorio, il mandato della MINURSO viene prorogato di risoluzione in risoluzione , data la particolare rilevanza riconosciuta al ruolo che, soprattutto il personale civile della missione, può svolgere nel periodo transitorio per “prevenire qualsiasi possibilità di intimidazione o interferenza” rispetto ai responsabili delle commissioni di identificazione.
Eppure, nonostante la fiducia riposta nel lavoro svolto dalla MINURSO, in una nuova nota del Segretario generale dell’8 maggio del 1996 si fa menzione nuovamente alla mancata disponibilità delle parti che non consente di portare a conclusione il processo di identificazione, che pertanto viene sospeso. Il Consiglio di sicurezza approva il 29 maggio del 1996 una risoluzione ricalcata sulla raccomandazione fatta in maggio dal Segretario generale; gli effettivi del personale militare della MINURSO sono ridotti del 20 %, mentre la missione viene comunque prorogata ed il Consiglio si dichiara disponibile ad appoggiare la ripresa del processo d’identificazione degli elettori qualora le parti manifestino “la volontà politica, la cooperazione e la saggezza necessarie” .
Anche gli avvenimenti sinora descritti testimoniano la centralità del ruolo svolto dalle parti coinvolte, il cui consenso è imprescindibile per l’attuazione di qualsiasi intervento, seppure strumentale rispetto al piano di regolamento già approvato; d’altra parte le violazioni del cessate il fuoco seguite immediatamente alla riduzione del personale ONU nella regione , testimoniano l’attività di prevenzione, soprattutto relativamente a possibili violazioni dei diritti delle popolazioni coinvolte, che è capace di svolgere anche una missione di mantenimento della pace .


4.5.4. Il contributo di Kofi Annan e “il metodo Baker”: l’applicazione del piano di pace

La nomina di Kofi Annan a Segretario generale delle Nazioni Unite, fornisce effettivamente nuovo impulso al processo. Nel rapporto del 27 febbraio 1997, il Segretario generale pone tre grandi questioni relative al raggiungimento della soluzione, sino ad allora prospettata, del conflitto del Sahara occidentale: il Segretario generale si chiede se sia possibile portare a compimento il piano di regolamento nella sua forma attuale, se esistano condizioni di regolamento che possano soddisfare entrambe le parti e rendere il progetto attuabile ed, infine, se siano pensabili altri strumenti con i quali la comunità internazionale possa condurre le parti verso la soluzione del conflitto che le coinvolge . In risposta al secondo interrogativo, egli popone l’apertura di una negoziazione che avrebbe potuto accompagnare in parallelo il referendum ed il piano di pace precedentemente elaborato in ambito ONU. Col suo secondo rapporto Kofi Annan modifica l’atteggiamento assunto sino ad allora dalle Nazioni Unite, prevedendo la creazione, accanto a quella del rappresentante speciale, di una nuova figura, quella dell’inviato speciale del Segretario generale per il Sahara occidentale, che avrebbe rivestito un peso rilevante nell’andamento del processo, assumendo le delicate funzioni di valutazione del piano ed elaborazione di strumenti alternativi. L’incarico fu attribuito, non a caso, a l’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, James Baker, già protagonista di altre riuscite negoziazioni. Il Segretario generale proponeva, nello stesso rapporto, una proroga del mandato della MINURSO, seppure nelle condizioni precedentemente stabilite. Le risoluzioni 1108 (maggio 1997) e 1131 (settembre 1997) del Consiglio di sicurezza confermano le suddette proposte .
La missione attribuita a James Baker consiste nel riesaminare la situazione, in consultazione con la parti, per valutare l’applicabilità del piano di regolamento; esaminare la possibilità di apportare delle modifiche accettabili per ambo le parti che possano accrescere la possibilità di un’attuazione più rapida del processo; ed, infine, nel caso di fallimento, suggerire altre procedure possibili. Il metodo utilizzato da Baker nel perseguimento di questi obiettivi, battezzato “metodo Baker” appunto, consiste nell’intrattenere conversazioni separate con le parti per convincerle, infine, ad accettare incontri diretti, durante i quali egli svolge le funzioni proprie di un mediatore, suggerendo termini di merito e regolamento, pur non disponendo del potere di imporre le proprie decisioni né di opporsi alla volontà manifestata dalle parti . I primi incontri indiretti hanno luogo a Londra, tra l’11 e il 12 giugno 1997; Baker incontrerà in conversazioni private le delegazioni marocchina, saharawi, algerina e quella della Mauritania . Le prime negoziazioni dirette hanno luogo a Lisbona il 23 e il 24 giugno del 1997. Il risultato ottenuto è positivo; l’accordo è raggiunto su alcune questioni concrete legate al processo di identificazione. Al nuovo incontro di Londra del 19 e 20 luglio del 1997 le parti convengono nella decisione di non presentare in fase di registrazione del corpo elettorale nessun rappresentante delle tribù contestate (H41, H61 e J51/52) eccetto gli individui già registrati nel censimento spagnolo del 1974 ed i membri diretti delle loro famiglie; è firmato, inoltre, anche un compromesso relativo ai rifugiati ed al ritiro delle truppe marocchine dal territorio. Questi accordi saranno completati a Lisbona il 29 agosto 1997: sono precisate le modalità di ritiro delle truppe della Forza armata reale (F.A.R.) e delle forze armate del Fronte Polisario, mentre viene firmato, in aggiunta, un accordo sui prigionieri di guerra ed i detenuti politici .
L’ultima fase delle suddette negoziazioni si tiene a Houston dal 14 al 16 settembre 1997. Gli sforzi sostenuti da James Baker e la sua capacità di mediazione conducono le parti ad accordarsi sulle condizioni di voto e su un codice di condotta “onesto”, sottoposto ad attenta e costante supervisione delle Nazioni Unite.
Il contenuto dell’Accordo di Houston, riportato nel rapporto 742 del 24 settembre 1997 del Segretario generale, consta degli aspetti seguenti: le due parti riconoscono l’autorità delle Nazioni Unite durante il periodo transitorio necessario all’organizzazione del referendum (questo periodo è compreso tra la fine dell’identificazione dei votanti ed il giorno del voto); il codice di condotta stabilito per la campagna referendaria consiste nella garanzia di un processo elettorale trasparente , accesso equo ai mezzi di informazione, libertà di espressione e di movimento; ritiro delle rispettive truppe militari; accordo sulla liberazione dei prigionieri di guerra, sui detenuti politici e sul rimpatrio dei rifugiati da Tindouf. Per l’identificazione dei votanti, il Marocco rinuncia a presentare una domanda collettiva, consentendo che i membri delle tribù contestate si presentino individualmente alle commissioni di identificazione, mentre il Fronte Polisario accetta le testimonianze orali davanti alla Commissione .
Se si può attribuire la paralisi del processo nel 1995-1996 al Fronte Polisario che rifiuta di esaminare il caso delle tribù contestate, a partire dal 1998 è in maniera evidente la parte marocchina che rallenta il processo, cercando di violare gli Accordi di Houston per la parte relativa al trattamento delle tribù contestate . É una nuova dimostrazione della centralità rivestita dalle parti della controversia, alle quali è lasciato il potere di impedire l’applicazione di un progetto a sua volta oggetto di previo accordo .
Davanti all’impasse provocato dalle richieste marocchine, Kofi Annan decide di rivolgere un nuovo appello a James Baker, con il rapporto 775 del 18 agosto 1998. Un comunicato del 2 settembre annuncia che la commissione di identificazione ha completato il processo di identificazione dei 147.000 facenti richiesta; nel suo rapporto del 26 ottobre 1998, Kofi Annan chiede alla Commissione che si proceda con i casi oggetto di contestazione, mentre alla fine del 1998 si dichiara pronto a pubblicare le liste provvisorie degli elettori. L’opposizione marocchina impedirà la pubblicazione .
Infine, il rapporto del Segretario generale del 22 marzo 1999 nota che le misure proposte nell’ottobre del 1998, ed accettate dal Fronte Polisario l’11 dicembre del 1998, (identificazione dei gruppi tribali, pubblicazione simultanea delle liste provvisorie di elettori, inizio delle procedure di ricorso, ufficializzazione della presenza dell’Alto Commissario per i rifugiati) hanno ottenuto anche il consenso marocchino. In questo momento del conflitto, più che mai, risulta evidente l’importanza del ruolo svolto dal Segretario generale nello sviluppo della vicenda .
É l’inizio della quarta fase caratterizzata dagli ostacoli sollevati dai numerosi ricorsi , presentati soprattutto da parte marocchina . Nel dicembre 1999 si conclude l’identificazione dei tre gruppi contestati, solo pochi dei quali vengono ammessi al voto (2.000 su 51.000 identificati); nuovi ricorsi vengono presentati alla MINURSO (circa 55.000, quasi tutti da parte marocchina). Nel febbraio 2000 la situazione che si offre alle Nazioni Unite è la seguente: 131.000 ricorsi, 95% dei quali da parte del Marocco che pongono come nuovo elemento di prova “una testimonianza orale”, quella dei capi delle tribù sostenute dal Marocco . Il Segretario generale è costretto ad ammettere di non essere in grado di fare previsioni circa il tempo necessario a questa operazione, poiché si tratta, di fatto, di ripetere, quasi integralmente, l’identificazione.
Un ultimo tentativo, con i nuovi colloqui diretti tra Marocco e Fronte Polisario a Londra nel maggio e nel giugno 2000, fallisce.


4.6. Lo stato attuale della vicenda: la necessità di prevenire la ripresa delle ostilità e risolvere definitivamente la controversia nel rispetto della legalità internazionale

In questo clima, matura la volontà del Segretario generale Kofi Annan e del suo inviato speciale, James Baker di trovare un’alternativa al piano di pace; l’ipotesi diventa ufficiale nella primavera del 2000, quando il Segretario generale chiede a Baker di esplorare questa possibilità. Il Fronte Polisario si esprime fin da subito con chiarezza contro qualsiasi alternativa, che rischierebbe di modificare i termini della questione, trasformandola da lotta per la decolonizzazione in una disputa “interna” al Marocco.
Nel corso di colloqui diretti tenuti a Berlino alla fine del settembre 2000, il Marocco si esprime per la prima volta pubblicamente per l’abbandono del piano di pace e si dichiara favorevole ad una soluzione definitiva che tenga conto della sovranità e dell’integrità territoriale del Marocco, nel quadro del processo di decentralizzazione che intende sviluppare a cominciare dalla regione del Sahara occidentale . É, in altri termini, la “terza via” della quale troviamo esplicito riferimento negli ultimi rapporti del Segretario generale, come sorta di “concessione” di un’ampia autonomia al territorio del Sahara occidentale, che passerebbe così, in modo ufficiale, ad essere parte dell’integrità territoriale marocchina ; è la “soluzione politica” proposta dal Segretario generale e ripresa dal Consiglio di sicurezza nella risoluzione 1349 (2001) del 3 aprile. Un altro elemento che si inserisce a chiarire il quadro di questa nuova soluzione prospettata è il fatto che nel rapporto del 24 aprile 2001 il Segretario generale definisca il Marocco “potenza amministratrice”, concetto che stravolge i dati giuridici di fatto, non avendo mai ricevuto il Marocco stesso da parte delle Nazioni Unite il potere ufficiale di amministrare il Sahara occidentale, in quanto Paese iscritto alla liste dei territori da decolonizzare .
A maggio Baker presenta sotto forma di “accordo-quadro” il progetto di autonomia e lo sottopone al Fronte Polisario e all’Algeria; il progetto prevede l’integrazione del Sahara occidentale nello Stato marocchino, con uno statuto d’autonomia per un periodo transitorio di 5 anni, al termine del quale lo status definitivo del Sahara occidentale dovrebbe essere sancito da un referendum al quale potranno partecipare i residenti da almeno un anno, indipendentemente dalla loro origine.
L’accordo così prospettato, e giustificato dall’impossibilità di continuare a perseguire il piano di pace precedentemente apprestato, è stato ed è oggetto di critiche profonde, soprattutto, evidentemente, da parte saharawi. Mentre il Marocco sostiene che la proposta si fonda sulla legalità della propria presenza sul territorio (tesi appoggiata in qualche modo dal Segretario generale, ove egli si esprime rispetto al Marocco nei termini di “potenza amministratrice”), il Fronte Polisario fa presente che quei poteri che il Governo marocchino dovrebbe concedere al Sahara occidentale sono, in realtà, esercitati illegalmente sul territorio occupato.
Nel febbraio 2002 (S/2002/178), Kofi Annan rilancia l’accordo, ponendo il Consiglio di sicurezza davanti alla scelta di quattro alternative: a) applicare il piano di pace anche senza il consenso delle parti; b) applicare l’accordo-quadro rivisto e presentato alle parti come non negoziabile; c) procedere alla spartizione del Sahara occidentale; d) effettuare il ritiro della MINURSO. IL dibattito si sposta, dunque, all’interno del Consiglio di sicurezza, mentre Baker si dichiara convinto che il consenso delle due parti sia ormai impossibile da raggiungere . Il Consiglio di sicurezza, con risoluzione 1429 del luglio 2002, non si esprime per nessuna delle soluzioni prospettate; si dichiara convinto della validità del piano di pace e chiede a Baker di sottoporre qualsiasi soluzione, purché preveda il diritto all’autodeterminazione (ma non c’è più riferimento al referendum, come strumento dell’esercizio di tale diritto). Con la stessa risoluzione il Consiglio si esprime per un’ennesima proroga della MINURSO (31 gennaio 2003). Gli stessi termini si ritrovano nel rapporto 565 del 2003 del Segretario generale.
Il caso in esame è chiara testimonianza del fatto che, per il raggiungimento di una soluzione definitiva, non è sufficiente una manifestazione di volontà formale delle parti della controversia, che si mostrano disponibili a negoziare; quello richiesto alle parti è, invece, un comportamento in buona fede, la volontà effettiva di raggiungere un accordo e di procedere rapidamente all’attuazione dello stesso, astenendosi dall’invocare pretesti dilatori.
Nella situazione attuale, così prospettata, il tema della diplomazia preventiva assume risvolti complessi. Si è detto, sul piano teorico, che la “forza risolutrice” della prevenzione è la capacità di individuare la causa all’origine della controversia, sulla quale intervenire per consentire una soluzione definitiva, che nel caso del conflitto in esame può essere rintracciata nella mancata decolonizzazione e nella violazione del diritto all’autodeterminazione. É opportuno, quindi, in questo caso, chiedersi se ci si stia muovendo verso questa direzione. D’altra parte, bisogna considerare che si ricomincia, soprattutto da parte saharawi, a parlare di ripresa delle ostilità , qualora l’idea del referendum, unico strumento pacifico di risoluzione accettato, venga definitivamente abbandonata.

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Appunti di Viaggio - Marocco-  Arrivo a Marrakech – Agosto 1997 di Umberto Romano

 " Non il primo pullman signore. "

 

Disse l'uomo che puliva le scarpe, in lingua mista tra l'arabo ed il francese, protetto  come noi dal sole, sotto la tettoia dove si attendeva la fermata dell'autobus.

"Perché ? " Gli chiesi.

"E' molto sporco , meglio il secondo, è anche più grande, così avrà il tempo di pulire le sue scarpe , sono molto sporche, ci vogliono solo tre minuti e cinque Diram ."

Mentre parlava, l'uomo mi aveva già infilato sotto il piede sinistro la piccola pedana di legno  e spazzolava velocemente, alternando le diverse sostanze per avvicinarsi al colore delle scarpe.

Era questo il secondo incontro nella città di Marrakech, dopo l'arrivo all’aeroporto con il volo che ci aveva portato da Tunisi. Ricordo, che appena avevamo ultimato le pratiche alla dogana dell’aeroporto sentimmo afferrare, senza averlo chiesto, le nostre valigie .

"Tassì signore, carico io i bagagli."

Era la solita ressa per accaparrarsi il cliente, questa volta però non facemmo resistenza, eravamo stanchi ogni volta di fare discussione sul prezzo, così risposi di sì a condizione che avesse il tassametro, il tassista annuì e cosi ci facemmo accompagnare all'albergo che avevamo prenotato.

Questi erano i primi due incontri che avevamo avuto in Marocco Patria di Jammilla, eravamo a Marrakech una delle quattro città Imperiali insieme a Fès, Meknès e Rabat.

Ci  spiegava Jammilla (la nostra guida), mentre stavamo attendendo l'arrivo dell'autobus, che l'importanza della città era dovuta alla sua posizione geografica, situata nel punto di convergenza tra il  nord e il sud del paese non lontano dal Sahara e dall'oceano Atlantico. E' un nodo viario di rilievo, da cui si diramano le strade per Agadir, Casablanca, Fès  o Meknès.

 Inoltre Marrakech guarda il versante montano, aprendosi in direzione del Sahara attraverso il Tizi n-test e il Tizi n-tichka.

Ma il vanto più importante di questa città era quello di avere dato il nome a tutto il paese. Presumibilmente la sua fondazione risale al 1070.

Grazie alla rilevanza della sua storia , Marrakech si trova ad essere uno dei maggiori luoghi turistici del Marocco.

Jammilla continuava dicendo, che se la città nuova presenta un certo interesse, è soprattutto all'interno della Medina che si possono ammirare i monumenti, testimoni dello splendore di questa città. Il periodo migliore per programmare la visita è da  novembre a maggio poiché il sole è sopportabile.

 

"L'autobus è arrivato. Chiedi a quale fermata dobbiamo scendere per prendere un calesse, così possiamo iniziare la visita della città."

 

Il calesse era il mezzo migliore per potersi spostare nella città vecchia,  così seguimmo il consiglio del portiere dell'albergo.

Carmine salì davanti con il cocchiere,  mentre io e Jammilla ci sedemmo sul sedile posteriore.

 

"Fallo andare piano" Dissi rivolgendomi a Carmine. " Così potremmo meglio gustare il paesaggio."

 Jammilla conosceva molto bene  questa città e non aveva difficoltà ad illustrarci gli aspetti della sua storia.

 

La prima struttura imponente che ci veniva davanti era il minareto della Kutubiyya, che rese celebre l'omonima moschea caratterizzata da un architettura e da un apparato decorativo imponente. Questo minareto risalente alla  dinastia degli Almohadi, ricorda , per la sua forma, la torre Hassan.

“La torre è costituita da sei vani sovrapposti." Continuava a spiegare Jammilla. " attorno ai quali sale una scala con lieve pendenza sino al cammino di ronda. La cupola di coronamento è sovrastata da tre grandi sfere di rame dorato. Per concludere, questo minareto caratterizza l'orizzonte come la torre Eiffel a Parigi o la torre di Pisa in Italia."

Intanto eravamo arrivati nei pressi della piazza , Place Jamaa el-Fna, e Jammilla propose di scendere dal calesse per avventurarci a piedi nella piazza.

"E' la maggiore attrazione turistica della città ." 

Gridò Jammilla , per farsi sentire nel trambusto e nel miscuglio di rumori che c'erano nell'aria.

"Costituisce il centro della vita cittadina, e di quanti vengono dai villaggi vicini e dalle montagne dell’Atlas, ed è perennemente animata.

L'animazione raggiunge l'apice alla fine del pomeriggio."  Continuò, gridando Jammilla. "Quando narratori, incantatori di serpenti, mangiatori di fuoco e di spade, danzatori, acrobati, musici, contorsionisti, domatori di scimmie , scrivani e cavadenti richiamano ogni giorno folle curiose ed entusiaste  che si dispongono in circolo per assistere a questi spettacoli."

La piazza era circondata da botteghe, caffè e ristoranti  che creavano un ambiente variopinto, caratterizzato anche dalla varietà delle merci esposte e dai profumi delle bevande e dei cibi tipici offerti per pochi diram agli avventori.

 " Il modo migliore per integrarci in questa atmosfera, prima di entrare  a visitare la città vecchia,  penso che sia quello di bere un tè caldo alla menta in quel bar di fronte." Propose Jammilla, e senza esitare accettammo la proposta seguendola.

Finito il breve ristoro ci addentrammo nella Medina per visitare i souk da una delle porte che davano sulla piazza.

"L'animazione della Medina è sorprendente. Il quartiere dei souk è raggiungibile sia dalla Rue des Potiers, sia dalla Rue des Epiciers."

 Tuonò Jammilla mentre continuava la sua illustrazione.

" Dalla porta in fondo si entra nel souk Semmarin, occupato dai mercanti di stoffe. Nelle adiacenze, una viuzza fiancheggiata da botteghe di speziali conduce alla Rabba Kedima che fu per lungo tempo un importante mercato di cereali e di schiavi. Questa piazza è circondata dal souk della lana e dal mercato delle pelli di montone. Successivamente, s'incontrano,  uno di seguito all'altro, il souk Zerbia e il souk degli orefici. E qui io, devo fermarmi un po’ a vedere se trovo un paio d’orecchini "  Disse Jammilla.

Io seguii Jammilla dentro la bottega, mentre Carmine si avventurò in quella vicina che dava in un porticato interno dove in sequenza erano esposte cianfrusaglie vecchie e nuove, ornamenti di ferro e d’argento dei popoli Berberi, collane, bracciali e delle pietre con all'interno dei fossili.

 Intanto Jammilla ci aveva raggiunti e proseguimmo nella nostra visita nelle immediate vicinanze dove sorge la qissariah.

In questo posto si può trovare di tutto, dai prodotti moderni a quelli artigianali, tra poco la strada si restringe e ci avventuriamo al souk degli artigiani. Qui si possono vedere all'opera pellettieri, fabbricanti di babbucce,  sellai, fabbricanti d’oggetti in legno, cordai e fabbricanti di vasellame in ottone. Nei pressi del souk Ararines si trova il souk dei tintori.

Intanto la visita si rivelava sempre più interessante . Le matasse appena tinte erano appese ad asciugare su lunghe canne da una parte e dall'altra della strada. Ne veniva fuori uno spettacolo ricco di colori. Intanto la viuzza scoscesa ci conduceva alla Moschea e alla fontana Mouassin. Mentre l'altra strada, ci spiegava Jammilla porta al souk dei Chouari e al souk degli Haddadin.

Intanto Carmine ci ha invitato ad andare a mangiare, non vedeva l'ora di assaggiare "La Tajine" piatto tipico berbero, di cui tanto ci aveva parlato Jammilla.

" Ritorniamo nella piazza Jamaa el-Fna,  ai bordi vi è un  ristorante buono ed economico, così potrete gustare il kus-kus e la tajine." Disse Jammilla.

La strada che portava a Jamaa el-Fna costeggiava la zaouiya di Sidi ben Slimane el-Jazouli, una graziosa costruzione d’epoca sadiana circondata da varie istituzioni pie.

A questo punto la visita della Medina, parte del nord della città, che comprendeva i souk  terminava nella piazza Jamaa el-Fna.

L'arredo del ristorante era particolare, intorno al tavolo centrale rotondo, al posto delle sedie vi erano delle panche lunghe con sopra cuscini colorati, l'ideale dopo avere mangiato per fare una breve siesta in attesa che la temperatura , che aveva raggiunto 40 gradi scendesse

 "Ordiniamo tre cose diverse così potremmo assaggiarle tutte e tre." Propose Jammilla.” Naturalmente qui è come a Tunisi, non c'è  la pasta, vi consiglio il kus-kus,  le tajine con polpette di carne, pomodoro, cipolla e uova e l'altra con carne di montone patate e piselli. Sono buonissime se a questo aggiungete uno  zafferano e del peperoncino piccante."

La tajine era un cono rovesciato di terracotta composta da due elementi, la base circolare formava il piatto, mentre il cono rovesciato era il coperchio. La cottura avveniva con il vapore che si creava all'interno; il tutto era cotto a fuoco lento sulla brace di carboni accesi, dopodiché  la pietanza era servita nella stessa tajine ancora bollente. Ci spiegava Jammilla che la Tajine molto diffusa tra i villaggi berberi poteva essere cucinata in decine di modi diversi.

"Domani potremmo fare un escursione in uno dei villaggi berberi nei dintorni di Marrakech o   andare al villaggio di Tameslouht oppure ad Asni o Imlil, altrimenti nella valle dell’Ourika per visitare  le cascate."

Disse Jammilla mentre stavamo sorseggiando  l'ottimo tè caldo alla menta.

 

" Pare che nelle montagne vi siano  i fossili che hai comprato stamattina nella Medina."

" A che ora si parte ."

Chiese subito Carmine , smettendo di bere il tè.

"Perché ridete?"  Continuò Carmine. " E' forse uno scherzo."

" No,  non ho scherzato." Ripeté Jammilla . "Considerato che ci vuole

un’ ora e mezzo per raggiungere il primo villaggio della valle ed  altre  due per raggiungere le cascate, conviene partire domani mattina alle ore 7,00.

Fu lo squillo del telefono a farmi sobbalzare, mi ero appena addormentato.

" Scendi, si è fatto tardi,  o ti sei pentito ad accompagnarmi?" Disse Jammilla.

" Sto scendendo!"  Risposi mezzo addormentato.

Eravamo sulla strada che conduceva nella parte più vecchia della Medina, a quest'ora i souk non erano affollati e quindi attraversarli risultava piuttosto facile, Jammilla mi aveva preso per mano conducendomi con sicurezza per strette viuzze.

Mentre attraversavamo questi labirinti, le donne al nostro passare, sedute immobili, si coprivano il viso, e spiavano da dietro lo scialle, incuriosite dalla nostra disinvoltura e dai vestiti. Jammilla per l'occasione aveva indossato un vestito nero lungo, tipico delle donne del Sahara con lievi ritocchi che ne facevano un vestito elegante europeo.

Entrammo da un vicoletto , largo un metro,  Jasmine, era questo il nome della cugina di Jammilla.

Le stanze erano uno di seguito all'altra, non c'era nessun corridoio .

Vivevano in dieci in tre stanze ed una piccola cucina, il bagno composto solo dal water e dal lavandino era  stato ricavato fuori nel vicolo d'ingresso.

Questa  casa era dei suoceri, e Jasmine insieme ai suoi due figlioletti, la cognata con altri due figli , due cognati non ancora sposati e i due suoceri viveva insieme a loro. (Erano in dieci in tre stanze.)

Le regole di queste famiglie, imponevano che le mogli, quando non c'erano i mariti, dovessero abitare con i suoceri, diventando così parte integrante della famiglia senza una propria autonomia .

Nell’attesa della cena ci servirono il tè alla menta ad usanza del Sahara.  La tradizione voleva che fosse servito tre volte , perché il primo bicchiere è forte come la vita,  il secondo dolce come l'amore, il terzo soave come la morte.

La richiesta fu accettata, e appena la bevanda fu pronta, Jasmine presa la teiera, e dall'alto in un gesto preciso, versò la bevanda dentro un bicchiere di vetro. Da questo in un altro e poi in un altro ancora, uno, due, tre, quattro volte fino a  quanto la schiuma non fu bella alta.

Mentre loro continuavano a parlare, io guardavo la stanza, la luce veniva dalle finestre ricavate in alto a pari del soffitto in modo che da fuori non si potesse guardare dentro, a terra c'era pieno di tappeti, e tutt'intorno nelle stanze c'erano solo divani, che la sera diventavano giacigli per dormire. Si dormiva almeno in cinque per ogni stanza, gli uomini da una parte, le donne dall'altra divisi da una tenda, non vi erano porte interne.

Per cena, avevano portato un grosso piatto circolare, a base di riso di semola, zucchine, carote, cipolla pomodoro, zafferano, pomodori con sotto carne di montone. Il tutto emanava  un buonissimo odore ,  per me avevano portato, come posate, un cucchiaio, mentre loro mangiavano con le mani, ognuno in  un angolo dell'unico piatto.  Intanto era arrivato uno dei figli del padrone di casa, con ciambelle di pane appena sfornato.

Era uso che nelle case, naturalmente quelle più povere , ognuno preparasse l 'impasto con farina e lievito, e dopo si andava  presso i forni comuni di quartiere per infornarlo, naturalmente pagandone  il fitto con poche monete, e così potevano mangiare il pane caldo , a poco prezzo.

Il montone era tenerissimo ed ognuno ne prese un pezzo con le mani, dopodiché portarono una grande cesta piena di frutta fresca, tra cui banane, mele, pere. Ed un piatto con dentro, fatti a pezzetti,  cocomero e melone. Era questo il pasto molto nutriente e facile da servire. Erano abolite le posate ed i piatti singoli.

La cena terminò con il tradizionale tè alla  menta, e dolci fatti in casa a base di cocco…. 

L'organizzazione della vita notturna nella Medina era animata soltanto da piccoli gruppetti di giovani seduti a parlare o a fumare oppure a guardare passare qualche turista che aveva perso la strada, o che si era avventurato, per provare l'emozione del pericolo notturno. Non era molto consigliabile attraversare a tarda ora le strette viuzze della casbah, si poteva incappare in qualche ubriaco, o ladruncolo. La polizia ,di notte, interveniva solo se era chiamata.

Dalla piazza Jamaa el-Fna per rientrare in albergo decidemmo di prendere un calesse; ci voleva circa un ora,  la serata era piacevole, soffiava un fresco venticello e sul calesse chiudemmo gli occhi per meglio goderci quel miracolo notturno, considerato che durante il giorno si erano toccate punte di 40 gradi di temperatura.

Era questo il miracolo di questi posti, il giorno molto caldo e la sera fresca. Alcune sere si doveva dormire anche con le lenzuola.

Il giorno dopo - Escursione nella valle Ourika 

" Dove sta andando tutta questa gente a piedi, c'è qualche festa in città?"

Gridai rivolgendomi e Jammilla, mentre stavamo percorrendo in macchina la strada che andava da Marrakech alla valle dell' Ourika. La campagna lungo la strada era circondata a tratti da distese di piante di fichi d'India, che si alternavano con palmeti circondate da piccole macchie di deserto,  aranceti non molto coltivati ed uliveti, prevalentemente situati all'interno di grandi recinti fatti da muraglie di pietre a secco all'interno delle quali si intravedevano vecchie grandi ville padronali. Inoltre lungo la strada incontravamo gruppetti di persone vestite con abiti lunghi.

Erano pastori e contadini  berberi che scendevano dalle montagne e si recavano nelle città vicine per vendere, o scambiare la propria mercanzia  nei mercati che si tenevano in piazza.

Tutto questo ci veniva illustrato da Jammilla, mentre stavamo continuando il nostro viaggio a bordo della Renault 4 presa in fitto.

"Fermiamoci là" Dissi, interrompendo Jammilla dalla sua illustrazione. "Là, dove c'è tutta quella gente intorno a quella fontana, voglio bagnarmi il viso."

C'erano decine di donne con bambini,  legati  all'interno di grandi foulard sulle spalle, ed uomini a bordo di carri di legno tirati dai muli o in sella agli asini. Erano lì per una breve sosta per dissetare gli animali e ristorarsi anche loro riempiendo le brocche che sarebbero servite per il viaggio. Questa breve sosta serviva anche per scambiare qualche parola ed attingere informazioni sui prezzi delle mercanzie composte per lo più da pelli di montone, piccoli oggetti d'artigianato locale , secchi di noci, di mele e prugne, ed altra roba all'interno di grosse sacche di tela .

"Compra un po’ di mele e prugne, così potremo mangiarle durante il viaggio, in questo periodo sono mature al punto giusto, e poi queste vengono dalla montagna, non hanno avuto alcun trattamento di pesticidi, come si usa trattare la frutta nei vostri evoluti paesi europei."

Jammilla aveva fatto una giusta allusione, infatti da noi in Italia, ma anche in Francia ormai, era difficile trovare della frutta che maturava , senza che avesse avuto uno o più trattamenti antiparassitari a base di veleno, nocivo sia per le persone che per il sistema di equilibrio naturale.

Un  particolare che notai lungo la strada erano i gruppi dei ragazzi che stavano seduti ai bordi delle strade a guardare il passaggio delle macchine, vicino a dei capanni fatti di canne, all'interno dei quali erano posate delle grosse anfore di terracotta piene d'acqua che serviva per dissetare i viandanti.

Naturalmente laddove non vi erano i recipienti di terracotta c'erano i venditori di acqua, personaggi caratteristici con vestiti particolari colorati ed un grande cappello ornato di piccoli campanelli .

Ma se qui avevano un ruolo reale per dissetare la gente, nelle grosse città diventavano attrazione per i turisti, si mettevano in posa per farsi fotografare, naturalmente solo dietro compenso .

In questi paesi o la gente non si faceva fotografare, oppure chiedeva in cambio del denaro. Era anche questo un modo dell'arte d'arrangiarsi.

 "Rallenta ! Rallenta un pò, che voglio vedere cosa vende in quella cassetta quel vecchio vicino al  capanno.

Alì, anche quella volta con molta pazienza rallentò e fermandosi, chiamò l'uomo, che dagli abiti sembrava provenire da uno dei villaggi berberi sparsi in quel territorio,  E dopo averlo salutato col rituale saluto in nome di Allah, si mise la mano sul petto, dalla parte del cuore, gli si rivolse chiedendo cosa avesse negli involucri di giornale dentro la cassetta . L'uomo non se lo fece ripetere due volte, prendendone uno.

"Ma sono pietre con dentro fossili? E quante ne ha!"

E senza chiedere il permesso, dopo avere esclamato, mi tuffai dentro la cassetta e mi misi ad aprire gli altri involucri per vedere il resto. Ce n'erano di tutte le dimensioni, alcuni avevano dentro anche due trilobiti di era paleozoica.

 "Domanda quanto costa uno."

"100 diram." Rispose Alì.  "Ma se ne compri più di uno ti fa un buon prezzo, tu guarda e scegli quello che vuoi, e fagli un offerta."

 "Vanno bene 200  per tre pietre?"  Alla mia offerta  l'uomo senza farselo ripetere due volte prese le  pietre che avevo scelto e me le porse.

 Ripreso il viaggio, ci si presentò davanti agli occhi uno spettacolo bellissimo. Avevamo lasciato il bivio che conduceva a Quarzazate, ed avevamo iniziato a percorrere la valle dell' Ourika. Ai lati eravamo circondati da due catene di montagne altissime mentre nella valle scorreva un ricco torrente d'acqua. Ma più si saliva e più lo spettacolo cominciava a presentarsi interessante man mano che si cominciavano a trovare le prime case. Naturalmente la prima struttura che incontrammo sulla strada, nascosta in parte da due grandi alberi di cedro, era una imponente Moschea costruita in pietre bianche e grigie , con infissi in legno di noce .

 Sia le pietre che il legno di noce provenivano dal luogo, le une raccolte nel vicino torrente,  l'altro ricavato dagli alberi che c'erano nella zona.  Le case erano costruite con blocchi di argilla preparati sul posto e messi ad asciugare al sole. 

Alì mi spiegò che qui ogni  famiglia del villaggio preparava per conto suo i blocchi di argilla poiché non c'era chi li fabbricava e poi li vendeva, era tutta un organizzazione creata all'interno del villaggio.

 La cosa che più mi colpì era la strategia di ubicazione delle case. Erano sistemate in modo tale che ognuna avesse un accesso sulla strada ed un altro sul torrente.

Il torrente era la maggiore fonte di vita. Era lì che, infatti ,  si prelevava l'acqua per  la casa,  si lavavano i panni, si pascolavano i piccoli greggi  dei pastori del villaggio, si faceva il bagno. 

A proposito, un particolare che mi aveva fatto sorridere era che nel torrente avessero organizzato tante piscine,  infatti ogni poche decine di metri erano state alzate piccole muraglie a secco con grandi pietre che ostruivano il corso del torrente creando così tante piccole dighe. Il sistema era quello dei laghi costruiti dai castori.

E poi la cosa più bella erano le numerose persone di tutte le età che vi bivaccavano dentro in sosta nei tratti dove non passava l'acqua . 

 Naturalmente oltre alla vita nel torrente vi era quella lungo la strada che attraversava il villaggio. La maggior parte delle persone, quelle più adulte, stava sedute davanti a piccoli chioschi adibiti a punti  di ristoro dove si consumava il tè alla menta e si vendevano bibite.

Un particolare che mi faceva rabbia erano le decine di insegne di "Coca Cola" inchiodate ai muri e sugli alberi . La società del  consumismo, modello di tipo  americano, era arrivata anche qui.

"Vogliamo fermarci? E' quasi mezzogiorno, io oltre a sentire caldo in macchina, sento  un leggero languirono allo stomaco. E poi ho voglia di farmi prima un bagno di folla in mezzo al folklore di questa gente, e dopo  nel torrente."

Mi era venuta voglia dopo avere visto i ragazzi che si tuffavano da sopra le pietre in acqua.

"Che cosa ne pensate se nell'attesa di fare il bagno ordiniamo delle tajine, magari con del montone o delle polpette ed uova con tanta buonissima cipolla?"

Sentivo già il languore in bocca, e vidi subito Jammilla sorridermi e dirigersi  in direzione del ristorante all'aperto che  era al bordo della strada.

"Abbiamo mezz'ora di tempo e poi ci porteranno le tajine giù nel torrente, per l'occasione ai margini sistemeranno dei tavoli di legno con un ombrellone  costruito con delle canne di bambù."

La notizia ci riempì di gioia  tutti, compreso i  due ragazzi che ridevano tra di loro.

Avevo ingoiato in fretta bruciandomi la lingua. La tajina era stata servita nel suo recipiente di terracotta, ancora bollente, ed io l'avevo divorata sotto gli occhi di Jammilla, e di  Alì. Mi capitava di mangiare così in fretta, non tanto per  fame , ma per lo stato nervoso in cui mi trovavo, era anche questo un modo per riempire i vuoti che avevo dentro.

E fu con questi pensieri e le immagini che scorrevano davanti agli occhi mentre salivamo su per la vallata, che mi addormentai cullato dal movimento della macchina  sballottata dalle buche che c'erano sulla strada sterrata mentre eravamo sulla via del ritorno…

 

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Appunti di Viaggio di Umberto Romano Arrivo nell’aeroporto di Tunisi (Aprile 1995)

Il brusco atterraggio provocato dalla pista bagnata dell’aeroporto, e le grida del mio compagno di viaggio, preoccupato dallo sbandamento del­l'aereo, mi destarono. Mi accorsi così che eravamo già in Tunisia a Tunisi.

Dopo avere espletato gli adempimenti di dogana, ci facemmo accompagnare da un tassista all'albergo  dove erano state prenotate delle stanze. 

 

 Dall'interno dell’auto , le prime immagini che scorrevano davanti ai nostri oc­chi, erano le scritte delle insegne e delle indicazioni stradali  bilingue, arabo e francese, particolare che colpisce subito chi arriva per la prima volta in questi posti. Sono le ultime tracce  del periodo del colonialismo francese, e dei legami che questo paese, e non solo questo, ha ancora con la Francia.

        Ero venuto in questo paese, non solo per distrarmi ma anche per pre­sentare l'ultimo mio libro, una raccolta di poesie ispirate a questi posti.  

   

      Fu la voce del megafono della moschea vicina all'albergo, inneg­giante ad Allah: " Allahu akbar", che mi procurò un brivido lungo la schiena.  L'ora della preghiera pomeridiana. Ogni volta che ascoltavo quel grido, avevo come l'impressione che l'aria intorno si gelasse, come se tutto si fermasse, non un rumore. Dava una forte carica emotiva, di paura e di coraggio. Era il richiamo al popolo musulmano per la preghiera, ma  anche un momento d'incontro, un'occasione per discutere.

  Fu lo squillo del telefono a distogliermi. Era Angela, l'amica siciliana, orga­nizzatrice della manifestazione di presentazione del mio libro, si trovava qui a Tunisi per un corso di studi sulle donne del Maghreb.

    La conobbi nella città di Palermo,  nel corso di una manifestazione pacifi­sta, contro la guerra del Golfo. Incuriosita dalle mie argomentazioni a favore dei popoli del nord dell'Africa, volle conoscermi, e così le parlai delle emozioni che avevo provato durante il mio recente viaggio in Tunisia, e del fatto che avevo intenzione di tradurre il mio ultimo libro in lingua araba. Nac­que così la nostra amicizia e lei si offrì, conoscendo bene la lingua araba, di tradurre il  libro. Fu così che ci venne l'idea, a lavoro ultimato, di presentare il libro in Tunisia, nella sede di un centro culturale “Tahar Hadded” nella città di Tunisi.

   

   Dopo un ora ero già in strada, per recarmi all’appuntamento.

  E’ straordina­ria la somiglianza dell'espressione dei volti di questa gente, se penso ai visi scuri, dalla pelle cotta dal sole, dei contadini del Sud d'Italia. Questa gente non mostra  un’età ben definita, ha lineamenti che ingannano,  non c'è troppa differenza tra il viso di un uomo dell'età di 30 o 50 anni, sembrano tutti uguali, stanno  seduti davanti al bar sotto il sole come tante lucertole immo­bili, sono quasi tutti uomini, intenti a fumare nell'apposito contenitore di vetro, tipo ampolla, ed a  sorseggiare la solita tazza di tè alla menta. A guardarli,  sembra di avere di fronte la gente di campagna del mio paese, sarei tentato di rivolgermi a loro nella mia lingua dialettale. Non lo faccio, tanto non capi­rebbero. E poi romperei l'atmosfera e l'illusione di stare nei miei luoghi natii.

 

       Ero così preso dalle immagini e dai pensieri, da non accorgermi che stavo camminando a zonzo, senza guardare le vie che stavo attraversando.

Fu il suono del tamburello di un vecchio, a portarmi alla realtà, e guardato l'orologio mi accorsi  subito di essere in lieve ritardo all'appuntamento con Angela. Così dovetti affrettare il mio passo per recuperare il tempo che avevo perduto.

     In questi paesi è normale non lasciarsi prendere dalla frenesia, il tempo ha un altra dimensione, nessuno ha fretta, e poi fretta per andare dove? Ogni volta che ritornavo in questi posti mi adeguavo all’interpretazione del con­cetto del tempo, è tutto relativo, l'attesa è un modo per far passare le ore del giorno. Ma nel caso in cui l'appuntamento è con un altro europeo come me ,  la regola non vale. E quindi mi conveniva affrettarmi per giungere in tempo all'appuntamento con Angela.

      La notai subito,  davanti ad uno di quegli splendidi palazzi pittoreschi, con i suoi grandi occhi neri, abbronzantissima e affascinante come sempre, sem­bra una di loro, integrata nello scenario di questa splendida piazza, dai colori vivaci e rosei, con i suoi palazzi  che sembrano impenetrabili  all'occhio umano e dall'aspetto misterioso , le finestre sono sbarrate all'esterno con una protezione a griglia tipo nido d'ape, che permette di vedere dal di dentro, senza essere visti da chi è fuori. I colori delle case sono tutti quasi bianchi ad eccezione dell'azzurro degli infissi.

 

         Angela aveva ragione, ritornare qui mi aveva fatto bene. Anche se non era la stessa cosa della volta precedente. Intanto c’eravamo già addentrati per le vie della Medina.

      C'era una strana quiete tra la gente, ferma , seduta in silenzio, sembra quasi che non sappiano quello che potrebbe accadere  per la vicenda della Guerra in Irak,  oppure sa e aspetta rassegnata, cosciente di non poter far altro che aspettare. E' vero sì, che questo era un gran momento per loro. Ma potrebbe essere anche la fine del sogno della gran rivincita. Verso chi?

 

   Solo gli anziani ricordano ancora le sofferenze del periodo del colonialismo francese. Dell'umiliazione di aver dovuto studiare, come lingua principale , la lingua francese. Da allora gli abitanti di questi paesi non si erano ancora scrollati di dosso tutto ciò che li legava ad un brutto passato. Stavano ancora aspettando il gran momento. Quello dell’indipendenza totale del mondo musulmano, dall'influenza dei Paesi Occidentali.

 

 Il giorno dopo stavo di nuovo attraversando le vie della Medina per recarmi al Centro Culturale, tra i Souk e gli odori dei diversi incensi che ammorbano l’aria. Arrivato,  ero rimasto colpito oltre che dal canto di un  coro di  ragazzi  che facevano delle prove, che  emanava  una  melodia dolce,  come se le parole venivano dal di dentro fino a  strozzarsi in  gola,  per poi liberarsi in aria riecheggiando  nelle  stanze ricavate  nella roccia. I muri erano  ornati  di splendidi tappeti  e scialli dai colori caldi e forti.

  Dopo la cerimonia eravamo rientrati in albergo e dopo essermi dato una rinfrescata  e cambiato i vestiti ero sceso nella sala d'attesa  per aspettare il resto della comitiva che sarebbe venuta con noi per andare a cena . Avevo socchiuso gli occhi e ripensavo al  breve incidente capitatoci la mattina:  Ero andato  insieme a Carmine ed Angela,  dopo  avere  fatto colazione  a base di latte, burro e miele, al mercato  ortofrutticolo di  Tunisi; non vi dico la gioia provata mentre entravo, ascoltando  le grida di bando per la  vendita della mercanzia, un suono familiare per le mie  orecchie. Un  suono diversificato, e  nello  stesso  tempo articolato  come  se ci fosse un maestro d’orchestra  a  guidarli. Dicevo  familiare, pensando ai miei zii e a mio padre ,  quando  al mercato  del mio paese gridavano allo stesso modo. Pubblicizzavano ognuno la  propria merce: " pummaroli! pummaroli! patate! patate!".

 

  C'erano tutti a comprare ed a vendere dai  più  ricchi,  alla ricerca  delle  pietanze  sfiziose, ai più poveri  a  vendere  il proprio prodotto, dalle uova all'origano, ai fichi secchi  riempiti di  noci, alle cipolle legate a trecce, al formaggio e  le  ricotte indurite  cosparse  di pepe rosso , ed i  filari  di  peperoncino rosso  piccante.  Era  anche  questo il nostro Mediterraneo,  la  nostra  cucina povera e ricca di sapori.

 

      Preso  com’ero, dalle immagini e dai suoni, tolsi  dalla borsa  la telecamera e cominciai a filmare le scene del  mercato, cercando di  riprendere quelle più curiose. Molte delle persone che vendevano  approfittavano,   con  la  scusa   di   mercanteggiare sul prezzo dei loro prodotti, per parlare  con  noi  stranieri   chiedendoci   la provenienza.  La curiosità di questa gente, era dovuta dal fatto che molti di loro conoscevano  altri Italiani,  presenti in  questo paese, per motivi di lavoro o addetti al  Consolato,  e spesso attraverso di loro si potevano  mettere in contatto  altre persone, magari anche conterranei e  gli incontri avvenivano nello stesso mercato. Così facendo si sentivano utili ed importanti.  Era anche questo momento di comune mediterraneetà.”

                                              

" Forza Maurizio! Sveglia, sono arrivati i nostri amici. Hai visto

chi c'è ?"

 Disse Carmine continuando a scuotermi , indicandomi con lo sguardo l'ultima persona in fondo al gruppetto che stava entrando nell'albergo.

 

Era Amel, una delle giornaliste conosciute durante l’iniziativa al centro culturale, era venuta anche lei, la cosa a me faceva piacere, un po’  meno ad Angela che mi lanciò occhiate di disapprovazione.

 

La serata trascorse allegramente, mangiammo molto ed a base di cucina tunisina, gustandoci alla fine un ottimo te ai pinoli.

 

  "Quando ripartite per l'Italia?" Esordì Angela,  rivolgendosi a me.

 

  " Non subito, vorremmo approfittare della permanenza in Tunisia, per andare un po’ in giro fino al sud del deserto."

 

  " Avrei una proposta da farvi ." Disse Amel introducendosi nella discussione.

 

  " Io devo recarmi cinque giorni in Marocco a Marrakech, prima di rientrare in Francia, perché non venite, così avrete la possibilità di conoscere la bellezza esotica di questa splendida città?"

 

   La proposta mi sembrava allettante. Avevo sempre sognato di andare a visitare  il Marocco ed in particolare Marrakech, però la decisione aveva bisogno dell'approvazione di Carmine e d’Angela.

 

  " E' una bell’idea, perché non vieni anche tu?"

Carmine , con la sua solita immediatezza, ci anticipò tutti, e rispose subito rivolgendosi ad Angela.

 

" Allora quando partiamo?"

 

Carmine non stava più nella sua pelle, voleva partire subito.

 

" C'è un volo domani alle 14,00 per Marrakech" Rispose Amel.

 

" Se ci sono i posti liberi possiamo partire domani stesso "…….

 

 


 

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 Villaya di Tindouf – Deserto Sahara Algerino – Incontro con il popolo Sahrawi. Dicembre 1998

    Il mattino dopo l’arrivo, non erano passate che poche ore e già alle sette, quando fuori ancora era buio, il rumore roboante del motore dei camion mi aveva svegliato.  Non mi ero ancora reso conto del luogo in cui mi trovavo, considerato che, il mattino prima, ero in un soffice letto a casa mia. Ma, non ci misi molto a capire dov’ero, quando sentii le prime voci provenienti dall’esterno, una lingua non comprensibile, era il caso di dirlo: “era proprio arabo”.

 

    “Sveglia! Bisogna fare colazione subito, e poi si parte per il villaggio di Dahla.”

 

 Era stato uno dei compagni di viaggio a riportarmi alla realtà, entrando nella fredda tenda, e mentre gridava aveva acceso la luce.

  

    Eravamo tutti stesi a terra sui materassi rannicchiati nel sacco a pelo, infreddoliti. Era stata la prima notte nel deserto di Tindouf a Rabuni, penso che fuori la temperatura fosse stata non superiore ai  2°.

Prima di partire ci portarono a fare colazione, la temperatura era ancora fredda, mentre i primi raggi di sole si stavano affacciando sulle mura del piccolo insediamento di Rabuni, sede della residenza del governo della RASD.  Qui,  in questa zona di Tindouf, vi era uno dei pochi piccoli insediamenti fatti in muratura e gli altri, distanti pochi chilometri, erano adibiti a scuole ed ospedali. I restanti insediamenti, dove viveva il glorioso popolo dei Sahrawi, quella parte che era riuscita a scampare all’aggressione dei marocchini, insieme alla nuova generazione nata in esilio, abitavano nell’immensa distesa di tendopoli delle villayas.

     Da come si presentava l’insediamento, si capiva subito che era un ex fortino, circondato da mura di argilla secca, alto tre metri. All’interno era stata organizzata la cucina e la sala mensa in una grande camerata, altre erano adibite per ospitare le delegazioni che venivano per incontrare i rappresentanti dei Sahrawi. La cosa che colpiva l’occhio, non abituato, erano le due grandi tende nere posizionate al centro che sembravano due piccoli crateri. Venivano usate per le manifestazioni e per bere il tè offerto dalle donne Sahrawi e  anche per ripararsi dal sole tra una sosta e l’altra. Era come una grande piazza, luogo di ritrovo di  tutti, all’arrivo ed alla partenza. Oltre che in aereo, si facevano qui i primi incontri tra i componenti delle delegazioni e i primi Sahrawi che gestivano il fortino.

   

     Il programma del mattino prevedeva la raccolta di tutti i partecipanti al volo.

Ci divisero  in due gruppi, per essere destinati ai campi. Un primo gruppo di cento persone fu destinato a Dahla, per un tragitto di cinque ore di viaggio. Gli altri erano diretti alle willayas più vicine, (El Ajoun, Smara, Dora ecc..), a circa un’ora di viaggio.

  

 Eravamo una carovana di cinque camion più un sesto dove erano stati caricati i bagagli e due jeep. Su una delle due venne ospitato Giorgio Fornoni (fotoreporter internazionale)   con i suoi due amici giornalisti, venuti apposta per fare un servizio sui Sahrawi.

    Ci sistemammo, in numero di 25, a bordo del nostro camion, seduti l’uno di fronte all’altro, destinazione Villana di Dahla.

 

Breve cenno sulla storia dei Sahrawi

 

"Essi derivano dalla fusione di tribù berbere e beduine autoctone e di elementi arabo–yemeniti, arrivati nel Magreb fino al 1300. La lingua parlata è l'hassanya, dialetto arabo tipico di molte popolazioni del  Magreb.

 Vivevano in una striscia di terra, del Sahara Occidentale che si affaccia sull'Oceano Atlantico, tra il Marocco e la Mauritania. Alla fine della dominazione spagnola, nel 1975, i Sahrawi hanno subito l'aggressione di questi due paesi. Parte di loro ha trovato rifugio nel deserto algerino. Dopo anni di guerra la Mauritania ha rinunciato, mentre il Marocco, attratto dai ricchi giacimenti di fosfati e dalle coste molto pescose, non ha inteso mollare, nonostante l'opera di mediazione dell'ONU. In tutti questi anni la gente sta vivendo in un arido deserto, sopravvivendo soprattutto grazie agli aiuti di solidarietà dei popoli. Le tendopoli le hanno organizzate ad immagine delle loro città abbandonate con la stessa determinazione con la quale hanno sfidato il deserto, non desiderano che di ritornare nella loro terra.

 

    Dopo i primi anni d’enorme difficoltà il Fronte del POLISARIO è riuscito a realizzare il modello organizzativo, di quello che sarà il loro Stato futuro, dopo che saranno ritornati liberi nelle loro terre. La popolazione degli accampamenti è divisa in quattro wilayas (provincie). Ognuna di queste comprende sei dairas, i comuni, tranne la willaya di Dakhla che è composta da sette comuni. Le wilayas e le dairas portano i nomi di località del Sahara Occidentale attualmente occupate dalle truppe marocchine, questo per sottolineare lo stretto legame con la propria terra d'origine.

 Le wilayas sono quelle di El Ajoun (comprende le dairas di Haugunia, Teera, Amgala, Dora, Guelta e Bou Craa);

 Ausserd (con i comuni di Bir Genduz, Zug, Miyek, Tichla, Aguenit e La Guera), Smara ( dairas di Mahbes, Farsia, Tifariti, Bir Lehlu, Gderia, Hausa) e Dakhla (comuni di Argub, Bir Enzaran, Ain Beda, Glabat al Fula, Oumdreiga, Boujdour e Zarefia).  

   Ogni comune, diviso in quattro quartieri, conta circa 10.000 abitanti in gran parte donne, anziani e bambini.

 

Destinazione tendopoli di Dahla.

 

I camion avanzavano, addentrandosi in un paesaggio che cambiava di volta in volta, alternandosi dal deserto immenso e pianeggiante, con un orizzonte infinito,  un pò roccioso, a dune di sabbia fine di colore arancione.

  I mezzi, piuttosto veloci, segnavano la strada con i pneumatici, che  subito dopo viene cancellata dal vento, così che si ha l’impressione che sia sempre la prima volta che gli automezzi vi transitino.

   Alla prima sosta ci accorgemmo che una delle nostre difficoltà era di orinare senza essere visti. Appena scesi, dopo esserci sgranchite le ossa, c’eravamo guardati negli occhi, come per dire: “E adesso?”.

 Solo i più intraprendenti, allontanatosi di almeno cento metri dagli automezzi, si chinarono. Gli altri, eravamo rimasti a guardare,  ed a pensare  al modo come farlo senza essere visti, in vista della sosta successiva, senza allontanarsi molto.

 

     Intanto, mentre avanzavamo, lo spettacolo del paesaggio intorno si faceva sempre più spettacolare. Eravamo circondati da montagne di sabbia, che a tratti si colorava di rosso, a secondo del riflesso dei raggi del sole, morbida, modellate a curve perfette, come i fianchi di una bella donna, il vento le aveva, così, create.

   La voglia comune era quella di correrci sopra per affondare i nostri piedi, o di rotolarci sopra, sarebbe stata una bell’esperienza al momento rinviata, a causa del resto del viaggio, ancora lungo, che ci aspettava. Ci confortava la speranza del dopo, qualcuno a bordo l’aveva detto, che intorno al villaggio di Dahla vi era pieno di dune grandi come montagne.

 

   Dopo quattro ore di viaggio la stanchezza ed il disagio avevano cominciato a farsi sentire, specialmente per le persone che erano sedute dietro, in corrispondenza delle ruote posteriori  che, alcune volte, erano quasi scaraventati a circa mezzo metro d'altezza del sedile, per poi ripiombarvi sopra. Sembrava di  non arrivare più.

  Intanto il paesaggio era cambiato. Avevamo rallentato l'andatura. Stavamo attraversando delle montagne rocciose, di colore quasi nero, d’origine vulcanica. Sembrava uno di quei paesaggi africani descritti dal giornalista Piero Angela, sulla teoria delle origini della terra e sulla presenza dei primi umani, pare che, questa parte del Sahara, sia molto antico.

 Intanto la carovana si era fermata, per un’ultima sosta, qualcuno di noi era sceso a sgranchirsi le gambe, altri erano rimasti a bordo a fumarsi una sigaretta, o in piedi a fotografare, lo strano paesaggio molto diverso dagli altri attraversati prima.

Io ero stato uno di quelli che era rimasto a bordo, avevo socchiuso gli occhi, con la testa rivolta ai raggi caldi del sole per abbronzare il viso. Non sembrava, ma erano almeno 20 gradi, ed eravamo agli inizi del mese di gennaio, in pieno inverno. Ad un tratto, quando aprii gli occhi, m’accorsi che erano scesi tutti dai camion e arrampicati sulle montagne nere circostanti, stavano con la testa in giù avanzando piano, piano come se stessero cercando qualcosa, una pratica che dalle mie parti in Calabria si usa per cercare i funghi nelle montagne della Sila. Mosso dalla curiosità, scesi anche io ed avvicinatomi agli altri mi accorsi con meraviglia che le montagne circostanti erano piene di fossili. Questa era la testimonianza, che in quei posti, un tempo, vi era stato un paesaggio ben diverso da oggi. Le pietre, costituite da ammassi di conchiglie, testimoniavano la presenza del mare, mentre il nero delle pietre laviche, la presenza di vulcani, inoltre, vi erano delle pietre particolari, di cui alcune con i fossili ancora attaccati. Era passata un’ora,e stavamo continuando a cercare, nessuno di noi, infatti, aveva voglia di risalire sugli automezzi per continuare la marcia. Ci pensarono i Sahrawi, responsabili della carovana, ad invitarci a salire a bordo, alla fine ognuno di noi aveva le tasche piene di pietre modellate e di fossili.

  

    Dopo l'ultima ora di viaggio, incominciarono a vedersi all'orizzonte le prime tende della tendopoli di Dahla, sembrava un paesaggio lunare, con tanti piccoli vulcani, una distesa immensa di tende biancastre e nere.

     E mentre stavamo a scrutare l’orizzonte era sceso il silenzio tra noi. Cominciavano a scorrere le prime immagini, quando la carovana dei camion imboccò la pista che conduceva al centro della willaya di Dahla. 

    Ai lati della strada erano stati sistemati dei pali sopra ai quali erano state legati le bandiere Sahrawi. La scena che ci commosse fu quella di centinaia di donne e bambini fermi ai lati della strada che agitando  bandierine  gridavano emettendo un urlo caratteristico, originato dal rapidissimo  movimento della lingua.

   Eravamo commossi ed a qualcuno le lacrime  rigavano  il viso.

Lo scenario, osservato da sopra gli automezzi, offriva uno spettacolo unico per bellezza e singolarità.

Ci  eravamo alzati in piedi, fissi, eravamo come ipnotizzati da quella  distesa colorata di persone di tutte le età, costituita da tantissimi  bambini sorridenti che correvano ed urlavano di gioia, da centinaia di donne avvolte in  lunghi veli dai colori vivi,  dal giallo al rosso al nero, mossi lievemente dal leggero vento che faceva trasparire sul viso la  gioia per l’arrivo degli ospiti.

 

    “Ho un brivido e mi chiedo quale uomo e per quale ragione può costringere il proprio simile a sopravvivere in mezzo a tanta desolazione”.

  

     Eravamo così arrivati a Dahla, la tendopoli più lontana da Rabuni,  gli automezzi erano stati circondati da centinaia di persone, ci aiutarono a scendere  i bagagli, e con un continuo sorriso appiccicato sulla bocca, ci trasmettevano la loro gioia per la nostra presenza. A Dahla, a causa dell’enorme distanza dagli altri insediamenti, non venivano molte carovane di visitatori, per questo motivo, quelle poche venivano accolte con affetto particolare.

 

  

     Finite le operazioni di scarico delle valige e dopo che ognuno aveva salutato le persone che già conosceva, conosciute in precedenti viaggi, ci condussero in una grande tenda nera. Era la tenda delle adunanze.

  

    Nella tenda, a forma di cono rovesciato, erano seduti, in fondo al centro, gli anziani del villaggio, con la testa fasciata dal copricapo nero. Della stessa fascia eravamo muniti anche noi, avvolgendoci la testa. Essa  serviva per proteggerci dalla sabbia, dal sole e per mantenere, la notte,  calda anche la testa, facendo così fronte alla temperatura fredda che sopraggiungeva nelle ore notturne.

  Ai lati della tenda erano sedute le donne. Ognuna di essa aveva davanti un fornello con sopra la tejera tipica per preparare il famoso tè, dal sapore dolciastro e forte. Era il primo di una lunga serie, iniziava così il rito del  tè che sarebbe stata la nostra bevanda principale.

    In me, che ero già stato in questi posti l’anno precedente, non destava meraviglia la disinvoltura  con cui si ponevano le donne musulmane nei nostri confronti. Esse sono la struttura portante della società e della vita democratica dei Sahrawi. Provvedono ad ogni esigenza: politica, amministrativa, di approvvigionamenti e di sostegno materiale. Sono forti e belle.

 

Momenti di vita a Dahla.

 

Si chiamava Mbarca la nostra padrona di casa; la osservai a lungo durante la permanenza all’interno della tenda e non mi ci volle molto a   capire che quanto di bello e di speciale che in lei avevo trovato era comune alle altre donne del villaggio, alle donne del popolo Sahrawi. A soli 21 anni, aveva lo sguardo e i modi di donna vissuta: madre di due figli, abile ed esperta padrona di casa, fiera e dolce al tempo stesso.

    Dentro la tenda sembra quasi che l’ambiente esterno non esista. Il fascino ed il decoro avvolgono l’ospite, trasportandolo in un mondo fatto di stoffe, cuscini e odore d’incenso mescolato alla fragranza del tè. La somministrazione di questa bevanda è un momento fondamentale tra le pause della vita dei Sahrawi. Le foglie sono tè verde cinese anticamente scoperto ed amato dai viaggiatori Sahrawi. Ed il rito, ormai leggenda, fa parte della vita quotidiana di questo popolo. Il liquido viene versato più volte dalla teiera ai bicchieri e viceversa. Lanciato dall’alto per farlo ossigenare e giungere schiumoso nel bicchiere.  

Quando un ospite entra nella tenda, contemporaneamente al benvenuto orale “Salam Alekum”, un adulto (uomo o donna) si alza e raggiunge la postazione predisposta ed inizia a preparare il tè. Se ciò non accade, vuol dire che l’ospite non è gradito.

      

   La sera che arrivammo, tolte le scarpe fuori della tenda, restammo a piedi nudi (in modo da non sporcare i tappeti). Sistemati i bagagli, distribuimmo i regali che avevamo portato, consegnandoli alla signora Mbarca ed al marito. Lei c’invitò a sedere, sui cuscini, sistemandoci davanti un tavolo basso, che sarebbe servito per cenare. Ci servì da bere dell’aranciata algerina e dei dolcetti. Poco dopo, con enorme nostra sorpresa, arrivò con un grosso piatto pieno di spaghetti, dall’aspetto buono, senza alcun condimento, se non qualche piccola presenza di pomodoro fresco. Li mangiammo comunque, per non deludere  Mbarca, che nel servirli, aveva sfoderato un sorriso di soddisfazione. Inoltre ci diedero da mangiare del pollo condito con molta cipolla e patate.

   La cipolla e le patate erano onnipresenti, vengono coltivate nei pochi “orti nazionali” e distribuiti dal governo. Nonostante la situazione precaria in cui si trovavano, gli agronomi Sahrawi erano riusciti a coltivare praticamente di tutto, ma data la modesta quantità prodotta, la frutta e la verdura era d’esclusivo appannaggio dei più bisognosi e degli ospedali.

   

     Il giorno successivo siamo in giro tra le tende del villaggio, per raccogliere testimonianze. I pochi edifici in mattoni, sono adibiti a scuola, ospedale e Municipio. Nel campo dei rifugiati, tutti i bambini vanno a scuola e l’insegnante è bilingue (la seconda lingua è lo spagnolo). I bimbi sono allegri, gioviali, corrono e giocano fino alla tarda ora del tramonto. Sopportando temperature elevate (dai 40 ai 50 gradi l’estate) malati e pazienti aspettano pazientemente il loro turno per una visita medica. La sopravvivenza dell’ospedale, di cui la gente è molto orgogliosa, dipende anch’essa dalle donazioni internazionali. I medici si sono formati principalmente a Cuba. Ci sono però anche medici volontari europei. Dappertutto si vedono donne (quasi tutti gli uomini sono occupati al fronte), la proporzione  delle donne è molto alta, in realtà la donna Sahrawi sostiene la vita nel campo profughi assistendo: infermi, bimbi e anziani. Ha sofferto la persecuzione ed i bombardamenti, ha affrontato, giorno dopo giorno, la fame, il freddo della notte e il caldo estremo dell’inospitale Hammada.  Ha costruito muri e ripari, insieme agli uomini, ha imparato ad usare le armi per difendere il suo popolo.

 

Di giorno mangiavamo solo noi perché era appena iniziato il Ramadam, l’ospitalità è unica e indimenticabile. Appena ci si sedeva sui tappeti, cominciava, come  forma di saluto e di benvenuto, il rito della preparazione del tè. Un rito complesso, con movimenti abilissimi attorno al fuoco della piccola bombola a gas, fornita dagli algerini, con la tejera e tanti piccoli bicchieri con i quali venivano serviti, uno dopo l’altro tre tipi diversi di tè: “il primo amaro come la vita, il secondo dolce come l’amore, il terzo soave come la morte”.    

   La cerimonia si ripeteva tante volte al giorno, quante erano le visite o le riunioni nelle diverse tende.

    Con la stessa cordialità, la sera dopo avere cenato, la padrona della tenda ci disegnò sulle mani, con l’hennè, disegni  fantastici.

 

     Le tende degli accampamenti non erano i tradizionali e spaziosi jamas di lana e pelli di capra e di cammello, usati dai nomadi nel deserto, ma normali tende sbiadite che offrivano rifugio, ognuno ad un nucleo familiare. Vicino alle tende ogni famiglia aveva costruito alcuni piccoli ambienti in mattoni d’argilla, che fungono da cucina e da abitazione per i mesi più freddi.

   

     L'illuminazione veniva fornita da lampade a gas  reperite in Algeria, come le bombole che alimentavano i piccoli fornelli da cucina. Alcuni edifici, adibiti ad ospedale e a receptions per ospitare le delegazioni, erano alimentati da gruppi elettrogeni in funzione solo in alcune ore del giorno. Gli abitanti per lo più erano  donne, vecchi e bambini. Gli uomini al fronte, tornavano in famiglia per brevi periodi solo ogni quattro mesi.

  

       Gli uomini, per lo più anziani, di mattino presto portavano da mangiare avanzi del cibo rimasto la sera prima, alle poche capre, magre e senza latte, alloggiate in rudimentali recinti, creati dal rottame vecchio, con rami secchi di palme dei vicini (orti nazionali). Gli animali sono tenuti, fuori del villaggio, a ridosso delle piccole colline, utilizzate per i bisogni corporali.

   

     Ma, se per gli abitanti dei villaggi veniva considerato, come un fatto normale, non avere i servizi igienici, per noi e gli altri visitatori era un inconveniente a cui non eravamo abituati. Dovevamo recarci fuori del villaggio a circa duecento metri verso il deserto, oltre il recinto delle capre e dei cammelli. Si era costretti a farlo la mattina prima dell’alba.

 

    In una di quelle sere magiche, mentre regnava il silenzio all’interno della tenda, fuori il vento aveva ripreso a battere sulle tende, modellando con la sua forza la forma delle pareti, che in alcuni momenti si spingeva fino a toccare i nostri corpi lievemente appoggiati, ci si guardava nell’attesa che il sonno della notte s’impadronisse di noi, reggendo nelle mani il bicchiere dell’ultimo tè della giornata.

 

     Gli attimi più belli, erano quelli del tramonto, il cielo si tingeva di rosso fuoco, del colore della sabbia con aggiunta di strisce in nero.

 Qualcosa d’indescrivibile che aveva bisogno dello spazio infinito del silenzio.

      La sera, dopo il tramonto, ci soffermavamo con i bambini fuori a chiacchierare. In quale lingua? Quella fatta da cenni delle braccia, o espressioni del viso, con qualche parola detta in spagnolo, misto a mezzo italiano. Spesso si finiva per ridere e, poi, per cantare alla luna, sotto le stelle, seduti a terra sulla sabbia ancora calda. Ma anche loro, i bambini, erano tante piccole stelle, con il loro sorriso attaccato sulle labbra, gli occhi sempre sorridenti, la loro gioia di gridare e di correrci intorno.

 

Le serate a Dahla, dopo, quando l'aria cominciava a raggelarsi, si vivevano nella serenità e nel silenzio,  si entrava nelle calde tende, ed i Sahrawi si accingevano a recitare l’ultima preghiera del giorno, prima di cenare.

    L’ultimo momento magico, era il silenzio che calava, quando ci s’infilava nel sacco a pelo.

 

La notte del sei gennaio 2002, mentre in Italia si festeggiava l’Epifania, bevemmo l’ultimo tè nel deserto di Dahla. L’altra Dahla, quella vera, era sull’Oceano Atlantico. La capitale della libertà, un sogno loro, che adesso apparteneva anche a noi.

Quella notte partorì un altro momento magico, si mise a piovere e ci addormentammo con il rumore dello scroscio dell’acqua sulle tende. Questo fenomeno capitava raramente. Per me era poesia. Un sogno, se pensavo alla sabbia secca che tutto il giorno, spinta dal vento, ci sbatteva sul viso.

 

   Andare via da Dahla quel pomeriggio del  7 gennaio  fu triste per noi  e per loro. Nel nostro ultimo abbraccio era rimasta l’intesa e la speranza che, ci saremmo ritrovati sull’Oceano Atlantico libero.

        

      Dopo aver consumato l'ultimo pranzo, alle tre del pomeriggio, ci accompagnarono, aiutandoci a portare i nostri bagagli. La signora Mbarca, Metù, che avevamo ritrovato il giorno prima e che era stata con noi per tutto il giorno, e Abdì. Ci seguivano in silenzio, erano tristi, lo eravamo anche noi, eppure non eravamo stati insieme che pochi giorni. Pochi ma vissuti intensamente, a scrutarci a studiare le abitudini reciproche, a raccontare di noi, a parlare del loro futuro e di cosa avremmo potuto fare noi per loro. C'era nei loro occhi non molto entusiasmo, sul fatto che si sarebbe tenuto il referendum, avevano paura a lasciarsi andare al sentimento della speranza, paura che sarebbe stato un altro miraggio. Altre volte avevano accarezzato questo sogno inutilmente. Chissà? se sarebbe stata la volta buona.

 

       Il viaggio di ritorno verso Rabuni ci trovò tutti taciturni, ad ognuno erano rimaste addosso le emozioni, le immagini, le frasi dette e non dette, il sorriso ed il saluto di uno stormo di bambini e di donne. Avevano alzato le braccia e con le dita della mano aperte a “ V “  simboleggiavano il segno della vittoria.

 

    Arrivammo che era quasi sera. Il programma prevedeva la cena collettiva nella sala grande, poi un intrattenimento del gruppo musicale dei Sahrawi sotto la grande tenda nera del luogo.

   Qualcuno andò a dormire presto, qualche altro si fermò a parlare sdraiato sui tappeti sotto l’enorme tenda. L’argomento era  comune a tutti: lo scambio delle emozioni e l’impegno che si sarebbe fatta qualcosa per loro.

 

     “Quando l’aereo si porta verso il cielo, i colori del tramonto si vanno smorzando all’orizzonte ed immagino, oltre quella luce che si fa più scura, i fuochi accesi fuori le tende sull’Hammada, nel deserto ed una bimba recita:

“Il mio paese ha i nomi da favola/Si chiama Saguia El Hamra…Turis …As Sahra./E’ molto grande/per girarlo bisognerebbe/camminarlo per anni/A me piace molto viaggiare./E comunque lo dobbiamo fare/Disegnamo i giorni/cercando i pozzi dell’acqua/Conosciamo i loro misteri/Quando sostiamo accanto ad un pozzo,/dove la sabbia è sempre una delizia,/le capre sono contente/Così anche le persone e gli agnelli /I cammelli non dicono nulla/però mangiano l’erba per tutto il giorno/e addirittura la notte.”.

(Appunti  tratti dal Diario di Viaggio “Sahrawi Memorie di Libertà” di U. Romano e G. Fornoni) per Inf:. roro3@libero.it

 

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Smara Barrio 3 – Deserto Algerino di Tindouf Dicembre 2001

SAHRAWI UN POPOLO IN ESILIO

Questo popolo è partito con le mani vuote, lasciando il bestiame gli averi le case i propri cari. Ecco il popolo esiliato dall'odio, dall'invasore. Il popolo ha benedetto col sangue e le lacrime la lotta, la resistenza. Unito, lontano dalla propria terra, ha scelto le montagne. Nudo, affamato ignorando ogni benessere grida la libertà, l'indipendenza, sacrificando i figli migliori. Altro non interessa. Non è stanco di vivere. Teme, però, la vergogna la schiavitù per le generazioni future ...

Non ero riuscito a dimenticare lo sguardo triste e rabbioso dell'uomo che mi era stato di fronte, seduti entrambi a terra sui tappeti, nella tenda sbiadita nel deserto dell'Hammda a El Ayun villaja de Dora. Lui vestito nel suo sufi colore grigio, con la testa fasciata dal turbante di colore nero, con i piedi scalzi ed io con i miei jeans,
camicia a quadri e il gilet tipo safari: due uomini provenienti da due mondi diversi, con storie diverse ma che, in ogni modo, vivevano in questo tempo, ormai alle soglie del terzo millennio. Mohamed Chej Beidella, si chiamava così. Poeta, cantastorie della tragedia dei Sahrawi. Era dicembre del 1996 e mentre recitava i suoi versi a memoria: "Questo popolo è partito con le mani vuote ... ", mi guardava fisso e, anche se non capivo il significato delle sue parole pronunciate in lingua arabo assanja, sentivo percorrermi un brivido lungo la schiena. Capii allora che potevo uscire dal circolo vizioso cui ci spinge la società consumistica che ci siamo costruiti, rendendoci inappagati con la sua imposizione di continue richieste. Tante voglie da soddisfare, cose futili che fanno smarrire il vero significato del vivere comune.

Nell'angolo Sud-Ovest dell'Algeria quasi 200.000 rifugiati lottano per sopravvivere nella parte più inospitale del deserto grande del Sahara: "l'Hammada."
A causa della lunga assenza degli uomini impegnati nella sanguinosa lotta di liberazione che dura ormai da venticinque anni, il ruolo della donna è cresciuto, non solo per quanto attiene alla maternità ma anche per la funzione di educatrice unica dei figli. Molte sono le donne inserite attivamente nell'amministrazione delle tendopoli. Una di loro era Suad Lagdaf. L'avevo conosciuta a Messina l'anno prima, durante una delle iniziative socio-culturali a favore dei sahrawi. Mi aveva colpito il modo di parlare del suo popolo l'impeto nel raccontarne la storia. Il calore la rabbia che sapeva dare alle sue parole mi aveva trascinato nel loro mondo. E allora che di dedicare a questo popolo un altro libro.Il mio racconto inizia proprio da qui, dalla storia di Suad Lagdaf, dalle parole accese dalla rabbia e dal calore di una donna sahrawi.

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Un vecchio sahrawi. Foto di Giorgio Fornoni

Storia di Suad Lagdaf dal deserto di Tindouf - Smara Barrio 3

Ricordare per non morire dimenticati ...

"Ho sentito di persone che hanno ricordi remoti, lontanissimi, persi nei loro primi giorni di vita. Nei miei occhi di bimba sembra non si sia fermato niente o, forse, troppo in un giorno solo da non lasciare spazio ad altre cose. Della mia terra, ora negata da un muro di sabbia, sassi, mine e filo spinato, ho alcuni bagliori, flash frantumati. Una casa colorata di verde, la porta di ferro che sfregava il pavimento e la gente, tanta gente nella casa di EI Ayun (la capitale). Con gli animali che ci regalava lo zio, li portava dalla montagna per la sua Suad: una gazzella, una scimmia e un gatto. Poi i racconti della nonna, le partenze per i pic-nic di primavera che svuotavano tutte le città da Dahla, che guarda il mare, a Boo Craa, con i suoi giacimenti di fosfati e Smara, la città antica.

Ma poi la guerra, la confusione, i pianti, per cosa, non capivo, arrivano i marocchini, io non capisco nulla. Avevo cinque anni il giorno che iniziò, l'esilio del mio popolo con un bel titolo: "marcia verde". La popolazione si sollevò contro l'aggressore. Una lotta impari. I responsabili che guidavano il Fronte Polisario decisero allora di condurre la popolazione fuori dal territorio dell''ex Sahara spagnolo, l'unico modo per continuare a esistere. Le città strette d'assedio divennero grandi campi di concentramento. L'esodo fu molto duro (soprattutto per le donne, i bambini e i vecchi), la gente per scappare usava ogni mezzo: camion, cavalli o solo la forza delle proprie gambe. "Quei giorni hanno riempito tutta la mia memoria di bimba, le hanno dato il colore, il rumore, il sapore della sabbia che arde la gola, la paura delle cose che sfuggono via e non vogliono ritornare, forse con tante immagini, certo indimenticabili."

Ricordo i militari del Polisario che ci aiutavano per salire sul camion: "veloci, veloci!" dicevano. Io non capivo il perché di tanta fretta, "veloci! veloci!" Qualcuno riesce a portare qualcosa con sé altri niente. Nel camion io ero fra le braccia di mia nonna. Mia madre era con altra gente in un altro camion. Non ricordo se ho dormito, o se ho solo avuto tanta paura o tutte due le cose insieme. Ero abbracciata alla nonna, questo soltanto importava. Rumore di motori, cose accatastate, sobbalzi continui, così era anche per le nostre ossa e i nostri stomaci, ma nessuno parlava. Non so in quanti eravamo e quanti giorni passarono, ricordo solo che, a un certo punto, la nonna mi gridò di scendere subito dal camion.
Era mattina presto e tutta la gente cercava velocemente rifugio in mezzo all'erba. Stavano arrivando aerei nemici che cercavano di fermare il nostro viaggio buttando bombe al napalm sulle colonne di camion. Ho avuto molta paura e da allora questa paura è rimasta con me.
Dal nostro nascondiglio vedevamo che gli aerei ci cercavano buttando bombe sempre più vicine a noi."Si vedeva scoppiare e bruciare la gente e la terra". La confusione era tantissima, la gente urlava e gli altri bambini piangevano, poi ho sentito chiamare, era la voce di un soldato che diceva: "State giù, questi sono aerei marocchini! Buttano bombe al napalm e al fosforo, ci vogliono uccidere".

Ho urlato fortissimo ma non ero la sola, tanti bambini hanno gridato con me. Ma la voce più forte era quella del napalm e del fosforo. Pezzi di corpi saltavano dappertutto. Ho avuto paura, una paura chiara che si leggeva nei miei occhi come in tanti altri occhi vicino a me che chiedevano aiuto a Dio. L'attacco è durato a lungo, appena è finito tutta la gente ha cominciato a muoversi alla ricerca di parenti e amici. Con la nonna io cercavo mia madre ovunque. Ma dappertutto trovavo solo corpi senza vita e la mia paura aumentava. Non capivo nulla di quello che succedeva, avevo soltanto molta paura.

Il ricordo di quel giorno ha riempito i miei occhi di bimba, è rimasto un incubo ricorrente che la notte mi addolora ancora. Finalmente ci viene detto che siamo arrivati. Arrivati dove? Quella prima notte è impressa nella mia memoria. Siamo arrivati in una terra nuda, senza case, senza tende, niente. Unica cosa il freddo e il vento. Una terra senza niente ma anche senza aerei e senza bombe e senza corpi morti. Con l'istinto di bambina ho pensato che gli aerei sarebbero tornati presto e per questo non ho pensato a giocare ma sono rimasta vicino a mia nonna.
Siamo al "Campo Profughi" sahrawi nel deserto algerino vicino a Tindouf. Mia madre, assieme ad altra gente, stava organizzando i preparativi per cominciare a innalzare le tende e a distribuire il cibo portato dal Sahara Occidentale e dagli algerini. Penso che solo allora ho avuto il coraggio di dire "ho fame". Non ricordo tutto dei giorni che seguirono il nostro arrivo, ma ricordo che dal niente, sono apparse le tende ...

Era stato il racconto di Suad, che ancora risuonava nelle orecchie, a spingermi verso i luoghi da lei abitati, in quella parte delle tendopoli, al villaggio di Smara. Ero così arrivato alla tenda di sua madre, Hebba, una delle donne simbolo del popolo sahrawi. Aveva vissuto tutti i momenti importanti della tragedia del suo popolo, dai primi movimenti per la liberazione dal colonialismo spagnolo all'invasione dell'esercito marocchino, alla fuga in territorio algerino, alla organizzazione delle tendopoli, alla sua partecipazione attiva come donna-militare. Ora era qui nella sua tenda di Smara Barrio 3, insieme al suo uomo. Alle quattro del mattino ci stavano predisponendo due materassi a terra, per farci dormire. Il loro saluto di buon riposo mi fece capire che al nostro risveglio avremmo parlato di Suad, rimasta in Italia.

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